L’attimo prima del giallo: l’epilessia di Van Gogh
L’attimo prima del giallo: l’epilessia di Van Gogh
Cultura

L’attimo prima del giallo: l’epilessia di Van Gogh

«Certo» mi fa l’altro giorno uno dei miei amici più spregevoli «tu di arte non capisci niente». Tutta la mia colpa, senti un po’, è che non dicevo niente davanti a un quadro di un perfetto sconosciuto, mentre …Leggi tutto

«Certo» mi fa l’altro giorno uno dei miei amici più spregevoli «tu di arte non capisci niente».

Tutta la mia colpa, senti un po’, è che non dicevo niente davanti a un quadro di un perfetto sconosciuto, mentre lui parlava un sacco. È vero, io l’arte non la mastico. In generale la prima cosa che faccio è cercare la firma.

Questo non mi impedisce tuttavia di fingere di saperne e soprattutto di prendere in giro chi sta peggio di me. Una volta, per esempio, ero a una mostra (non chiedetemi di chi), stavo guardando un dipinto caotico che mi ricordava un quadro famoso, nella fattispecie Guernica; a un certo punto si avvicina una coppietta di fidanzatini (i diminutivi sono usati consapevolmente e non senza malizia), e lei fa a lui:

«Oddio, pare…  come si chiama quel quadro

Lui zitto.

E lei «quel quadro… famoso. Oddio, dai».

Lui zitto. Io la sapevo: Guernica. Dai, che cazzo, Guernica, mormoravo. Lo conoscono tutti.

A un certo punto lui, con un impeto commovente, fa: «Picasso!». E lei, tutta contenta «Ecco! Sì, Picasso, certo», come se Picasso fosse il titolo.

Io risi molto, e ancora ci rido. Però poi mi sono messa a pensare.

Le opere d’arte, una volta realizzate, esistono indipendentemente da chi le ha fatte? O sono chi le ha fatte?

Io sono più per la seconda ipotesi. Sarà che il mio senso estetico non è così maturo da farmi apprezzare l’opera in sé, o l’idea nell’opera, o come si vuole chiamare quell’aura che i capolavori contengono ed esprimono.

Io ho bisogno di ficcare il naso in quello spazio davanti alla tela (o al marmo) che è stato occupato dall’artista prima che da qualsiasi altro osservatore. Capire chi era la persona che ha fatto quella cosa. Il mio senso estetico è totalmente assorbito dal voyeurismo, in altre parole. Se poi quella persona è pure psicotica, nevrotica, disperata e si è suicidata, sono a posto.

Di solito trovo quello che cerco nelle lettere: così, per supplire alla mia mancanza di categorie estetiche da sfoggiare alle mostre, e non avendo un suicidio in agenda, raccolgo informazioni utili che poi mi spendo con solerzia da intenditrice, e davanti ai quadri famosi ti so dire dove sono stati fatti, con quali pennelli, cosa mangiava l’artista in quel periodo, che vita faceva, che libri leggeva. Solo così mi diverto.

La risposta più esatta alla domanda «come si chiama questo quadro» infatti e a ben vedere non è «Guernica», ma proprio «Picasso».

Per esempio, non direi mai che il mio artista preferito è Van Gogh, perché qualcuno potrebbe capire che i suoi dipinti sono quelli che preferisco in assoluto, e non è così. Quindi a rigore dovrei dire che la mia biografia di artista preferita è quella di Van Gogh.

In questi giorni sto leggendo le lettere al fratello Theo.

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Sono impressionanti, specialmente quelle dopo il 1888, quando Vincent lascia Parigi e va ad Arles. Sono lettere a cuore aperto, completamente prive di cinismo e gonfie di una specie di felicità della vita che è molto lontana dall’ironia.

Sono quelle del suo periodo di più intensa attività: lavora per 10 ore di seguito in casa o nei campi, il suo occhio si adatta al paesaggio meridionale, comincia a «riflettere» invece di «cercare di non pensare», come ha fatto per tutta la vita.

Scrive che ha smesso di bere e di fumare, che mangia in modo più regolare. Ha preso in affitto una casa gialla vicino a un caffè e aspetta Gauguin, con cui spera di mettere su una società di pittori spiantati.

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La casa gialla, 1888

Scrive

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E poi:

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Usa tele sempre più grandi, scopre che la mistura di tempere diverse dà vita a colori inediti, che nessuno, nemmeno gli impressionisti da cui era rimasto affascinato a Parigi, aveva tentato. Ricerca del colore, di un colore autonomo dalla realtà, e impeto creativo procedono insieme e si accrescono a vicenda:

Ad agosto questo furore è al suo massimo:

Dipinge I girasoli.

Si sente «lucido», «autocosciente», «il sangue si rinnova». Il senso della vita gli è finalmente chiaro. Tutto è fiamma, lampo.

È il culmine dei suoi gialli, ne vuole fare una «sinfonia». Ne chiede a Theo sempre di più, di tutte le sfumature, che poi butta giù con violenza sulla tela, gonfiando i paesaggi, muovendo le stelle, facendo esplodere i prati. È tutto giallo, è tutto sole.

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Con l’arrivare dell’autunno (e di Gauguin), le cose cambiano. Una sera sono qui

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Il caffè di notte, 1888

Dopo aver bevuto un bicchierino d’assenzio Vincent lo tira in faccia a Paul. Di notte, spesso, Gauguin se lo trova in piedi accanto al letto, che lo fissa. Un giorno si taglia un orecchio e lo porta, «ben avvolto», a una prostituta del bordello locale.

Cominciano gli accessi allucinatori, che culminano la notte della vigilia di Natale nell’attacco più violento, dopo il quale viene internato.

Per tutto il 1889 stordimento e lucidità si alternano. Si stupisce di essere stato rinchiuso in una casa di pazzi, ed è perfettamente in grado di raccontare cosa è successo in quella spaventosa giornata culminante nella psicosi allucinatoria

Mi sono andata a guardare le tele di questo periodo: ovviamente c’è questa

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Autoritratto con l'orecchio bendato, 1889

e ci sono i cipressi del manicomio di Saint-Rémy

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Cipressi, 1889

Come mai, ancora, tutto questo giallo? All’eccesso della psicosi, ci si aspetterebbe che seguisse una disperazione cupa, una specie di periodo nero, o comunque livido.

Semplice, mi risponde una ricerca dell’Università del Kansas: i medici credevano che Van Gogh soffrisse di epilessia e gli davano la digitale, che in grandi dosi provoca un disturbo chiamato xantopsia, che fa vedere tutto giallo.

Ah. Ma quindi prima? Che giallo era quello di prima, un giallo diverso, un giallo non intossicato? Un giallo senza presunzione di epilessia?

Fatto sta che per tutto il 1889, mentre esce ed entra dal manicomio, chiede a Theo altri gialli: vuole «dipingere il sole in tutta la sua gloria».

Nell’estate del 1890 si spara al petto, colpendo però l’inguine, in un campo vicino casa. Non muore subito, muore due giorni dopo nel suo letto con la pipa in mano. Al medico che gli chiedeva perché l’avesse fatto rispondeva con un’alzata di spalle.

Conoscevo i saggi di Bataille e Artaud che parlano dell’ossessione “solare” di Van Gogh come anelito al sacrificio eccetera, ma leggendo le lettere di Vincent tutto questo è assente. Nessuno ha esperienza di aneliti al giallo mito del sole. Lui parla di «soldi per l’affitto», «biancheria imbrattata», e se la vita di un genio è fatta di questo figuriamoci la nostra. Perché nessuno mi spiega quel giallo pre- e post-crisi, pre-insolazione e soprattutto pre-digitale?

La crisi allucinatoria era di carattere psicotico, non epilettico, ma, come capita a chi non capisce niente di arte perché si è fatto troppo gli affari degli altri, mi è balzata agli occhi una omologia sconcertante.

Venti anni prima, a Firenze, Dostoevskij sta completando l’Idiota, il cui protagonista, il principe Myškin, ha il mal caduco, cioè l’epilessia. Come tutti sanno, anche Dostoevskij era epilettico.

- Oddio pare... - Van Gogh

Per questo gli attacchi sono descritti così bene. Sono sempre preceduti dall’aura, uno stato «privilegiato di felicità che è impossibile in condizione normale e di cui non hanno nozione gli altri», un sentimento di «armonia totale in se stesso e in tutto il mondo, così forte e dolce che per alcuni secondi si possono dare dieci anni di vita e forse una vita intera».

È incredibile, ma Dostoevskij per descrivere gli istanti che precedono gli attacchi usa le stesse parole che Van Gogh userà vent’anni dopo nelle lettere da Arles.

«Il cervello pareva a tratti infiammarsi e tutte le sue forze vitali si tendevano di colpo con impeto eccezionale. Il senso della vita, dell’autocoscienza si decuplicava quasi in quegli istanti, rapidi come lampi».

E ancora: «uno straordinario intensificarsi dell’autocoscienza, e al tempo stesso di un’autoappercezione in sommo grado immediata».

Due tra i più grandi geni di sempre avvertono e descrivono quasi nello stesso modo quel momento che precede l’apoteosi dei sensi: uno stato liminale di minutissima percezione di sé stessi e del mondo che è più grande di qualsiasi felicità, un’estasi simile al lampo e alla pazzia che non a caso è legata in entrambi a uno stato morboso. Un’insolazione e un abbandono paradossali.

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Sunshine, di Danny Boyle, 2007

Adesso ho qualcosa da dire alle mostre, e se dovesse avvicinarsi una coppietta e lei dovesse chiedere a lui «Come si chiama quel giallo, oddio non mi viene, quella tonalità di giallo…?» e lui dovesse rispondere «Van Gogh», non riderò manco per niente, però poi forse mormorerò «Dostoevskij».

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