L’autoindulgenza sentimentale del boia. Una lettura per negazionisti
L’autoindulgenza sentimentale del boia. Una lettura per negazionisti
Cultura

L’autoindulgenza sentimentale del boia. Una lettura per negazionisti

Nessuno, oggi, può sostenere che tutto quello che sappiamo sull’Olocausto e i crimini del nazismo sia stato fornito dal “ministero della propaganda” storica ad opera degli Alleati o frutto dell’opinione personale, a meno di non confessare la propria …Leggi tutto

Nessuno, oggi, può sostenere che tutto quello che sappiamo sull’Olocausto e i crimini del nazismo sia stato fornito dal “ministero della propaganda” storica ad opera degli Alleati o frutto dell’opinione personale, a meno di non confessare la propria ignoranza, la propria cecità e la propria mancanza di cultura storica e civile. A costoro, ché ne esistono anche tra i più insospettabili, è rivolta questa edificante lettura.

«Ci si può domandare, e certamente qualcuno se lo domanderà, o lo domanderà, se esiste un motivo per ripubblicare questo libro oggi, a 40 anni dalla fine della guerra ed a 38 dall’esecuzione dell’autore. (…). Il primo motivo è contingente. Pochi anni fa ha preso inizio un’operazione insidiosa: il numero delle vittime dei campi di sterminio sarebbe stato enormemente minore di quanto afferma “la storia ufficiale”; nei campi non si sarebbe mai usato gas tossico per uccidere esseri umani.

Su entrambi questi punti la testimonianza di Höss è completa ed esplicita, né si vedrebbe perché avrebbe dovuto formularla in modo così preciso ed articolato, e con tanti dettagli conformi a quelli dei sopravvissuti ed ai reperti materiali, se si fosse trovato in stato di costrizione come pretendono i «revisionisti». Höss mente spesso per giustificarsi, ma mai sui dati di fatto: anzi, della sua opera di organizzatore appare fiero. Avrebbero dovuto essere ben sottili, lui ed i suoi pretesi mandanti, per architettare dal nulla una storia così coerente e verosimile. Le confessioni estorte dall’Inquisizione, o nei processi di Mosca degli anni ’30, o nei processi delle streghe, avevano tutt’altro tono. (…).

Le pagine più ripugnanti del libro sono quelle in cui Höss si attarda a descrivere la brutalità e l’indifferenza con cui gli ebrei incaricati dello sgombero dei cadaveri attendono al loro lavoro. Contengono un immondo atto d’accusa, una chiamata di correo, quasi che quegli infelici (non erano “esecutori d’ordini” anche loro?) potessero addossarsi la colpa di chi li aveva inventati e delegati. Il nodo del libro, e la sua bugia meno credibile, sta a p. 136: davanti all’uccisione dei bambini, dice Höss, “provavo una pietà così immensa che avrei voluto scomparire dalla faccia della terra, eppure non mi fu lecito mostrare la minima emozione”. Chi gli avrebbe impedito di “scomparire?”»
Primo Levi, marzo 1985, prefazione a


Rudolph Höss
, Comandante ad Auschwitz, Einaudi

«… nell’estrarre i cadaveri di una camera a gas, improvvisamente uno del Sonderkommando (gruppi di condannati adibiti al servizio dei forni crematori) si arrestò, rimase per un istante come fulminato quindi riprese il lavoro con gli altri. Chiesi al Kapo che cosa fosse successo: disse che l’ebreo aveva scoperto tra gli altri il cadavere della moglie. Continuai ancora ad osservarlo per un certo tempo ma non riuscii a scorgere in lui nessun atteggiamento particolare… Possedeva una capacità sovrumana di celare le proprie emozioni o era diventato talmente insensibile da non saper più reagire? (…).

Dovevo apparire freddo e senza cuore, di fronte a fatti che avrebbero spezzato il cuore di ogni essere dotato di sentimenti umani. Non potevo neppure voltarmi dall’altra parte, quando sentivo prorompere in me emozioni anche troppo comprensibili. Dovevo assistere impassibile allo spettacolo delle madri che entravano nelle camere a gas coi loro bambini che piangevano o ridevano.

Una volta vidi due bambini talmente immersi nei loro giochi da non udire neppure la madre, che cercava di portarli via. Perfino gli ebrei del Sonderkommando non ebbero cuore di afferrare quei bambini. Lo sguardo implorante della madre, che certamente sapeva che cosa sarebbe accaduto di lì a poco, è qualcosa che non potrò mai dimenticare. Quelli che già erano entrati nelle camere a gas cominciavano a diventare irrequieti, e fu giocoforza agire. Tutti guardavano me: feci un cenno al sottufficiale di servizio e questi afferrò i due bambini che si dibattevano violentemente e li portò dentro, insieme alla madre che singhiozzava da spezzare il cuore.

Provavo una pietà così immensa che avrei voluto scomparire dalla faccia della terra, eppure non mi fu lecito mostrare la minima emozione. Era mio dovere assistere a tutte le operazioni. Era mio dovere, fosse giorno o notte, assistere quando li estraevano dalle camere, quando bruciavano i cadaveri, quando estraevano i denti d’oro, tagliavano i capelli; dovevo assistere per ore e ore a questi spettacoli orrendi.

Nonostante la puzza orribile, disgustosa, dovevo essere presente anche quando si aprivano le immense fosse comuni, si estraevano i cadaveri e si bruciavano. Attraverso le spie aperte nelle camere a gas dovevo assistere anche alla morte, perché i medici richiedevano anche la mia presenza. Dovevo fare tutte queste cose perché ero colui al quale tutti guardavano, perché dovevo mostrare a tutti che non soltanto impartivo gli ordini e prendevo le disposizioni, ma ero pronto io stesso ad assistere ad ogni cosa, così come dovevo pretendere dai miei sottoposti.

(…). E, in verità, ad Auschwitz non potevo lamentarmi della noia.

(…). l’orrore dell’ordine di annientamento che ad Auschwitz, oltre che da me, era conosciuto soltanto dai medici, almeno fino alla metà del 1944. I medici infatti, secondo le disposizioni di Himmler, dovevano eliminare senza dare nell’occhio tutti i malati, e particolarmente i bambini. Ed erano proprio loro che dimostravano tanta fiducia nei medici. Non c’è cosa più dura che dover passare sopra queste cose con freddezza e senza pietà né sentimento».

 

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