La storia degli sguardi: Don Giovanni a Catania
La storia degli sguardi: Don Giovanni a Catania
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La storia degli sguardi: Don Giovanni a Catania

«La testa di Giovanni era piena della parola donna». Siamo intorno al 1939 a Catania, al tempo della febbre spagnola che decimava i pochi maschi che la guerra non aveva già fatto fuori, e svuotava i letti di donne …Leggi tutto

«La testa di Giovanni era piena della parola donna». Siamo intorno al 1939 a Catania, al tempo della febbre spagnola che decimava i pochi maschi che la guerra non aveva già fatto fuori, e svuotava i letti di donne che dovevano pur vivere.

Giovanni Percolla, protagonista del Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati, si metteva insieme a due suoi amici fissati come lui nelle mani di Don Procopio il ruffiano, la cui eloquenza in fatto di piedini e caviglie «era potentissima in una città come Catania ove i discorsi sulle donne davano un maggior piacere che le donne stesse».

In un letto a due piazze, «sotto un largo ventaglio d’immagini sacre, il Re, Garibaldi e due enormi sposini di ritorno dalla chiesa», Giovanni faceva il suo incontro con la grama realtà di corpi trentenni e consumava l’ora pagata.

Ma alla lunga tutto ciò gli pareva una brutta copia dell’ideale. Il voyeurismo replica a sua volta un destino collettivo: «la storia più importante di Catania non è quella dei costumi, del commercio, degli edifici e delle rivolte, ma la storia degli sguardi. La vita della città è piena di avvenimenti, amicizie, risse, amori, insulti, solo negli sguardi che corrono fra uomini e donne; nel resto, è povera e noiosa».

A Roma ci dovette andare, in spedizione di maschi per vedere donne sedute ai caffè di Via Veneto, impiegate dei Ministeri che passavano strisciando i fianchi sul tavoli o sedevano alla pensilina del bus in Piazza Fiume, da dove salivano sui tram: «Sul predellino, una sedicenne alta, bruna, si accarezza il collo con la mano destra e getta nella strada uno sguardo sfavillante. I tre amici si mettono subito nel punto della strada in cui cade lo sguardo della ragazza, come si fa con certi ritratti; e, godendo quivi di una scialba e falsa attenzione da parte di lei, sprofondano i loro occhi nei suoi, sorridono, si grattano la fronte, fan cenni con la bocca e con gli orecchi».

La sfolgorante passante il cui sguardo bisogna intercettare è la donna ideale, come in certe canzoni francesi, colei con la quale in un attimo si consuma la vita: «Già l’amano, la chiamano a bassa voce con un vezzeggiativo, in un baleno vivono tutta una vita con lei: viaggi, notti insonni, amabili litigi, serate estive in terrazzo, bagni di mare con lanci di sabbia e spruzzi d’acqua. La loro fantasia non dimentica nulla: essi sentono il terribile e soave lamento con cui ella, nella camera accanto, li rende padri di un bimbo perfetto…».

Chi conosce davvero quanta malinconia c’è nel tentativo di rimorchio, quanto congedo a ogni svincolo? «Del resto, ogni volta che una donna graziosa usciva dal loro sguardo, essi si sentivano traditi e abbandonati. Un che di vedovile era sempre nel loro cuore, per le vie di Roma».

Allora perché a 36 anni Giovanni, fratello di tre sorelle zitelle, «non aveva baciato una signorina per bene», né aveva mai «sentito freddo aspettando di notte, dietro il cancello, una ragazza che, un minuto dopo lo spegnersi della lampada nella camera del padre, si avvicinasse fra gli alberi tenebrosi del giardino incespicando nella lunga camicia bianca. Non aveva scritto né ricevuto una lettera d’amore, e il ricevitore del telefono non gli aveva mai accarezzato l’orecchio con le parole “amor mio”?»

La risposta è in quella bambola comprata a Parigi da un suo amico: donna perfetta, che a sfiorarla con un dito pare di carne. È in quella massa consenziente e fredda la verità:

«Fra lui e le donne ci fu sempre una certa distanza che egli riempiva dei suoi sguardi bassi e subitanei. La sua emozione era tanto maggiore quanto maggiore diventava quella distanza. Il massimo della felicità, egli lo raggiungeva la notte, se al di sopra di un cumulo di tetti, terrazze e campanili neri, quasi in mezzo alle nuvole, si accendeva una finestrina rossa, nella quale passava e ripassava una figura di donna che, per l’ora tarda, si poteva pensare si sarebbe la poco spogliata». Nel feticismo assoluto santificato dalla distanza lo sguardo è passione e suo esaurimento.

La vicinanza è tormento, il contatto fonte di panico: «Quest’uomo, che sveniva alla vista di una caviglia, pensava con paura che un ginocchio freddo potesse sfiorarlo durante il sonno, o la porta socchiudersi, nel pomeriggio, e una testa affacciarsi dicendo: “Tu dormi troppo, Giovanni!”».

È nello sguardo l’unica soddisfazione, l’unica gloria che dall’individuo si trasmette alla storia e a redime: solo quando gli occhi dorati e turchini o forse neri di Ninetta si poseranno infine su di lui mettendogli «il miele dentro le ossa», lui sarà ridisegnato ai suoi stessi occhi. L’incantesimo, inteso come coazione vana, è rotto; la distanza tra la donna e lo sguardo annullata:

«Giovanni camminava con una certa trepidazione, a sinistra, e due passi più indietro, della signorina Ninetta, quando costei alzò il viso e rimase incantata alla vista di un personaggio evidentemente incantevole. Tutte le qualità dovevano ornare quel personaggio: bellezza, vigoria, bontà, ingegno, gioventù, se una donna lo guardava così. Morso dalla gelosia e dallo sgomento, Giovanni si volse indietro per vedere chi fosse costui. Ma dietro le sue spalle, non c’era nessuno: lo sguardo di Maria Antonietta dei Marconella terminava su di lui; quel personaggio era proprio lui. Dio degli Angeli! Giovanni aveva dimenticato del tutto che portava in sé una simile persona, la quale, mentr’egli aveva dormito e fatto con gli amici discorsi poco convenienti, s’era coperta di gloria e di bellezza, aveva scritto poemi celebri, inventato questo e quello, convertito popoli interi alla dolcezza cristiana, e sfidato, con un grido giovanile, molto simile allo strido dell’aquila al mattino, i superbi e gl’idioti».

 

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