L’epica della facezia: elogio del cazzaro
L’epica della facezia: elogio del cazzaro
Cultura

L’epica della facezia: elogio del cazzaro

Se una cosa bella c’è stata in tv, escludendo i primi gloriosi anni fino a diciamo il 1977 di cui non ho esperienza diretta, era il Maurizio Costanzo Show. Quella specie di bar sport illuminato dalle lampadine dell’avanspettacolo è …Leggi tutto

Se una cosa bella c’è stata in tv, escludendo i primi gloriosi anni fino a diciamo il 1977 di cui non ho esperienza diretta, era il Maurizio Costanzo Show. Quella specie di bar sport illuminato dalle lampadine dell’avanspettacolo è stato il mio Carosello. L’ospite-tipo era il mostro antropologico, la cui caratura umana e intellettuale poteva variare da quella di un Carmelo Bene a quella di un opaco signore di provincia che sosteneva di leggere le mani dei cadaveri (circa 25 mila in tanti anni di onorata carriera).

La cifra fondamentale della trasmissione era la facezia; la morale, sancita dal rito della passerella, quella che in fondo, chi più chi meno, siamo tutti cazzari (nessuno si senta offeso: cazzaro è una parola bellissima, viene dal greco katsàros, che significa “uomo libero”). Sapeva coniugare l’antipositivismo pop – poi preso in consegna dai vari Voyager e Mistero – con la spietatezza etnografica della commedia all’italiana.

L’autore della facezia, ben lontano dal mentitore di professione e dal patetico narratore di barzellette, è capace di produrre una para-verità, di rovesciare il senso comune con quelle scorie della cultura che non assurgono ai picchi elevati degli studiosi, e sono perfino troppo marginali per essere oggetto dell’attenzione generale. Pur producendo il riso, il faceto è totalmente immerso nel suo racconto, e i suoi, più che aneddoti finti o veri, sembrano argomenti di un paganesimo decadente, sul tipo di quello che immaginava Plutarco parlando degli déi che si erano stancati di rispondere alle domande degli umani.

«’A Mercu’ [Mercurio, ndr], ma lo sai che hanno deviato er percorso dell’82 barato e sto aspetta’ da quaranta minuti a’a Rotonna [al Pantheon, ndr]? Ché poi è do’ andavamo a pia’ le paste quando zia era ricoverata».

Mercurio tace.

La facezia è questo: un dialogo del tutto umano col nulla che non ci ascolta, e siccome non ci ascolta, o siccome comunque è un nulla demente, non ha senso prodursi in argomenti più seri: tanto vale divertirsi un po’. La facezia non è esattamente una buffoneria: possiede una sua grazia leggera, depurata dal cinismo della burla, più dolce e articolata della minimale battuta di spirito, meno violenta di uno sfottò. Di solito al faceto si contrappone il serio, e lo si fa in senso negativo, ricordando certo quanto può essere pericolosa la stupidaggine specie se collettiva, ma dimenticando anche quanto può esser rovinosa e violenta l’imposizione della serietà e dell’ordine a tutto ciò che è approssimativo e di modeste vocazioni. La facezia è lo strumento del popolo contro il potere. Quando è strumento del potere, come per le amenità di un Caligola, diventa furfanteria.

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Il cazzaro, in un consesso umano, sarà sempre il primo a dire che il Re è nudo.

Perciò al sarcasmo scorretto (non solo politicamente) dei Griffin io preferisco le trame assurde, elegiache e fitte di riferimenti alla cultura pop dei Simpson; perciò alla macabra liturgia di rito romano preferisco quella latina, così sottile e esoterica; per lo stesso motivo, alla fiamma ossidrica dell’Aretino io preferisco le Facetiae del suo conterraneo Poggio Bracciolini.

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Sono 272 aneddoti che riguardano stranezze o comportamenti bizzarri tenuti da protagonisti altrettanto strampalati; spesso sono riportati per sentito dire, spesso i personaggi principali sono cugini, amici, mariti di donne la cui cognata ha sposato il figlio di un vescovo, ecc.

Alcuni dei titoli:

Osceno confronto coi denti che ciondolano
Di un geloso che si castrò per conoscere l’onestà della moglie
Di un uomo che giacque con la moglie malata che dopo guarì
D’una donna pubblica che si lamentava di un torto fattole da un barbiere

Stando a Cicerone, le facezie sono di due tipi: uno basato sui fatti e l’altro sulle parole. Siamo nel campo dei fatti, dice, quando si espone un aneddoto, come se si trattasse di una favola. Il ridicolo basato sulle parole è quello provocato da una certa acutezza di parole e di pensieri. Se Poggio è a suo agio col primo tipo (come Leonardo, che provò a fare delle facezie ma con scarsi risultati, essendo egli un messaggero della verità chiara), il cazzaro fa uso di entrambi, attingendo anche, spesso, al buffonesco, all’osceno, al mimico.

Ecco tre facetiae di Poggio:

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Attraverso il motteggio, la facezia ha anche un valore edificante: ridimensionando il reale a favore del piacevole, stabilisce una gerarchia di idealità che non attinge dalla verità, ma sfiora la verità più di una sentenza solenne. Della facezia parlerò ancora: mi hanno regalato una copia anastatica delle Lettere facete e piacevoli di diversi uomini grandi e chiari ingegni (l’editore Forni a garanzia di delizia), in cui «belle contemplazioni di filosofia si mescolano alle ciance» e viene mostrato il «Syderalis Abyssus delle cupe opinioni de’ Principi».

Chi ha ha avuto la fortuna di frequentare i bar di Via Casilina – perché è pacifico che questo è un genere che fiorisce all’ombra dei ducati ma si alimenta a contrasto e in rivolta col lugubre spirito papalino – sa che questo genere di aneddoto tra la venteria e la coglioneria è una delle poche cose che sono sopravvissute a Riforme, Controriforme, scoperte di continenti, Disfatte di Barletta, invasioni dei turchi, Defenestrazioni di Praga, Situazionismo viennese, Scudetti laziali.

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Il cazzaro è il narratore di un pararomanzo di formazione, la sua frontiera è la verosimiglianza, il suo west la ribalta di un parcheggio o di una tavolata da Checco allo Scapicollo, ché il cazzaro è schivo, e in un mondo pieno di stimoli di pari valore non ambisce alla gloria dei riflettori. Benché il cazzaro sia piacevole da ascoltare, quando finisce di parlare lo liquidiamo sempre con un sorriso: non importa se le sue parole sfiorano non di rado qualche verità filosofica.

Di molto sotto quella dei Freaks di Tod Browning, la sua mostruosità non consiste nel grottesco, ma nell’assolutamente normale, che per questo è eversivo e si oppone al normativo. A ben vedere, Poggio fece quello che 530 anni dopo farà Maurizio Costanzo: pescare nei bar sport del Paese (e dei Paesi, visto che parla anche di forestieri) le diverse facce di una atroce normalità che poi è la nostra.

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