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'Amore e Psycho' di Paolo Agrati. Intervista all’autore

Due chiacchiere con il poeta e slammer brianzolo, in libreria con la sua terza deliziosa raccolta di poesie

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Andrea Bressa

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Il poeta
Paolo Agrati, brianzolo classe 1974, è un personaggio bizzarro. Dopo aver scambiato con lui due chiacchiere ci si sente meglio. La sua lucida e intelligente ironia è spesso illuminante, quasi taumaturgica, mai banale. Propone da sempre le sue poesie dal vivo, ed è uno dei più forti e apprezzati poetry slammer italiani. Lo scorso anno è stato finalista al Premio Carducci e ha partecipato come ospite italianao al XXIV Festival Internazionale della Poesia di Medellin, in Colombia. È infine anche voce narrante e cantante nella Spleen Orchestra, band che propone uno spettacolo basato sulle colonne sonore dei film di Tim Burton.

Il libro
Amore & Psycho (Miraggi Edizioni) ha un titolo eloquente. L’autore brilla nel raccontare in versi il lato folle dell’amore. 57 poesie amare e divertenti da leggere seguendo il tragitto narrativo dell’autore, ma anche da prendere singolarmente. Chi parla è un Io sorpreso, ma anche attento e lucido, in grado di gettare una luce dissacrante e ironica sul rapporto tra vita, amore e sfortuna. Qui il booktrailer

L’intervista

- Amore e poesia vanno a braccetto da sempre. Perché hai scelto un tale argomento, rischiando di cadere nel cliché?

L’amore è ricorrente nel mio lavoro perché è ricorrente nella mia vita, fatto del quale posso ritenermi molto fortunato. Il rischio del cliché non si nasconde nell’argomento, bensì nella maniera di affrontarlo.

- Come per gli altri tuoi lavori (Quando l’estate crepa, Nessuno ripara la rotta) il tuo libro gioca con le parole e quasi si spiega già con il titolo, come una sorta di chiave di lettura. Cosa arriva prima? Il filo conduttore o le poesie che lo compongono?

Le poesie sono inevitabilmente testimoni di un tempo. La costruzione di un libro è la creazione di un percorso attraverso quel tempo. Riassumerlo con un titolo che lo condensi in una manciata di parole è la cosa più difficile, ma finora penso di aver fatto un buon lavoro, considerando anche la tua domanda.

- Come lavori?

Osservo la gente. Origlio conversazioni mentre faccio la spesa o bevo al bar. Spreco tempo in azioni assolutamente improduttive. Mi perdo in dettagli insignificanti. Poi scrivo.

- L’Io che si intravede tra i tuoi versi sembra sorpreso dal reale. Gli elenchi, i dettagli osservati con minuziosità, sembrano collezioni di tracce per non perdersi. Ti senti perso?

Penso che riuscire a sorprendersi sia fondamentale per scrivere poesia. Cosi come perdersi. Peraltro non solo quando si scrive ma anche quando si legge. È però necessario per chi scrive, seguire le tracce e ritrovare la strada, superare la sorpresa per fissarla nel verso. Il reale è sorprendente, accorgersene è alla portata di tutti.

- Usi grandi dosi di ironia, talvolta molto pungente, quasi a voler scatenare sentimenti di indignazione. È questo l’obiettivo? È la tua arma?

La mia scrittura mi somiglia. L’indignazione che provo è quella che vorrei provasse il lettore. Ironia feroce e denuncia poi, vanno a braccetto, quasi come poesia e amore. L’una permette di veicolare l’altra in un messaggio più immediato. Però non parlerei di obiettivo. Non c’è un piano e nemmeno una battaglia, bensì l’esigenza di esprimersi. Col proprio linguaggio e la proprie sensibilità.

- Usi molto lo strumento della performance dal vivo. La poesia va letta o ascoltata?

Ho iniziato a presentare i miei libri con i reading perché le letture tradizionali mi hanno sempre fatto sbadigliare. E poi volevo che nessuno mi facesse domande, ma piuttosto che ascoltassero direttamente le poesie. C’è da dire che chi sa scrivere non sa necessariamente leggere e ed è vero anche il contrario. È comunque un errore pensare che si debba fare una scelta tra i due ambiti. La lettura è un atto intimo, l’ascolto è un atto corale. E poi banalmente ci sono poesie che si prestano all’ascolto rispetto ad altre che sono fatte per essere lette. Gli scrittori che non capiscono questa ovvietà fanno male a sé stessi e a chi li ascolta.

- Quali sono le tue influenze? Hai un autore o degli autori che consideri dei maestri?

Mi sono avvicinato alla poesia nell’adolescenza, leggendo Ungaretti; ricordo l’emozione continua nel leggere i suoi testi, il peso delle sue parole. Mi capitava di fermarmi a lungo a guardare una sua fotografia che avevo ritagliato dal giornale; la foto di un vecchio cogli occhi pieni di vita. Ce l’ho ancora, gli ho colorato gli occhi di giallo e l’ho scocciata sullo specchio che ho in stanza.

- Qual è, secondo te, la condizione presente della poesia? E qual è il suo futuro?

Vivo perennemente nel passato prossimo e più spesso nell’imperfetto; mi è perciò estremamente difficile rispondere a questa domanda.

- Consigliaci 3 libri secondo te fondamentali, non necessariamente di poesia.

'Mort a Credit' di Louis Ferdinand Céline, un qualsiasi libro di Bertrand Russell, (preferibilmente 'Perché non sono cristiano') e 'Do it yourself, Enciclopedia del fai da te'.
Il primo perché non si può morire senza aver letto un libro di Céline, il secondo perché Russell propone e risolve con estrema chiarezza e facilità le questioni più complesse. Il terzo me lo ha regalato con un velo di ironia una mia ex fidanzata. E poi non lo consiglierebbe mai nessuno.

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