Il tragico doppio nell’estate del litorale romano: "Fantozzi", il libro giusto per i bagni
Il tragico doppio nell’estate del litorale romano: "Fantozzi", il libro giusto per i bagni
Cultura

Il tragico doppio nell’estate del litorale romano: "Fantozzi", il libro giusto per i bagni

Qui sopra ho parlato una volta della paura del doppio, del tipo di quella che Freud nutriva nei confronti di Schnitzler, che per questo si guardava bene dall’incontrare nonostante i ripetuti appuntamenti. Ebbene: l’estate, in particolare quella curva …Leggi tutto

Ho parlato una volta della paura del doppio, del tipo di quella che Freud nutriva nei confronti di Schnitzler, che per questo si guardava bene dall’incontrare nonostante i ripetuti appuntamenti. Ebbene: l’estate, in particolare quella curva dell’estate rappresentata dallo stolido agosto, ha il potere di creare, nella bolla d’aria che ci lesina il vuoto canicolare, un incalcolabile numero di doppi, miraggi scoppiati la cui visione allucinatoria è sollecitata dalla sensibilità esacerbata.

Non è tanto il caldo, quanto una questione di ottica unita a una particolare condizione fisiologica votata al martirio e all’ipotensione. Se io fossi un eremita che si nutre di radici – volutamente non metto l’apostrofo perché l’eremita è maschio altrimenti è sposa di dio o qualche altra specie psicotica o avanzo zitellesco (ammesso che io non sia, anche, tutte queste cose messe insieme) – mi rannicchierei nella grotta al fresco e al buio fino alla caduta delle prime foglie, senza altri stimoli che non quello della fame e del letargo al contrario.

Questo perché per prismatica vocazione agosto mi mostra doppi di me ovunque, come se le sagome delle persone vive e morte fossero di colpo diventate adesive, e i contorni di ciascuna sfumassero in una indistinta unità, che mi soffoca.

Al momento in cui scrivo, il doppio di me più pericoloso è rappresentato da quello che approsimativamente si può chiamare il “prossimo spiaggiato”, quell’indifferenziato, sazio, caotico, colante individuo collettivo rappresentato dai bagnanti. Il romano sa che la città d’agosto non si svuota più come una volta, e allora per avere aria e refrigerio va al mare, sul litorale romano, cioè il luogo più popolato della terra.

La mezzaluna romana del Tirreno, che ne ha viste di tutti i colori, dalle triremi di Nerone allo sbarco alleato, niente può contro il romano odierno, che ne fa uno specchio di tutte le sue nevrosi. Il mare è un muro di gomma contro cui viaggia insulsamente sotto il sole a velocità imperscrutabili per poi sbatterci addosso e ritornare con più violenza alla propria identità, alla propria vita originaria.

E poi: la partenza – nefasti echi d’infanzia – l’abbigliamento, il disabbigliamento, le precedenze, il rituale, i piedi degli altri, la noia delle 11, l’amenza di mezzogiorno, la ridicola fame delle 13, l’inadeguatezza delle 14, la nolontà della controra, l’illogicità degli odori, la morte apparente dell’Altro perfettamente integrato, lo sbigottimento delle 15,30, il disarmo delle 17, la nullità orizzontale del tramonto, la fine dell’Umanesimo.

E tutto?, per abbronzarsi, cioè per suscitare nel nostro corpo una difesa dalla nostra follia.
Ancora una volta, è un libro a corrermi in soccorso, lifeguard gagliardo di tutta una vita. Dopo aver tanto pensato, escluso i russi per un questione di temperatura, scansato i francesi per la non-è-il-casità dell’esistenzialismo, risparmiato Kafka che è troppo per tutto figuriamoci per questo, non considerato gli americani che sono troppo americani, ho infine trovato il mio doppio attuale. Eccolo.

«Cuffia da bagno bianca in testa e asciugamano gettato con noncuranza sulle spalle. Scendendo la scala di casa con gli zoccoli scivolò al primo gradino della rampa e venne giù a valanga. Si arrestò dopo un volo di quasi settantadue metri, di fronte agli occhi allibiti del portinaio che lo salutò con grande stupore. Lui da terra rispose con uno strano sorriso. La signorina Silvani lo aspettava in un abitino rosa, sotto casa: aveva una borsa di plastica con del ghiaccio e delle birre.

“Non avremo sete” disse alzando la borsa e salì in macchina. La 500 era un forno e c’era un traffico apocalittico; arrivati ai bagni Flora girarono quasi quarantasei minuti per trovare un parcheggio. Erano stati imprevidenti: c’era gente che era arrivata alle quattro del mattino per conquistare un posto all’ombra. Altri avevano coperto le auto con frasche e teli. C’era un clima di tensione tremenda. Quasi trecentoventi macchine si muovevano in circolo coi guidatori che fingevano di gironzolare distrattamente, in realtà aspettando coi nervi a pezzi che si aprisse un varco.

Di fronte a Fantozzi quasi un miraggio: se ne andava una grossa cilindrata. Lui si fermò di colpo. Attese come un giaguaro e quando la macchina partì nel varco si scontrarono, formando un tremendo ammasso di lamiere contorte, quasi diciotto macchine. Ne seguì una guerriglia sulle alture che durò fino alle tre del pomeriggio. Fantozzi ricorda di avere anche sentito diversi colpi di rivoltella.

Entrarono al ristorante dei bagni Flora e attesero un’ora gli spaghetti. Poi Fantozzi uscì allo scoperto. Pelle bianco-latte, cuffia in testa, asciugamano sulle spalle, costume di lana rossa con cintura bianca che gli arrivava fin sotto le ascelle, gli zoccoli li aveva lasciati in cabina perché aveva i piedi tutti piagati. Sulla spiaggia non c’era posto neppure in piedi. C’erano ovunque avanzi di un’orgia di frittate e panini. Molti dormivano al sole con le bocche aperte piene di sabbia e di mosche.

Fantozzi andò verso il trampolino che era l’unico posto libero. La signorina Silvani gli gridò dalla spiaggia: “Su, un bel tuffo!”. Lui guardò sotto e vide l’abisso. Si preparò, erano vent’anni che non si tuffava. Si fece allora sulla costa un silenzio tremendo, si fermarono le auto sulle colline e da lontano si levò il rullo sommesso di un tamburo. Lui chiuse gli occhi e si lasciò cadere. Andò giù di pancia per ventisei metri e dalla spiaggia cominciarono a urlare. Quando lui toccò l’acqua si sentì come una esplosione.

Lo pescarono i bagnini e, tra due ali di bagnanti, lo portarono a casa sua in autoambulanza. Era in cuffia e aveva l’asciugamano stretto in vita perché nel tuffo aveva perso il costume. Il portinaio lo salutò come sempre con grande stupore, ma questa volta Fantozzi non rispose. Lo adagiarono sul letto lasciandolo solo. Era tutto viola e rosso. Pare, ma questo è solo un pettegolezzo, che nella notte abbia anche urlato dal dolore, ma con grande dignità».
Paolo Villaggio, Fantozzi


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