La tortura delle opinioni: argomenti contro il “fare conversazione”
La tortura delle opinioni: argomenti contro il “fare conversazione”
Cultura

La tortura delle opinioni: argomenti contro il “fare conversazione”

Se vi si rizzano i capelli al solo pensiero di dover sostenere una conversazione senza essere pagati per farlo, questo post fa per voi. «Si sta alla larga dalle persone con anomalie fisiche ripugnanti», scrive Gottfried Benn in una …Leggi tutto

Se vi si rizzano i capelli al solo pensiero di dover sostenere una conversazione senza essere pagati per farlo, questo post fa per voi.

«Si sta alla larga dalle persone con anomalie fisiche ripugnanti», scrive Gottfried Benn in una lettera a Oelze «ma verso quelle con opinioni che pure non sono altro, anch’esse, che secrezione, piaga, sporcizia cellulare si deve essere camerateschi e socievoli. Altrimenti si è  “orsi”, “introversi”, soprattutto arroganti».

Se invece si è già assunto su di sé il principale stigma di quel pregiudizio, e si ammette tranquillamente di essere orsi asociali, può capitare che le persone trovino particolarmente sfidante il rivolgerci la parola, e caritativamente filantropico incatenarci alle loro chiacchiere con l’intento di farci cambiare un’opinione che d’altra parte ci guardiamo bene dall’esprimere. In questo caso, si può rispondere loro con la considerazione che Robert Walser fa ne La rosa:

«Le discussioni riducono il loro oggetto, riassorbono a poco a poco le proprie fonti. La conversazione affatica. Passato e presente ristorano il solitario in pari misura. Se io volessi piangere, come figurerebbe male in società! Qui posso farlo a piacere».

D’altra parte, non si creda che gli asociali trovino comodo asilo negli argomenti più consoni al proprio isolamento, come la più gloriosa iconografia (vedi il San Girolamo nel suo studio di Antonello da Messina) lascerebbe pensare: parlare di arte, o di letteratura, ostinarsi a voler aprire la mente di chi da sempre ci dà prove di averla serrata sul proprio nulla, è una delle pene più atroci a cui sottoporsi. Se proprio lo si deve fare, come tutti noi sappiamo, è meglio farlo con perfetti sconosciuti che con persone che ci sono più o meno care, come – dio non voglia – i nostri parenti, non per non restarne delusi – figuriamoci – quanto perché la confidenza che questi pensano di avere con noi potrebbe generare in risposta lo sciorinamento dei loro propri gusti e interessi.

Nel suo ultimo romanzo intitolato significativamente Estinzione. Uno sfacelo, Thomas Bernhard racconta la tortura di parlare con genitori, fratelli, zii e simili nella tetra Wolfsegg, feudo avito nell’Austria superiore, «roccaforte dell’ottusità»:

«Con loro non è possibile la benché minima conversazione proficua, ma solo la più deprimente. Se dico qualcosa, non capiscono cosa dico. Spiego qualcosa e loro mi fissano con assoluta indifferenza. Non hanno un’ombra di buon gusto. Quando parlo di Roma, che pure è uno dei centri del mondo, loro si annoiano. Quando parlo di Parigi, quando parlo di letteratura, di pittura. Non posso menzionare un nome che per me conti qualcosa senza temere che loro non l’abbiano mai sentito. Là tutto è paralizzante, e a tal punto gelido, anche d’estate, che ho sempre freddo. Lei non sa che quella gente non ha altro in testa se non le cose più primitive. Denaro, caccia, verdure, cereali, patate, legno, carbone, null’altro».

La soluzione più radicale è senza ombra di dubbio quella di Oblomov, che «non poteva ascoltare le solite conversazioni sul tale che aveva scambiato i suoi cavalli o i mobili con un altro, o sul talaltro, che aveva scambiato l’amante… e sulle conseguenze che questi scambi comportavano…», figuriamoci prenderne parte.

«Oblomov si interessava a volte a qualche novità, in una conversazione di cinque minuti; poi, ritenendosi pago, taceva. Avrebbe dovuto ripagare costoro con la stessa moneta, partecipare a ciò che li interessava. Essi vivevano in mezzo alla gente; ognuno di loro capiva la vita a modo suo, come non poteva capirla Oblomov, e volevano invischiarvi anche lui; tutto ciò non gli piaceva, gli ripugnava, non gli andava a genio».

Segue la tirata più convincente sulla odiosa futilità delle chiacchiere:

«Tutto: le continue corse, l’eterno gioco delle meschine passioni, soprattutto l’avidità, il bisogno di tagliarsi le gambe l’un l’altro, le chiacchiere, i pettegolezzi, il punzecchiarsi a vicenda, quello squadrarsi da capo a piedi; se ascolti le conversazioni, ti gira la testa, ti senti stordito. A prima vista, ti sembrano tutti intelligenti, ti par di leggere tanta dignità sui loro visi, ma appena li ascolti: “A questo hanno dato quello, questo ha ottenuto l’appalto.” “Per quale ragione, di grazia?”, grida qualcuno. “Quello ieri sera al club ha perso tutto al gioco: quell’altro ha guadagnato trecentomila rubli!”. Che noia, che noia, che noia!… Ma dov’è l’uomo? Dove si è nascosto? come fa a perdersi in queste futilità? (…). Ma che razza di vita è questa? Io non voglio saperne. Che cosa mi può insegnare? Che cosa ne ricavo? (…).

Ponderano, chiacchierano a vanvera, ma in fondo si annoiano; tutto ciò non li interessa; sotto quelle grida c’è l’eterna sonnolenza! Tutto ciò è a loro estraneo; è come se andassero in giro col cappello di un altro. Poiché non hanno niente da fare per conto proprio, si buttano di qua e di là, senza una direzione precisa. Sotto questo voler abbracciare il tutto c’è il vuoto, la mancanza di simpatia per tutto! Quanto a scegliere un modesto sentiero di lavoro, e seguirlo, scavare un solco profondo… è una cosa noiosa, insignificante; qui non serve a nulla atteggiarsi a sapientoni, e non c’è nessuno a cui buttare polvere negli occhi».

Se invece siete belli e ricchi, potete fare come l’irresistibile Darcy di Orgoglio e pregiudizio, la cui nobiltà d’animo viene non a caso scambiata per orgoglio nella società che più di tutte si fonda sul valore della chiacchiera:

«”Di sicuro non ho il talento che qualcuno ha”, disse Darcy”, di conversare con facilità con persone che non ho mai visto prima. Non riesco ad afferrare il tono della conversazione, o ad apparire interessato alle loro faccende, come spesso vedo fare”».

Oppure, se la vostra insofferenza si situa a metà strada tra la smania e il panico, affidarsi al balsamo delle parole più perfette che siano mai state dette a riguardo:

«Odio tutto ciò che non riguarda la letteratura. Mi annoio a far conversazione (anche se si riferisce alla letteratura), mi annoio a far visite, le gioie e i dolori dei miei parenti mi annoiano fino in fondo all’anima. La conversazione toglie a tutto ciò che penso la sua importanza, la serietà, la verità». (Franz Kafka, Confessioni e diari).

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