La misura dell’Inferno e il girovita di Madame Bovary
La misura dell’Inferno e il girovita di Madame Bovary
Cultura

La misura dell’Inferno e il girovita di Madame Bovary

Tra il 1587 e il 1588 Galileo tenne presso l’Accademia Fiorentina le Due lezioni circa la figura, sito e grandezza dell’Inferno di Dante. Lo scopo delle lezioni era esaminare le tesi sulla struttura dell’Inferno proposte da Antonio Tucci …Leggi tutto

Tra il 1587 e il 1588 Galileo tenne presso l’Accademia Fiorentina le Due lezioni circa la figura, sito e grandezza dell’Inferno di Dante. Lo scopo delle lezioni era esaminare le tesi sulla struttura dell’Inferno proposte da Antonio Tucci Manetti, architetto e matematico fiorentino (1506), e da Alessandro Vellutello, architetto lucchese (1544) riguardo le dimensioni delle bolge.

Tenendo da parte la numerologia esoterica e i significati sotterranei di simboli superficiali, Galileo intraprende la geniale opera di enumerare, contare, sommare, rapportare i dati forniti da Dante: misure, lunghezze, proporzioni, angolazioni. Galileo cioè si pone cioè rispetto all’Inferno come i pioneri della scienza dell’epoca, compreso lui stesso, si ponevano rispetto alla Natura: osservarla e leggerla, per poi inferirne la legge; partire dagli indizi che essa offre, sottoporla alla torsione del calcolo al fine di comprenderla; usarla per decodificarla. Per farlo si concentra nello stesso tempo sulla matematica cosiddetta essoterica del testo, quella della superficie fatta di endecasillabi, terzine, cantiche, canti, fin dentro, come un telescopio, nella fibra del contenuto, nei legami tra significante e significato stabiliti nel simbolo.

C’è un libro di René Guénon, L’esoterismo di Dante, che compie un’impresa analoga, ma per così dire nell’altro verso: dal sospetto fosse un affiliato a un Ordine templare («Nel museo di Vienna si trovano due medaglie di cui l’una rappresenta Dante e l’altra il pittore Pietro da Pisa; entrambe portano sul rovescio le lettere F.S.K.I.P.F.T. Frater Sacrae Kodosh, Imperialis Principatus, Frater Templarius»), alla presenza nella Commedia di numerosi «simboli massonici» (occhio, aquila, pianeti, ecc.), alchemici e kabbalistici, fino alla teoria che per il racconto del viaggio extra-terrestre Dante avrebbe avuto accesso alle verità contenute nei testi sacri dell’Islam e in quelli vedici dell’induismo, ma non attraverso il suo maestro Brunetto Latini, che pure era vissuto in Spagna, cioè non attraverso la lettura fisica di quei testi, bensì attraverso un non ben precisato accesso privilegiato alla verità tout court: « È certo che ciò che noi troviamo in Dante è in perfetto accordo con le teorie indù e dei mondi e dei cicli cosmici ma senza tuttavia essere rivestito dalla forma che solo è propriamente indù; e questo accordo esiste necessariamente in tutti coloro che hanno coscienza delle stesse verità, qualunque sia il modo con cui essi hanno potuto averne la conoscenza».

Quanto ai numeri, sono trattati in modo ben diverso che da Galileo: «vi sarebbero per Dante tre coppie di numeri aventi un valore simbolico per eccellenza: sono 3 e 9, 7 e 22, 515 e 666. Per i due primi numeri, non vi e alcuna difficoltà: tutti sanno che la divisione generale del poema è ternaria; d’altra parte, 9 è il numero di Beatrice, come si vede nella Vita Nuova. Questo numero 9 è d’altronde direttamente collegato al precedente, poiché ne è il quadrato, e lo si potrebbe chiamare un triplo ternario; è il numero delle gerarchie angeliche, dunque quello dei Cieli, ed è anche quello dei cerchi infernali, poiché vi è un certo rapporto di simmetria inversa fra i Cieli e gli Inferni. (…).  Ed ecco apparire i famosi 515 e 666, di cui è piena la trilogia (sic): 666 versi separano la profezia di Ciacco da quella di Virgilio, 515 la profezia di Farinata da quella di Ciacco; 666 si interpongono ancora fra la profezia di Brunetto Latini e quella di Farinata, e ancora 515 fra la profezia di Nicola III e quella di messere Brunetto. Si sa poi che 666 è nell’Apocalisse il “numero della bestia”, e che ci si è dedicati ad innumerevoli calcoli, spesso fantastici, per trovare il nome dell’Anticristo, di cui deve rappresentare il valore numerico «poiché questo numero è un numero d’uomo» [Apocalisse, XIII, 18]»

Va riconosciuto a Guénon il merito di smascherare la maggior parte delle letture esoteriche e quello di distinguere questo presunto esoterismo come volontà di inserire l’eresia pagana dentro un edificio mistico, dallo sforzo, che in effetti Dante compie (come dice lui al canto IX dell’Inferno: «O voi che avete gl’intelletti sani, Mirate la dottrina che s’asconde Sotto il velame de li versi strani!») di suggerire una metafisica dentro la fisica dei versi e dell’edificio infernale. Tuttavia, laddove il testo e il metodo di Guénon rinchiude e fossilizza l’elemento magico in una gabbia che smette di essere ludica non appena ha la pretesa di essere vera, quello di Galileo invece, essendo vero e applicandosi sulla materia fittizia prodotta dal genio di Dante, fa spirare e circolare aria pulita tra i congegni nascosti.

La vertigine – caso particolare di vertigine chiasmica, o bipolare – è data a ciò: che Dante aveva costruito il suo edificio, percorso dai brividi del peccato, della redenzione e della luce, a partire dall’osservazione del mondo e dai dati numerici sulle dimensioni della Terra a lui disponibili (nel III secolo a.C. Eratostene aveva stimato una circonferenza di 256.000 stadi inviando uno schiavo a piedi da Alessandria d’Egitto a Siene contandone i passi, e Alfragano, arabo del IX secolo aveva calcolato 24.000 miglia di diametro, valutazione che indusse Colombo al famoso errore).

«Sarà dunque la sboccatura del pozzo de i giganti lontana dal centro universale un miglio ¼, ciò è un miglio, come si è detto, per la sua profondità, e braccia 750, che sono ¼ di miglio, per la grossezza del giaccio e profondità del pozzetto in cui è posto Lucifero. Seguitano poi sopra ‘l grado de i violenti 6 altri gradi, il primo de i quali contiene la città di Dite, i fossi attorno ad essa, e la palude Stige, ed è lontano da esso grado de i violenti miglia 70, quanto a punto è figurato il diametro del maggior girone; e la salita da essi violenti al superior cerchio è tale, che tanto ha di diametro nel fondo, quanto nella sommità, salvo che in alcuni luoghi finge il Poeta, per certo accidente, esser tal ripa rovinata, per una delle quali rovine si descende».

Galileo prende l’inferenza plastica di Dante e la legge attraverso il metodo sperimentale che proprio lui sta per inventare. L’operazione, scrupolosissima, è quanto mai morbosa e nevrotica – e scandalosa: si tratta pur sempre di contravvenire all’interdizione di misurare l’incommensurabile disegno divino –  non fosse altro che Inferno, Purgatorio e Paradiso danteschi non esistono per la scienza, o quantomeno (non fosse che) non sono osservabili. Ma è questo il genio letterario e mitico di Galileo: se l’Inferno è stato pensato, dovunque esso occupi uno spazio, è in rapporto con le distanze e le grandezze fisiche terrestri. Esiste per tutti noi e noi esistiamo “in” esso, come esite il girovita di Madame Bovary, e le strade senza fine che portano al Castello di Kafka.

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