Cultura

Lettere non firmate (a parziale discolpa del nostro piacere di leggerle)

Vi chiedete mai cosa penseranno le generazioni future delle mail che avete spedito, quando sarete consegnati alla gloria dai vostri meriti? Leggere le lettere di uno scrittore che ci è noto o caro per precedenti imprese di romanziere o …Leggi tutto

Vi chiedete mai cosa penseranno le generazioni future delle mail che avete spedito, quando sarete consegnati alla gloria dai vostri meriti?

Leggere le lettere di uno scrittore che ci è noto o caro per precedenti imprese di romanziere o di poeta ha sempre qualcosa di impudico. Io come ho già scritto su questo blog applico un’attenzione tale su questa parte della produzione di uno scrittore sottratta alla non pubblicabilità che mi sento sempre al limite tra la profanazione (che non è sconsacrazione ma anzi una conferma del sacro che ne emana) e la scelta di una scorciatoia, per una via indiretta e leggermente immorale, al riluttante-tragico, o al quotidiano-volgare, o al disperato-futile di quella persona.

In ogni caso quella che metto in atto al cospetto di questo “da non pubblicare” negato, di questo ribaltamento del gerundivo passivo dell’interdizione, è una severa cerimonia intellettuale, che prendo molto seriamente – intendo: ingenuamente – al punto che in alcuni casi sarei tentata di rispondere. Di fronte al mutismo a cui mi costringe l’ineluttabilità della sfasatura temporale, sperimento quella che i filosofi francesi egli insegnanti di capoeira lacaniana chiamano «fine del linguaggio», o «riluttanza del linguaggio», o qualcosa del genere. Rimango più o meno come quel personaggio di un racconto di Čechov che riceve una lettera anonima e non sa come rispondere, allora torna a casa, si corica sul divano e muore.

Noi non abbiamo alcun diritto di entrare nella vita – e la vita è per definizione sottratta all’ordine, al rigore, che è imposto alle opere d’arte – di queste persone, ed è di questa mancanza del diritto di compierlo che si nutre il sacrificio che mettiamo in atto. Più il contenuto della lettera ci interessa, ci commuove, ci colpisce, insomma ci riguarda, più siamo consapevoli del fatto che ne siamo esclusi, e in questa atmosfera di inosservanza, di violazione di una legge interna che vuole che a un mittente corrisponda un destinatario che non siamo noi, officiamo la nostra cerimonia. Una struttura sacra, una testimonianza pura, non filtrata, quasi ingenua, e noi che la profaniamo in arguzia: c’è qualcosa di più cinico?

Per questo riporto qui – per distribuire su chi legge la mia colpa?  – le due lettere (una è doppia) che producono in me le più violente allucinazioni sentimentali, e faccio quel che posso per redimere la violenza che faccio loro: le pubblico omettendone l’autore. Di più: anonimizzandole, spero di togliere la componente di colpa e di violenza dalla voluttà di leggerle. D’altra parte il profilo dei loro autori traspare, come un volto dietro una tenda, dalle parole stesse. Io di queste lettere sono destinataria e mittente: avrei potuto scriverle e vorrei loro rispondere, come succede nei sogni dove siamo contemporaneamente noi che agiamo e noi che ci guardiamo agire.

Per il loro contenuto (semplificando: la paura e il risentimento giustificato) mi colpiscono il cervello provocando la rottura di tutti i miei neuroni-specchio. Non escludo la possibilità che possiate indovinarli lo stesso, ma allora la colpa sarà stata la loro di rendersi riconoscibili. Se avessimo un dio scherzoso sopra le teste, sarebbe possibile immaginare che rimescolerà, un giorno, le lettere di tutti, e pure le nostre: per servire attraverso la duplicazione delle favole il superiore, e più perfetto, e molteplice, demone della letteratura.

 

<4.7. 1922>

Caro Oskar,

(…). Dunque verrò forse non proprio il 15, ma penso prima del 20. (…) Prescindendo da tutto quanto mi attira (il piacere di vivere un po’ insieme con te, voi; di essere vicino al tuo lavoro; di gustare un po’ i tempi di Zürau i quali con tutto ciò che ero allora si sono dileguati ben lontano; di vedere un po’ il mondo e di convincermi che altrove c’è aria respirabile, – persino per i miei polmoni – esperienza per cui il mondo non diventa più grande, ma riesce a placare qualche struggente desiderio), prescindendo da tutto ciò ho un motivo di partire estremamente importante… la mia paura.
Certo puoi immaginare in qualche modo la mia paura, ma non puoi penetrarvi fino in fondo, sei troppo coraggioso per farlo. Per essere sincero ho una tremenda paura del viaggio, naturalmente non proprio di questo viaggio e non soltanto del viaggiare in genere, bensì di ogni mutamento; quanto più grande il mutamento maggiore la paura, ma ciò è soltanto relativo, se mi limitassi a cambiamenti minimi (la vita però non lo consente), alla fine lo spostamento di un tavolino nella mia camera non sarebbe meno spaventevole di un viaggio. (…). Ultimo o penultimo motivo non è che la paura della morte. In parte anche la paura di richiamare su di me l’attenzione degli dei; se continuo a vivere qui nella mia stanza, i giorni passano regolari l’uno come l’altri; (…). Ma ora, abbandonare questo bell’andamento delle cose, andare liberamente alla stazione col bagaglio sotto l’alto cielo, mettere il mondo in subbuglio, nel quale però non si nota altri che il subbuglio del proprio cuore, questo è spaventoso. Eppure lo si deve fare, altrimenti (non dovrebbe durare troppo a lungo) disimparerei a vivere.

 

<5.7.1922>

Vi telegrafo oggi: Purtroppo non posso venire, segue lettera.

 

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