Il latte complicato che ricopre il mondo: il Libro dell’acqua di Limonov
Il latte complicato che ricopre il mondo: il Libro dell’acqua di Limonov
Cultura

Il latte complicato che ricopre il mondo: il Libro dell’acqua di Limonov

Chi ha letto il libro di Emmanuel Carrére su Eduard Limonov sarà in grado di ricostruire la cronologia e la toponomastica di questa «strana opera, in cui si affacciano ricordi geografici e coincidenze fatali». Libro dell’acqua è una biografia di …Leggi tutto

Chi ha letto il libro di Emmanuel Carrére su Eduard Limonov sarà in grado di ricostruire la cronologia e la toponomastica di questa «strana opera, in cui si affacciano ricordi geografici e coincidenze fatali». Libro dell’acqua è una biografia di Limonov scritta da Limonov stesso durante la sua detenzione nel carcere-fortezza di Lefortovo (uno degli otto libri che scriverà in ventisette mesi): scritta, però, non liricamente, sull’acqua, come il nome del poeta sepolto nell’elegante giardino el cimitero acattolico di Roma, ma intorno all’acqua, sui margini scivolosi degli appezzamenti acquei del totale 70% di cui è fatto il pianeta.

L’eccesso è per Limonov metodo e obiettivo: concentrazione bellica e dispendio erotico, negatività e incastro, sfondamento e sproporzione asimmetrica. Lo dice lui stesso nella Premessa: «lette le prime quaranta pagine del manoscritto, non vi ho trovato che guerra e donne. Mitra e sperma dentro i buchi delle femmine amate, ecco a cosa ammonta la mia ordinaria esistenza».

Come Pirgopolinice, il soldato fanfarone della commedia di Plauto, arrogante millantatore delle sue conquiste erotiche ma gabbato da schiavi e cortigiane, Limonov è costantemente immerso nel proprio orizzonte scenico, sempre al centro dei suoi pensieri che, ammette, la prigione concorre ad esasperare e a infiammare incontrollabilmente. Giocando la parte della vittima d’amore stressa lo scandalo che pensa di suscitare nel lettore in un modo talmente sazio e indifferente che il lettore stesso non avverte lo scatto di quando dall’elogio del libertinismo nonostante l’infedeltà e la disonestà delle donne passa all’elogio della violenza («Lei voleva andarsene. L’ho picchiata. C’era il sangue perfino sulle tende. Perché così non si può») e della pedofilia.

Circondato, amato, deluso e tradito da «Bohémien, anarchici, alcolisti, omosessuali, lesbiche, spacciatori di droga, madri di famiglia e prostitute», Limonov ribadisce la sua idea di lotta di classe: «Ho notato che i popoli poveri si farebbero in quattro pur di vestirsi bene. Più un popolo è ricco, più se ne strafrega di com’è vestito». Con le acque a fare da specchio al suo discorso tra lo sproloquio del folle e la logica del demiurgo, questo sfogo incessante si moltiplica e divide, come i pezzi di vetro di un caleidoscopio ad olio: l’acqua di cui parla Limonov non è la trasparente sostanza dell’attraversamento e della rifrazione, ma quella vischiosa e spessa dell’arresto e dello sprofondamento, grigia soluzione marina torbida non per condizione morale ma piuttosto per una vocazione amorale che la rende insensibile ai casi degli uomini tutti cioè, per Limonov, di sé stesso.

Stagno di Tjuren’ka, Mar Nero, Fiume Char’kov, Mar d’Azov, “Fontana a specchio”di Charkov, Bagno turco sulla via Maša Poryvaeva, Mar Nero, Danubio, Mar Mediterraneo, Tirreno (Ostia), Fontana di Trevi, Tevere, Oceano Atlantico, Fontana di Washington Square, Oceano Pacifico, Venice Beach, Tamigi…

L’istinto maniacale del fondatore del partito nazionalbolscevista (simbolo: falce e martello coi colori della svastica), odiatore seriale anche quando l’odiato è uno solo (Putin, il putinismo), nostalgico del nazionalsocialismo («Quando vai in treno dalla Francia all’Olanda smetti di provare qualunque ammirazione per le imprese della Wehrmacht: è tutto così piccolo»), di Mussolini, di Stalin e delle Brigate Rosse, è accresciuto dal vortice ribollente della sua vita, come i boati delle cascate vicino alle grotte paurose dei miti, come il grido di un sacrificio nell’aerea sacra di Siracusa, nei pressi dell’orecchio di Dionisio il tiranno.

L’acqua è specchio e maleficio, e spettatrice indifferente e perciò complice dei suoi contro-tradimenti: «Ero stato io ad andarmene, per fiondarmi nei buchi neri delle guerre e delle rivoluzioni. Non potevo resistervi, tanta era l’attrazione, tale la seduzione. Io ero nato per le guerre e le rivoluzioni, ma non ce n’erano, e solo all’età di quarantotto anni mi sono lanciato a precipizio, con un sorriso di gioia, nel loro vortice ardente e di morte. Nataša invece non aveva che il buco delle femmine. E il massimo che sapeva fare era concederne l’uso a destra e a manca». Le femmine, alcune episodiche, altre nervosamente amate per una sorta di riscatto o di giustizia, entrano e escono dall’acqua, e Limonov le guarda dalla spiaggia, in alto, mentre «i gas di scarico, l’asfalto bollente, i corpi incandescenti di molte migliaia di automobili si avvertono anche in basso, sulla riva del mare».

L’acqua non corre mai il rischio di essere alveo dell’incanto misterioso («il mare durante e dopo una tempesta odora come una botte di cetrioli») o materno, emanazione del femminile («E il Volga dondolava con il suo corpo grande e capiente di donnone acqueo flaccido, debordando contro la sua alcova fangosa»): è piuttosto sfida e prova, ambiente ruvido di iniziazione virile e coazione: «Io già nel 1972 avevo giurato di bagnarmi in tutte le acque che mi sarei trovato davanti».

Il talento puro, senza scuole, di Limonov, intesse una prosa a strattoni («Per fare il bagno era troppo freddo. Perciò mi sono tolto le scarpe, mi sono arrotolato i pantaloni fino alle ginocchia e così com’ero, con il mitra e la pistola alla cintola, con il cappotto militare dalla fodera staccabile sono entrato nell’Adriatico fino alle ginocchia, sposandomici alla maniera di un doge veneziano»), la cui grazia improvvisa produce una specie di piacere colpevole: ti trovi a godere della frase «L’acqua era fresca come latte appena munto», mentre lui medita il colpo di Stato violento o la rivolta risolutiva, insieme ai suoi inattuali compagni reclusi a Mosca in un sottoscala umido pieno di blatte e di poster di Stalin.

L’autobiografia conferma l’essere Limonov una creatura al di là del bene e del male comuni, sempre alla ricerca di una moralità inedita e personale: «Il caldo, putrido vento industriale del Mar Bianco odorava di acido solforico. Plaghe molli, vapori, macchie umide, alberi bassi senza foglie e steppose distese nere di erbe grigie, alte e marce. Mi ha assalito un desiderio di ascetismo profondo, di gelido, apostolico rigore morale».

Intanto la sporcizia, la povertà, la malsanità dei luoghi fisici e mentali frequentati da Limonov producono nel loro elenco stordente quel miracolo che Carrére è riuscito a rendere, seppure di seconda mano: la grazia e la nausea, l’abbandono e il mal di mare, e quella specie di languore sensuale – a ben vedere una forma molto complessa e politica di pietas – per il concentrato di umanità in Limonov a cui nessuno di noi può dirsi estraneo.

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