La stanza si slarga a dismisura: uno psicotico alla mia tavola
La stanza si slarga a dismisura: uno psicotico alla mia tavola
Cultura

La stanza si slarga a dismisura: uno psicotico alla mia tavola

Adesso non farò l’elenco dei libri e delle poesie in cui compaiono gatti per dimostrare quanto siano speciali e misteriosi –  si trovano sui siti delle aziende di scatolette. Ricordo di sfuggita che per la densità del rapporto tra …Leggi tutto

 

Blake Edwards' Breakfast at Tiffany's

Adesso non farò l’elenco dei libri e delle poesie in cui compaiono gatti per dimostrare quanto siano speciali e misteriosi –  si trovano sui siti delle aziende di scatolette. Ricordo di sfuggita che per la densità del rapporto tra il loro corpo e lo spazio («la stanza dove sta il gatto si slarga a dismisura», scrive T. S. Eliot) e tra la loro diciamo psicologia e la nostra, sono stati scelti anche come oggetti di un sadismo regressivo o psicotico, rispettivamente da Giorgio Vasta ne Il tempo materiale e da Witold Gombrowicz in Cosmo.

Appare chiara come il giorno la contiguità corporea tra le loro movenze e la stupita fatticità del dorso dei libri. Già nello scegliere il nome da dare un gatto, ci misuriamo con una impresa che non direi esoterica, avendo in odio sia la parola sia i motivi per cui di solito viene usata, ma senz’altro sotto-liminale, meditativa, insieme seria e teatrale, insomma letteraria.

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Però voglio riportare due tra le espressioni più alte di questo carattere letterario dei gatti, il cui contenuto sopravanza la sapienza in materia gattesca, e riguarda un più generale modo di intendere la vita. Sono passi che segnano con ironia e esattezza lirica il significato mitologico, non pacificato, della figura di questi nostri intermediari con una specie di inconscio del mondo.

Nel primo, Burroughs scrive un’autobiografia per mezzo dell’intercessione autoriale dei suoi gatti. È un racconto di vibrazioni minime sui temi spessi della morte e della gioia. Potrei spiegare cosa è questo libro, come è fatto, solo visivamente: è The tree of life per regia gattesca.

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Ho già detto che i gatti sono come piccoli dèi del focolare, compagni psichici. «Certo, però sono di compagnia». Gli spiritelli domestici di un vecchio scrittore sono le sue memorie, i fatti e i personaggi che popolano il suo passato, reale o immaginario. Uno psicoanalista direbbe che sto semplicemente proiettando queste fantasie nei miei gatti. Sì, del tutto naturalmente e letteralmente, i gatti, quando investiti dei ruoli appropriati, fanno da schermi sensibili che riflettono atteggiamenti precisi. Questi ruoli variano, se è il caso, così un gatto può assumere parti diverse: mia madre, ma moglie Joan (…), e Denton Welch, che mi ha influenzato più di qualsiasi altro scrittore, anche se non ci siamo mai conosciuti. Forse i gatti sono per me l’ultimo legame vivente con una specie che muore.

L’altro è un reportage psicologico, un concentrato di furbizia esilarante dello scrittore più gattesco e selvatico che conosca.

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Ammetto una certa ammirazione per i gatti; isterici, psicotici solipsisti, sopracciò e fatti-in-là, sbruffoni, taciturni e ringhiosi, non si lasciano assimilare. Intellettualmente maliziosi, sedentari come un filologo, capaci di fare nulla per una vita intera, ironici e distratti, i gatti di città hanno un che di fragile, di febbrile, che mi affligge.

I gatti sono oggetti di lusso, e sono anche squilibrati.

 

 

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