Le memorie dal futuro di un ultimo uomo. Ospite: Mario Tozzi
Le memorie dal futuro di un ultimo uomo. Ospite: Mario Tozzi
Cultura

Le memorie dal futuro di un ultimo uomo. Ospite: Mario Tozzi

Se avete letto La strada di McCarthy, frequentandone il caldo, confortevole fetore di distruzione, sapete che la letteratura della fine – o della post-fine – è un luogo perfetto per allegorizzare il presente, col suo carico di colpa e …Leggi tutto

Se avete letto La strada di McCarthy, frequentandone il caldo, confortevole fetore di distruzione, sapete che la letteratura della fine – o della post-fine – è un luogo perfetto per allegorizzare il presente, col suo carico di colpa e di rimossi. Se avete anche capito come perché la profezia dei Maya cade al 21 dicembre, siete anche voi dei fan dell’apocalisse.

Credo che immaginare lo scenario spaventoso dell’ecatombe ci liberi, attraverso il mistero della sua causa, dalla responsabilità di esserne gli artefici. Vittime di una terra che fa le bizze, e di un progresso che si lascia prendere la mano, noi esseri umani ci aggiriamo con nostro figlio in spalla in cerca di bunker post-bellici dove agguantare salvifiche scatolette di carne, contenti della nostra disperazione, autoindulgenti e odorosi, finalmente, d’umano. C’è anche un televisore nel bunker: chissà se funziona.

Quello che non mi convince di quello splendido libro (e ancora meno del film tutto girato in seppia) è proprio l’impianto futurologico, e quella nostalgia del presente che consolandoci annulla il carattere scientifico (volevo dire la verità) della nostra corsa alla catastrofe.

L’idea di un mondo che gira nel vortice della propria fine è pericolosamente bella. Ma per come sono fatta io mi occorre fondare quella paura, cioè fornirle motivi di esistere; cioè non solo avere paura della paura, ma capire perché dovremmo averne. Altrimenti è come leggere Nostradamus o guardare Voyager.

L’ho capito leggendo Pianeta terra. Perché saranno gli uomini a distruggere il mondo, di Mario Tozzi.

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Chi mi conosce sa che nutro per Mario Tozzi una devozione ai limiti dell’acriticità, potenziata dall’essere non acritica ma fondata. È stato lui a liberarmi dell’amore un po’ polveroso e, diciamo la verità, rigido ai limiti della tanatofilia, per Piero e Alberto Angela. Lui che ascolto, avvertendo l’assestamento della mia coscienza, dopo la visione colpevole del programma di Giacobbo, col sollievo del traumatizzato quando gli riducono una frattura.

A Atlantide, programma scritto con delicatezza e sapienza da Cristoforo Gorno, l’ho visto emozionarsi al cospetto di rocce basaltiche mentre si arrampicava sul fianco di Strombolicchio, contemplare un niente stupefatto che lo ignorava, secco, in Norvegia, disegnare magmi su vetri portatili come l’insegnante irresistibilmente simpatico che avremmo sempre voluto, guardare nell’occhio del vulcano come un personaggio di Bataille, con le guance rosse e un elemetto da minatore. Perché se è vero che mi sta simpatico il torto (il pensiero magico, i racconti di fantasmi e di gnomi, il mago Otelma, ecc.), è per la Ragione che mi sdilinquisco.

Allora mi sono procurata i suoi libri, e ho goduto dell’inaspettato lirismo della sua scrittura scientifica. Leggendo Italia segreta (Rizzoli) e Pianeta terra, appena uscito, appare chiaro come la scienza sia gaia, quando la si mette al cospetto della poesia.

L’operazione è quella cara ai surrealisti, in particolare a Caillois, cioè di rendere diagonale la scienza, di farle bucare non solo la materia, col laser come per mezzo di tunnel dentro cui viaggia la particella di Dio, ma anche i confini tra le discipline, unendo nella stessa polifonia matematica e poesia, studio delle pietre ed estetica, teatro e mimesi naturale.

Il racconto di Pianeta terra è tutto al passato, perché è dal 2019 che il narratore, ultimo sopravvissuto di catastrofi nucleari e atmosferiche, ci parla, eletto e dannato. Chiuso in un bunker, alimentandosi di cibi il cui DNA è irrimediabilmente alterato, ricostruisce i passi della inesorabile fine del mondo. È emozionante e agghiacciante quando la sua memoria passa sopra eventi del nostro recente passato – terremoti, alluvioni, tsunami – sfiorandolo: sembra ci tocchi un’aura nervosa sopra la testa, come un meteorite con la coda urticante che facciamo finta di non vedere. Quello che il narratore fa è constatare il fallimento futuro dell’azione umana già intrapresa. Guardare la Storia con l’ottica non del disincanto, ma con quello, scientifico, della necessità storica delle azioni umane e delle loro conseguenze.

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Il racconto del sopravvissuto annulla ogni virtuosismo futurologico perché quello scenario è non solo verosimile, ma prevedibile, necessaria conseguenza del presente. È un racconto spaventoso, eppure lascia un senso di immensa tenerezza per la terra.

La terra è fatta di strati – di scale se si vuole rendere omaggio alla mitologia o di vuoti se si ama Poe – ma comunque di materia eterogenea che poggia con forze e consistenze diverse su un nocciolo sconosciuto e ribollente. L’ho capito leggendo l’altro d Mario Tozzi, che ho compulsato con la voracità dell’incompetente: Italia segreta.

Facendo dialogare la storia umana con quella naturale, e la geografia come racconto delle distanze, delle estensioni e dei rapporti tra gli spazi con l’antropologia culturale che segna i confini porosi delle pratiche e degli usi, Tozzi fa qualcosa di straordinariamente attraente, per come sono fatta io.

Necropoli, catacombe, scavi, acquedotti, bacini, gallerie naturali, grotte, semplici buchi vaporosi, squarci e croste, falde, sotterranei di loschi e furtivi passaggi: una memoria del sottosuolo palpitante, scientifica, ragionata. Di calcare in calcare, si ha la sensazione che la scrittura, fluidissima, di Tozzi, sciolga e oltrepassi le sedimentazioni tra discipline, rendendo omaggio alla nostra insofferenza verso le imposizioni convenzionali e la tirannia delle ore di scuola.

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Il lirismo di titoli come  Elogio del tombino Altri mondi lontanissimi suscita reminiscenze baudelariane, cucendo una specie di versione in chiaro dei labirinti fognari di Hugo, con una capziosità sensuale e dispersiva, geometrica e esatta, che per inciso è per me l’unica forma di sensualità possibile.

In epigrafe a Pianeta terra riluce della sua cupa luminescenza una citazione da Dissipatio H. G. di Guido Morselli, inno all’estinzione e alla solitudine del sopravvissuto. Come in una puntata di Ai confini della realtà, il mondo è una landa abbandonata e sudicia dove penzolano macabre insegne dei negozi (e sarebbero accese, se non fosse saltata la corrente del mondo), e tutto quello che un sopravvissuto può fare è raccontarci passo passo la nostra fine.

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Gli ho fatto delle domande. Se vi sembrano difficili è perché mi sono sforzata di sembrare intelligentissima e informata. Se vi sembrano troppe, pensate a lui che ha dovuto rispondere.

 

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Che scuole hai fatto?

Montessori alle elementari, ma ultimo anno dai Salesiani (immagina tu…). Liceo classico all’Augusto di Roma. Laurea a La Sapienza cum laude. Dottorato di Ricerca a Parigi. Ricercatore a Roma CNR.

 

Ho letto con attenzione il tuo libro. Ho capito che il catastrofismo spettacolare dei film ha la funzione – e l’effetto – di tranquillizzarci, e di assolverci. In quanto vittime della potenza ottusa e feroce della natura, i personaggi dei film incarnano il nostro senso di colpa rimosso. È così?

In parte sì. Ma forse nemmeno tanto di un senso di colpa che non so quanto sia diffuso, piuttosto di un’assoluzione di cui abbiamo un gran bisogno ogni volta che ci confrontiamo con la natura. Peraltro è cosa tipica italiana: solo da noi la natura è feroce o assassina (frana killer, onda assassina, terremoto infido ecc.), in Giappone questo tipo di sentimento non esiste, e infatti nessuno si è lamentato della natura nemica in occasione del maremoto e del terremoto del 2011. E poi crediamo di aver visto tutto della natura, per cui solo la sua forza scatenata sembra possa colpirci. Infine c’è anche un catastrofismo intelligente, che usa cioè questi aspetti per mandarci un messaggio meno diretto sulle nostre mancanze.

 

La decisione di mettere in forma di racconto la quasi estinzione del genere umano, con l’espediente di far impietosamente fotografare a un sopravvissuto i giorni e gli anni che l’hanno preceduta, risponde a un intento divulgativo – cioè serve a rendere questioni scientifiche più intelligibili – o a un’esigenza letteraria del tutto personale, alla voluttà di incarnare l’ultimo uomo? Di stirare il limite del linguaggio scientifico? Di fargli toccare la lama della fine, e capire cosa diventa al cospetto dell’estinzione?

No, no non mi interessa affatto incarnare l’ultimo uomo, figurati. Piuttosto l’intento è puramente divulgativo: sfruttare il “gancio” offerto dalla prossima fine del mondo, che sarebbe stata profetizzata dai Maya, per incuriosire su altro, e cioè sulle nostre responsabilità nella eventuale, futura perdita di benessere. Fine del  mondo significa, nel mio racconto, fine del benessere degli uomini o, addirittura, fine degli umani. Ma significa anche fine del mondo come noi lo conosciamo, con tutte le nostre sicurezze, le comodità, la cultura e tutto quello che ci rende orgogliosi di essere uomini. Però, abbiamo mai riflettuto su cosa, invece, non ci dovrebbe inorgoglire per niente? L’età media dell’uomo si è allungata, ma solo dell’uomo occidentale ricco e avanzato, perché gli altri sempre a 40 in media crepano. Proprio come nel Medioevo. E tutti gli altri viventi? Come stanno?

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Ti piace la natura? O, come Baudelaire, la trovi insopportabile? (Ti piace ma non ci vivresti?)

Appartengo alla natura, non  è che mi piace, ne faccio parte indissolubilmente. Piace la placenta della madre al feto?

 

Fosse per me. Leggendoti ho capito che il pianeta, che tu chiami «una perla fragile biancoazzurra dispersa nell’oscurità dello spazio», è il frutto di innumerevoli catastrofi, e il risultato di lavaggi forse infiniti dentro la lava e il ghiaccio. Quella che tu chiami «la filiazione diretta dell’uomo dalle catastrofi», è un tema affascinante, filosofico, da Gaia Scienza. Pensi che ci sia anche una specie di desiderio di estinzione, o almeno di palingenesi, che trascende la volontà umana? O non c’è niente che la trascenda, a parte la stupidità?

L’uomo è attratto dalla catastrofe perché  ne è figlio. Questa è la mia tesi. Ne è figlio alla lontana, se guardiamo al Big-Bang originario dell’universo 13 miliardi di anni fa. E anche in tempi più vicini a noi, se guardiamo a  quando Homo si separò dalle altre scimmie evolute nell’Africa orientale 5 o 6 milioni di anni fa. Terremoti e eruzioni spaccarono in due quella parte del continente aprendo una profonda fossa tettonica lunga migliaia di km, così alcuni scimmioni si trovarono improvvisamente a oriente della foreste pluviali e privi di piogge, bloccate dai rilievi appena formatisi. O migrava, o moriva o si adattava, e quest’ultima cosa è esattamente quella che ha fatto, prima di imparare che poteva lui stesso modificare l’ambiente, invece che adattarsi come facevano (e fanno) tutti gli altri animali. Poi ci sarebbe il trascendente, ma più cerco e meno trovo radici spirituali “innate”: mi pare tutto governato dalla medesima condizione umana. Gli uomini creano dei di cui hanno bisogno per organizzare la società quando le trasformazioni corrono troppo. Almeno mi pare che nel passato le cose siano andate spesso così. La stupidità, invece, è solo apparente: è bisogno di accumulo sommato a  ignoranza per cui si spera sempre di farcela, magari in extremis.

 

La frase «stiamo distruggendo il pianeta», lungi dall’allarmarci progressivamente, è diventata una specie di mantra rassicurante, una chiacchiera da ascensore tipo «si stava meglio quando si stava peggio», anche se negarla è una cosa da texano ortodosso ultraconservatore, sciocco e abietto. Ma a volte mi chiedo se la distruzione non sia contemplabile come conseguenza dell’evoluzione e della selezione delle specie. Se il fatto che l’essere umano, preso da una fregola da cowboy che dura da secoli, non abbia ha saputo limitare l’ipertrofia della tecnica con la sua brevimiranza, non possa essere visto, in un’ottica evoluzionistica, come qualcosa di  perfettamente coerente. Se all’obiezione “sì ma la fine non è naturale, è frutto di processi antropici” non sia possibile rispondere e “l’umano non è forse naturale?” Spiegami che non è così.

R. Penso che hai ragione: l’uomo è comunque frutto dell’evoluzione naturale, anche se si pone oggettivamente al di fuori dell’alveo dell’evoluzione percorso dagli altri viventi. Dunque la fine degli uomini è un prodotto naturale, considerando la cultura umana come prodotto naturale anch’essa. Forse è proprio così: la fine degli uomini è solo la fine di una specie di viventi, che problema c’è?, non è già accaduto un sacco di volte? Il problema è che la fine dell’uomo comporta anche la fine di altri viventi (intesi come specie) e questo è un fatto nuovo e unico. Del resto l’evoluzione culturale ribatte solo in parte quella biologica, ma di questo potremmo parlare in un’altra occasione.

 

Qual è la volta che ti sei arrabbiato di più in tv? 

Una volta contro un ufologo che sosteneva la discendenza aliena dagli umani e un’altra contro Cecchi Paone che contestava il cambiamento climatico. In tutti e due i casi avevo ragione; entrambi da Maurizio Costanzo Show di un tempo. Infine contro Chicco Testa a proposito di nucleare: questo lo trovi su youtube e in  rete comunque e ti fai un sacco di risate.

 

Mi ricordo quella contro Cecchi Paone, fu bellissima. Ma quanto costa invertire il corso della catastrofe? È perché è troppo costoso – cioè troppo poco remunerativo per la parte ricca del pianeta – che non lo facciamo, oppure la ragione è che non si può fermare la distruzione, che non possiamo dirci evoluzionisti e comportarci da creazionisti, per esempio proteggendo il panda? Si sa che è colpa nostra se non ci sono più pinguini al Polo Nord: ma questa colpa non è tale solo perché la interpretiamo eticamente e non storicamente?

Invertire la catastrofe non è, a mio avviso, possibile, neanche volendo. Pensiamo ai gas serra: se oggi, di colpo, la smettessimo di emettere gas clima alteranti, ci vorrebbe mezzo secolo perché la temperatura riprenda a scendere. Certo, è anche costoso e chi guadagna dallo status quo non ci pensa nemmeno a  mollare l’affare. Un barile di petrolio costa circa 5-6 dollari di estrazione e circa una cinquantina in royalties (in media). Ogni giorno (ripeto:ogni giorno) si estraggono circa 75 milioni di barili: provate a vedere quanto ci guadagnano i signori del petrolio. Ma le risorse in genere sono limitate e noi uomini siamo sempre di più e abbiamo esigenze sempre maggiori: come si può pensare di farcela se già oggi scarseggiano cibo e acqua?

 

In generale cosa ti dà più fastidio al mondo?

Una roba un po’ desueta, l’ingiustizia e l’ingratitudine, spesso non coltivate dagli umani.

 

A un certo punto dici che le tigri siberiane e i panda salvati dall’estinzione sono come morti viventi, dato che non si ripristina il loro habitat distrutto dall’agricoltura. Mi è venuta in mente la frase “ricomporre l’infranto”, che Walter Benjamin dice in Tesi di filosofia della Storia:

«C’è un quadro di Klee che si intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo di rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo progresso è questa tempesta».

Come facciamo a ricomporre quello che abbiamo rotto? Siamo come l’angelo di Klee?

Non facciamo. Semplicemente l’uomo riempie di cocci e rovine il pianeta, girandosi indietro raramente a guardare se è stato proprio solo lui. E quando si rivolge in avanti lo fa per un paio di centimetri oltre il proprio naso, non di più. Scarsa memoria, prospettiva miope e presente in pieno marasma da accumulo: questo siamo, animali unici al mondo, molto dotati, ma troppo avidi.

 

Mi è sempre parso che la disputa tra decrescita e progresso ricalcasse quella tra positivismo etico e materialismo storico, e io sono sempre stata dalla parte del materialismo storico. La dialettica, insomma, va compiuta, anche se muore qualche gallina o io stessa. Però leggendo il tuo libro ho avuto una specie di illuminazione: in realtà salvare il pianeta non è messianesimo, ma una specie di rivoluzione della specie, che si toglie da sé i mezzi di produzione e li ridistribuisce. In fondo si tratta di gestire meglio le risorse, impedendo ai paesi poveri di impoverirsi ancora di più, ed esercitando comportamenti più razionali. Puoi spiegarmi meglio cosa intendo?

Intanto distinguerei fra crescita e sviluppo: forse meglio usare il secondo che sottintende, almeno, un aspetto qualitativo che la crescita in assoluto non ha. Può esistere una qualche forma di sviluppo sostenibile per il pianeta? Un tempo forse sì, ma oggi senz’altro no. L’invenzione dell’agricoltura ha cambiato tutto: l’uomo ,10.000 anni fa ,diventa l’unico vivente che per sopravvivere disarticola altri ecosistemi mandandoli gambe all’aria. L’unico che modifica l’ambiente invece di adattarsi. Oggi si rende conto del problema, ma siccome non ha nessuna intenzione reale di risolverlo, perché ciò vorrebbe dire porsi un limite, inventa tecnologie sempre più sofisticate con la scusa che ci aiuteranno a vivere meglio. Ma questa è una vera presa in giro: oggi più tecnologia significa solo riparare ai danni che altra tecnologia ha procurato. E’ una tecnologia barocca, fine a sé stessa, di cui, in fondo, non abbiamo alcun bisogno. Avremmo bisogno di una consapevolezza del limite, ma questo è un problema culturale, non tecnologico.

 

Come Morselli che citi, identifichi un preciso processo storico-culturale che, a partire  dal  Rinascimento,  fonda  il  pensiero  occidentale  su  un antropocentrismo estremo che rimuove la fondamentale  “dipendenza”  dell’essere  umano  dalla  natura.  Morselli dice che questo orientamento antropocentrico culmina nel soggettivismo del Romanticismo, il cui  durevole  primato  culturale  fa  sì  che  una «orgogliosa e intransigente insularità [sia] predicata o supposta come  meta dell’evoluzione dell’uomo colto, e dell’uomo in genere».

Il divorzio dell’uomo dalla natura si compie in diverse tappe: i romani, che disboscavano e bonificavano a più non posso, fanno il paio con gli uomini delCinquecento. Specie in Italia dove l’anatema crociano contro gli scienziati ancora oggi relega la scienza a non-cultura.

 

Sei vegetariano?

Yes, da 15 anni, non vegano, però: adoro formaggi e mangio le uova, pure di pesce.

 

Il tuo protagonista è un uomo che ha gli strumenti per comprendere cosa stava accadendo, e la selezione lo ha premiato con la sopravvivenza. Al contrario di quello di Morselli, che è «una monade intellettuale senza aperture» autore di una «fuga saeculi», che consiste nel lasciare la città per andare a vivere in montagna dove può «vivere fuori e sopra, vivere solo», il tuo soffre della mancanza degli altri, che cerca col GPS, ma rimpiange anche il suo «spasimo di solitudine», possibile solo quando non si è soli.

Il mio è un uomo modernizzato contro la sua volontà, un uomo che si rende conto di aver assunto ritmi che non erano né  suoi né umani. Ma che è comunque consapevole di far parte della specie Homo sapiens e, dunque, di non potersi tirare fuori dalla chiamata a correo. Lui sa di essere un vivente diverso da tutti gli altri, e cerca solo di scoprire dove si è verificato l’intoppo, venendo però a conoscere una verità devastante: l’intoppo è lontano nel tempo, ma era sotto mentite spoglie. Era davanti a noi,ma nessuno voleva notarlo.L’unica differenza fra Homo e gli altri viventi non è  nella nostra supposta intelligenza superiore, né nella nostra pretesa capacità di comunicare meglio degli altri. L’unica differenza sta nell’accumulo, caratteristica che nessun altro vivente condivide con gli umani.

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Scrivi: «Ancora non riesco ad abituarmi alle arance grosse come meloni e alle pere color indaco, ma non è che abbia molta scelta. Misuro il contenuto radioattivo, levo la buccia e mangio senza pensarci più di tanto. Ho sviluppato abitudini da felino: dormo più che posso, sogno poco e mi sveglio sempre inquieto. Per il resto, esploro il pianeta deserto dallo schermo del computer, ascolto musica e leggo».

Ma è una vita bellissima. Il mio pianeta per la mia solitudine. Convincimi che è sbagliata.

È una vita bellissima per uomini particolari, quelli misantropi,oppure quando gli uomini sono molto pochi. Ma oggi, con nove miliardi di cugini più o meno prossimi, non è semplicemente più possibile. Per quello la vorremo tanto. E’ un mondo in cui non si può stare soli se non quando si è costretti. Questione di punti di vista, ma comunque felini e canidi sono molto diversi, hai mai provato ad addestrare un gatto?

 

Semmai il contrario. In ogni caso credo che prenderanno il posto dell’uomo. Chi sennò? Chiunque esso sia, non vorrà dire che l’avrà meritato?

Non necessariamente: sarà il caso a decidere. Ma non un caso tipo orologiaio cieco: si dice che  la probabilità che nasca la vita su un pianeta come la Terra  sia paragonabile a quella che un tornado ricomponga un Boeing 747 passando su una discarica di rottami. Se riavvolgessimo daccapo il nastro dell’evoluzione della vita sulla Terra non rivedremmo mai lo stesso film. Non ci sono meriti, solo probabilità di successo evolutivo determinate dalle condizioni al contorno. E quelle cambiano continuamente.

 

 

Quando scrivi «E cosa sarebbe accaduto agli eredi dei dinosauri, se non ci fossero stati i mammiferi in agguato? Forse si sarebbe generato un «androsauro», ma questo implicherebbe pensare che l’evoluzione della vita sulla Terra mirasse già all’uomo. Il che non è affatto vero», sembra di leggere una pagina di Nietzsche, o di Cioran. Quanto valore ha, nella ricerca scientifica, il pensiero filosofico, e quanto peso ha la letteratura nelle tue riflessioni? Quali sono i tuoi libri preferiti, i tuoi scrittori-totem?

Nulla di teleologico nell’evoluzione. Questa è una riflessione di filosofia della scienza che dimostra lo scambio continuo fra i due “domini” un tempo legati indissolubilmente (penso ai presocratici). Molto peso della filosofia nella scienza moderna. Così molto peso della letteratura nelle mie riflessioni. Non ci sono scrittori-totem, specialmente adesso che leggo soprattutto noir scandinavi. Jo Nesbo mi insegna che le cose  si rivelano dalla prima pagina per quello che sono. Ma te ne accorgi alla fine. Comunque, in genere, scrittori italiani o latinoamericani, pochi anglosassoni. Mi piace come ti conducono nel loro mondo i sudamericani, Amado, Garcia-Marquez, il sommo Borges, ma anche Allende. Per non citare i classici.

 

Perché salvarsi, se – come dici – le probabilità di morire, sulla Terra, a causa dell’impatto con un asteroide sono circa due volte più di quelle di morire in un incidente aereo e molte volte maggiori della probabilità di vincere la lotteria di capodanno?

Infatti. Breve invito a rinviare il suicidio, all’inizio. Necessità di non opporsi alla fine nelle considerazioni finali. Perché opporsi? E chi si oppone, infatti?

 

In un passo meraviglioso scrivi: «La vita sulla Terra, l’evoluzione, l’uomo stesso non sarebbero stati nemmeno immaginabili senza quei cataclismi atavici, che fanno ancora oggi riverberare nel cosmo la loro eco ancestrale: una vibrazione di fondo che abbiamo nelle orecchie da sempre, che ci rammenta perennemente le nostre origini. L’ascolto del ricordo sonoro del Big-Bang è di per sé un avviso straordinario di disastro a livello universale».

Se è così, non vale forse la pena di lasciare spazio a chi verrà dopo?

Sì, varrebbe la pena, ma, in quanto prodotto storico dell’evoluzione, l’uomo fa ancora la sua parte, come se la fine non fosse imminente.  Dunque è un osso duro, non molla. Anche se prima o poi gli tocca.

 

Tempo fa ho visto un documentario che mostrava come sarebbe (come sarà) il mondo, nei secoli, dopo la scomparsa dell’uomo: era bellissimo. Qui sembri suonare la sinfonia di Zarathustra, quando Nietzsche prospetta il mezzogiorno del superuomo, quella necessità di dare una spinta a ciò che già sta cadendo:

Beh, in finale il paradosso viene fuori: cosa potrebbe capitare di peggio dell’estinzione dell’uomo al pianeta Terra? Semplice: che l’uomo continui a resistere senza rassegnarsi alla fine scritta nei suoi comportamenti. Ma mica succederà il 21 dicembre 2012…

 

Da 0 a 10, come valuti il grado di alfabetismo scientifico degli italiani, in media?

Non c’è meno di zero?

 

Lo guardi Voyager?

Quando capita. Conosco bene Roberto Giacobbo e lo frequento volentieri, senza nessuna pretesa superiorità. Del resto il suo non è un programma di divulgazione scientifica per sua stessa ammissione.

 

Che difetti hai? Perché ne avrai

Una marea, però non ti aspettare che ti risponda come fanno in genere gli uomini di spettacolo. Ci hai mai fatto caso? Che difetti hai, gli domandano? E loro: ma, sono troppo generoso, troppo buono, troppo altruista, troppo qualsiasi cosa purché non si tiri fuori un difetto vero che è uno. Detto questo sono: aggressivo vero, autoritario, noioso, pigro, rigido. Poi, però, dissimulo, perché, infine, sono anche bugiardo. Scegli tu.

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