Le piume e la carne: diari di voli finiti male
Le piume e la carne: diari di voli finiti male
Cultura

Le piume e la carne: diari di voli finiti male

L’altro giorno una mia conoscente che non incontravo da parecchi mesi mi ha fatto giustamente notare che mi sono cresciuti i capelli. Io lì per lì non ci ho fatto caso; anzi, mi sono sentita in dovere di mostrarmi …Leggi tutto

Simon Schubert

L’altro giorno una mia conoscente che non incontravo da parecchi mesi mi ha fatto giustamente notare che mi sono cresciuti i capelli. Io lì per lì non ci ho fatto caso; anzi, mi sono sentita in dovere di mostrarmi sorpresa, manco mi avesse detto «ma pensa, ero a dormire in macchina fino a 2 minuti fa e ti stavo sognando, eri completamente calva, ho aperto lo sportello e chi ti incontro?» o «ma che ci fai in giro? Non sai che il mondo è finito ieri? E poi tu non eri quella a cui i capelli non crescono?».

Dopo però ci ho ripensato: che intendeva, esattamente? Che avevo i capelli più lunghi rispetto all’ultima volta che ci siamo viste, ovvio. Sì, ma che osservazione è? A ben vedere, analizzandola, significa solo che non mi ero tagliata i capelli nel periodo di tempo intercorso tra i nostri due incontri. Avendo passato ormai l’età dello sviluppo, non poteva certo dirmi che ero cresciuta d’altezza, a testimoniare quanto il tempo ci cambi ecc. Quindi lei mi stava dicendo, in effetti «ma nel mentre che non ci siamo viste, non hai trovato il tempo di accorciarti i capelli?». Forse voleva farmi sentire in colpa. Ma forse sono strana io, magari intendeva semplicemente «non te ne fossi accorta, hai i capelli più lunghi rispetto a una misura di accettabilità generale di lunghezza, tanto è vero che la volta scorsa, che la rispettavi, non ti ho detto niente».

Nella speranza che stia leggendo queste righe, mi sento di poter giungere a questa conclusione: la mia interlocutrice voleva dirmi che era contenta di vedermi viva. Lei voleva farmi capire che nonostante fosse passato del tempo, durante il quale io avrei potuto anche, chessò, morire, lei mi stava rincontrando, e avevo persino, ancora, una chioma. Capelli come sineddoche di “vita che continua”.

È come quando si dice auguri!: non vuol dire niente, in sé, ma significa «toh, sei vivo, che tu possa continuare ad esserlo almeno per un altro anno!». Per chi ha un temperamento tragico, peraltro, potrebbe essere il modo più conciso per dire «resisti alla volontà di suicidarti, dai! C’è la torta!».

Io sono molto sensibile al tema del cambiamento, corporeo intendo, e della catastrofe. Per questo prima di andarmi a tagliare i capelli ci penso due volte. La catastrofe più riuscita nella vita di un individuo è senz’altro la morte, ma presenta tra gli altri l’inconveniente che non si può far notare a qualcuno quanto sia morto.

Come somma infinita di tutti i cambiamenti, e loro azzeramento totale, la morte è una catastrofe incomunicabile, da chi la subisce verso chi non muore, e viceversa.

La letteratura (l’arte) riesce ad aprire un canale di comunicazione con questo evento.

Peter Greenaway, regista superbo, nel 1980 gira un film che si chiama The falls, nella forma di un documentario su 92 sopravvissuti a un evento catastrofico misterioso e inquietante. Tredici anni dopo, fa uscire il libro, che è una delle cose più preoccupanti con cui abbia mai avuto a che fare.

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Sono 92 schede biografiche, su 92 soggetti – tra le diciannove milioni di vittime totali – catalogati dalla guida ufficiale dell’EVNI, ovvero dell’Evento Violento Non Identificato.

Greenaway non dice mai cosa è stato: si capisce solo che a che fare con gli uccelli, forse addirittura con l’omonimo film di Hitchcock. In seguito a questo evento nelle persone si sono manifestate mutazioni bizzarre: alcune hanno sviluppato strane malattie, altre hanno acquisito membrane interdigitali, quasi tutti parlano lingue strane come l’agalese, e l’ortocaliano, anche se Greenaway non le definisce mai “strane”.

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In più, quasi tutti hanno sviluppato un’ossessione per gli uccelli e le uova, che qualcuno colleziona in maniera compulsiva, tutti anelano alla discesa o alla ascesa, non si capisce, ma comunque a qualcosa che li faccia evaporare e che li allontani per sempre dagli uccelli, e tutti hanno il cognome che inizia per Fall.

Il risultato è straniante e vertiginoso. Fa anche molto ridere, per il tono burocratico e asciutto delle biografie, ma è una ironia tragica. L’anormalità terrificante viene minuziosamente descritta e catalogata con sadismo perfetto, senza sbavature, tanto che alla fine persino il mostruoso e l’abnorme sembrano rientrare sotto la specie della normalità.

Tutti questi soggetti sono umani, e per questo non ci sono estranei, pure nella contiguità con l’uovo e con gli uccelli, con le rocce e il centro della terra date le basse o alte temperature dei corpi, con l’acqua che rifuggono e con una specie di fenomeno acustico che si ha l’impressione si produca dalla lettura. Piume e capelli, che crescono ignari, sono la stessa cosa.

Il rumore è una specie di ronzio continuo, da frullio di ali metalliche. La sensazione è quella della minaccia imminente, anche se il fattaccio è già avvenuto, perché queste istantanee à la Spoon River hanno il coraggio di ritrarre la vita quotidiana che segue un evento più spaventoso della morte stessa, che invece è ricercata come estrema liberazione, specie se a essa fa seguito una sepoltura in un campo vicino a uno spaventapasseri.

Leggendo, si chiarisce, a ciascuno secondo le proprie sensibilità, cosa possa essere stato questo evento. La gamma delle possibilità va dalla morte, all’amore, alla vita stessa. Ma è il registro della scrittura che rende queste vite perturbanti: l’esercizio – di scrittura e di lettura – è atletico. Devono astenersi quelli che non sono abituati a nuotare nel proprio sangue mentre leggono, eh.

Per guardare dentro l’attimo che precede la catastrofe, invece, non ricordo di aver letto niente di più commovente e ironico di Cartoline dai morti

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(Grazie V)

La morte, qui, è cosa ridicola, piccola, e del tutto umana. Non c’è niente, dopo, solo la testimonianza estorta chissà come, un piccolo soffio, quasi uno sbuffo o una bestemmia che fa seguito a un inciampare, a una caduta.

Queste smozzicature di vite penultime, prese nell’attimo in cui si stanno per trasformare in qualcosa di sconosciuto, sono chiaramente viste privilegiate dalla chiave della serratura più attraente che esista. Arminio condivide con noi l’intenzione del voyeur, ma poi ci assolve attraverso il racconto in prima persona dei morti, che ci guardano con un po’ di pena. Per chiarire quanto la morte sia ridimensionata e contemporaneamente ingigantita sotto la speciale lente del sarcasmo, basti questa cartolina, la mia preferita

Questa è la più struggente

Come estrema delizia di chi non si taglia i capelli e pensa alla morte come evento da rivoltare e sminuzzare e mettere in prosa liturgica e sardonica, non esiste probabilmente lettura superiore a Hilarotragoedia.

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Non posso raccontarne la trama, che non c’è. Per essere brevi, direi che si tratta di un risucchio.

Si viene attirati dentro un vortice, una macchia, una chiazza di insolenza e di sfacciataggine. Manganelli, è chiaro, parla della morte, anzi del suicidio, ma non sono precisa. Quello che è certo è che lui paragona l’evento alla caduta, che però insieme è anche una ascesa, una «levitazione all’ingiù», priva di qualsiasi senso trascendente o religioso. Si tratta di una catastrofe che usa il corpo del suicida per comporre un disegno mutilo che non significa niente ma succhia, come dentro una via lattea al contrario.

Fa ridere, fa saltare per aria, di gioia e di spavento. È angoscioso e ghiotto, esatto e folle, liturgico e frivolo, sadicissimo e clemente, come è sempre Manganelli.

Dentro c’è la più grande dichiarazione a favore dell’amore che mi si mai capitato di leggere, che inizia con le parole

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e finisce con la conclusione logica che incontro e separazione, abbraccio e addio, nascita e morte, sono la stessa cosa.

D’altra parte, non esiste esperienza più pericolosa della vita.

Gli angosciati di Manganelli, che anelano alla caduta e mangiano «sassi come fossero uova», ricordano i disastrati di Greenaway, presi nello stesso balzo della carne, nell’attimo in cui tutti i valori e le misure si sballano e il corpo è più e meno che umano.

Anzi: ricordano i morti di Franco Arminio, minimi e laconici, dopo un frullamento delizioso e un raffazzonato incollamento con un «vinavil di disperazione» con i mutanti-uccelleoidi di Greenaway.

Le piume e la carne, i capelli e le ali, il tutto triturato e fresco da bere: una prosa della caduta e della crescita, un succo beffardo.

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