Imbastigliato, ti metto insieme osso per osso. Lettere dalla galera
Imbastigliato, ti metto insieme osso per osso. Lettere dalla galera
Cultura

Imbastigliato, ti metto insieme osso per osso. Lettere dalla galera

Se il mondo fosse fatto a mia immagine, e se non ci fosse il problema del sovraffollamento che c’è, ci sarebbero tante carceri quanti sono i delitti: il carcere degli assassini – e all’interno di questo il padiglione …Leggi tutto


Se il mondo fosse fatto a mia immagine, e se non ci fosse il problema del sovraffollamento che c’è, ci sarebbero tante carceri quanti sono i delitti: il carcere degli assassini – e all’interno di questo il padiglione degli uxoricidi, dei regicidi, degli aspiranti omicidi compresi i colpevoli contro la propria persona – quello dei ladri – ladri di beni pubblici, ladri di beni privati o bestiame, apprendisti ladri – quello dei rivoltosi. Sul modello dei gironi danteschi, sì. Giusto per evitare che un detenuto, che so, per ragioni politiche si trovi a condividere la cella e i servizi igienici con un politico corrotto, o che un Gesualdo da Venosa uccisore della sposa debba mangiare insieme a un colpevole di falso in bilancio. Cosa avrebbero da dirsi? Niente. Il risultato è che le carceri sono luoghi della perdita della propria identità fino alla riduzione alla pura fisiologia e al passaggio del tempo, una specie di monachesimo diminuito, in cui il mutismo non è strumento di introspezione ma l’estrema forma di violenza.

Istituirei anche, dato che di istituti di correzione si tratta, dei corsi appositi per emendare la condotta dei rei, tipo Università del delitto, nell’ambito della quale i detenuti farebbero conoscenza l’uno con l’altro scambiandosi la propria visione degli errori commessi in passato – non mi spingo fino a considerare l’ipotesi di correzione degli errori che hanno portato all’arresto, con visioni di film di Hitchcock.

Nel corso verrebbero illustrati i precedenti illustri per ciascun delitto: sei dentro per vagabondaggio? Ah, come Jack London. E giù chili di libri da leggere. Hai sparato al tuo amante? Ah, come Verlaine. Ti sei adunato sediziosamente e agli interrogatori fai il simpatico, irritando gli inquirenti? Allora devi leggere Dostoevskij. Ti hanno beccato che cercavi di scavare un buco nel pavimento con l’aceto? Allora ti consiglio Casanova, che poi c’è riuscito, a scappare, ma dal tetto. Oppure, al contrario, per analogia o contrappasso: sei un falso invalido E un lettore di Voltaire? Allora per te abbiamo una stanza che riproduce la Bastiglia, e pasti freddi. 

In ogni caso, sarebbe un servizio reso alla civiltà.

Lo dice anche Daria Galateria nel vertiginoso catalogo dei Narratori in catene dal Settecento a ogginei tempi lunghi della galera «l’immaginazione cresce come una sequoia».

Di questi reclusi, molti guarivano dalle malattie pregresse, trovando deliziosa l’alimentazione, e finalmente liberi dagli affanni quotidiani molti scrittori hanno potuto trovare la loro ispirazione. Tra le donne, rivoluzionarie o cospiratrici, non ce n’è una che non abbia trovato quello della prigionia il periodo più libero della sua vita.

I miei preferiti sono quelli che non hanno fatto niente: il povero Apollinaire, accusato di aver rubato la Gioconda che sparì dal Louvre il 21 agosto del 1911 per mano di un futurista, o Mérimée, che ci va per il motivo meraviglioso che spiego dopo.

Nel 2008 è uscito un libro di John Berger che mi è molto caro. Sono lettere che una donna di nome A’ida scrive a Xavier, condannato a due ergastoli per attività terroristiche.

Il contenuto delle lettere è la vita quotidiana di lei che continua separata da quella di lui, ma è anche, inevitabilmente, il commento in differita dell’assenza e della separazione.

È difficile da spiegare senza leggerle, ma Berger riesce a trasformare le lettere di lei in una specie di epica della privazione e della distanza tra i loro corpi. Con l’espediente di inserire gli appunti di lui trovati sul retro dei fogli di carta azzurra scritti da lei, nei quali parla della vita in carcere, della politica, della delocalizzazione e della condizione operaia, si produce uno sfasamento continuo che forse è allegorico di una condizione amorosa più generale in cui si intrecciano colpa, indifferenza, struggimento e desiderio.

Le parole accelerano, rallentano, invertono il loro corso obbedendo alle loro fisiologie separate – quando lui è eccitato, lei magari sta lavorando – e si riuniscono in un luogo che non appartiene né al fuori né al dentro della prigione, e nemmeno al foglio che stiamo leggendo, ma è un luogo all'interno della carta.

Lei lo chiama Mi guapo, mia ala. Noi possiamo solo immaginare come la chiama lui. C’è uno scarto continuo nella costanza, che non viene risolto in struggimento o nostalgia, ma si esprime con la durezza del desiderio e della rabbia, «perché la carne chiede di essere ricongiunta». Quella di A è davvero, come la intendeva Walter Benjamin, la speranza di chi è senza speranza:

«Il futuro è costantemente con me, perché ti aspetto».

Le parti si scambiano continuamente: lei, libera, è privata di lui e del suo corpo quanto lui, recluso, lo è di lei. La vita regolare è solo un rovescio della gabbia. Reclusione e tortura non sono che gradazioni diverse della violenza del mondo.

«In prigione il corpo è spogliato del suo regno», gli dice lei. «Te lo confiscano all’entrata, come ogni altro effetto personale. E al rilascio, quando ti restituiscono l’orologio da polso, i braccialetti, il portafogli, la limetta da unghie, il regno è scomparso e va ritrovato piano piano, provincia per provincia».

Anche se «Le mie gambe e le mie braccia muoiono dalla voglia di essere viste da te, non da me», la disperazione incantata dell’assenza fa sì che «Ogni notte ti metto insieme, osso per osso, delicatamente».

[Appendice]

È il 1846, e Prosper Mérimée, di lavoro, fa l’ispettore dei monumenti storici di Francia, una specie di controllore nazionale di tutti i beni che sono sul territorio del Regno. Un giorno, nel salotto di un pittore, un professore di fisica matematica di nome Libri gli mostra un codice rarissimo di Carlo Magno. In effetti Libri è un intrighino: pare abbia rubato manoscritti e libri preziosi in svariate biblioteche nel sud della Francia, che faceva rilegare in Italia e rivendeva in Inghilterra. Mérimée fa finta di niente. La rivoluzione del ’48, con l’istituzione dell’Académie des Sciences, scoperchia i suoi affari: Libri cerca di scappare in Inghilterra. In alcune casse che non riesce a portarsi dietro vengono ritrovati un manoscritto di Dante, un Ariosto del 1524, un po’ di roba di Leonardo, lettere di imperatori. Mérimée, inopinatamente, prende le difese di Libri, affrontando un processo che lo porterà a scontare 15 giorni in prigione. Ma perché Mérimée, scrittore famoso e funzionario dello Stato, fa una cosa del genere?

Sedici anni prima, quando aveva 27 anni, Mérimée aveva deciso di scappare in Spagna, perché – come scriveva nelle lettere a Stendhal – «rischiava di innamorarsi». Lei era Mélanie Double, una fanciulla che lo ricambiava ma non tollerava la sua vita libertina. A malincuore, conscio di stare a barattare l’amore con la libertà, la abbandona a Parigi. Due anni dopo, lei diventerà la moglie di Libri.

Entrando in prigione, Mérimée disse semplicemente: «È una prova su me stesso».

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