Il Gattopardo nel boudoir
Il Gattopardo nel boudoir
Cultura

Il Gattopardo nel boudoir

Nelle sterminate stanze del palazzo di Donnafugata di proprietà del Principe di Salina si annida l’erotismo più fondo della storia della letteratura. «Foresterie, appartamenti di rappresentanza, cucine, cappelle, teatri, quadrerie, rimesse odorose di cuoi, scuderie, serre afose, passaggi, scalette, terrazzini …Leggi tutto

Nelle sterminate stanze del palazzo di Donnafugata di proprietà del Principe di Salina si annida l’erotismo più fondo della storia della letteratura. «Foresterie, appartamenti di rappresentanza, cucine, cappelle, teatri, quadrerie, rimesse odorose di cuoi, scuderie, serre afose, passaggi, scalette, terrazzini e porticati» e «una serie di appartamenti smessi e disabitati»: Tancredi le esplora con Angelica, all’inizio della loro storia d’amore, che pare aver gettato su persone, cose e ambienti la sua luce ambigua, misto di verecondia e «esaltata sensualità».

Persino le architetture un tempo austere («il palazzo era stato ottant’anni prima un ritrovo per quegli oscuri piaceri nei quali si era compiaciuto il Settecento agonizzante»), con le loro decorazioni rococò, con le loro «curve impreviste», «evocavano anche distese e seni eretti; l’aprirsi di ogni portale frusciava come una cortina di alcova».

Tra gemiti brevi e l’invisibile «galoppo dei topi al di sopra dei soffitti», i due giovani giocano a rincorrersi (è la plastica esterna, più vicina all’infanzia che alla maturità, di un istinto trattenuto); ma «l’eros era sempre con loro, malizioso e tenace». Rinchiudendosi dietro questa o quella porta all’oscuro degli altri che neanche li cercano più, generano una «sinfonia di desideri che in quel novembre percorreva tutto il palazzo e si mescolava al mormorio delle fontane, allo scalciare dei cavalli in amore nelle scuderie ed al tenace scavare di nidi nuziali da parte dei tarli nei vecchi mobili».

In questa corrente, in questa navigazione senza vista alla scoperta di un Nuovo Mondo, sono due le scoperte che faranno salir loro il cuore in gola. La prima, romantica: 4 carillon, di cui tre rotti, e uno che libera «una musichetta gracile, tutta in toni acuti, argentini: il famoso Carnevale di Venezia». È facile per loro abbandonarsi a questa corta enfasi: «essi ritmarono i loro baci in accordo con quei suoni di gaiezza disillusa; e quando la loro stretta si allentò si sorpresero nell’accorgersi che i suoni erano cessati da tempo e che le loro espansioni non avevano seguito altra traccia che quella del ricordo di quel fantasma di musica».

Ma è la seconda scoperta, che il lettore apprende col cuore in gola di chi ha capito qualcosa che uno dei due, Angelica, non può comprendere, a togliere il fiato: dietro un armadio, scoprono una porta segreta che dà in un «appartamentino vezzoso e strambo, sei piccole camere raccolte attorno ad un salotto di mediocre grandezza, tutte, e il salotto stesso, con pavimenti di bianchissimo marmo, un po’ in pendio, declinanti verso una canaletta laterale». Sulle pareti, «grandi specchi attoniti, appesi troppo in giù, uno fracassato da un colpo quasi nel centro, ciascuno col contorto reggi-candele del Settecento».

Tutto intorno divani, caminetti con «nudi parossistici». È un boudoir. Lo perlustrano, toccano appena gli oggetti che a momenti si sfanno sotto le loro dita. Tancredi tace. Angelica vuole aprire un armadio: «Era profondissimo ma vuoto, tranne che per un rotolo di stoffa sudicia, ritto in un angolo». Tancredi lo svolge: «dentro vi era un fascio di piccole fruste, di scudisci in nervo di bue, alcuni con manici in argento, altri rivestiti sino a metà da una graziosa seta molto vecchia, bianca a righine azzurre, sulla quale si scorgevano tre file di macchie nerastre: ed attrezzini metallici, inspiegabili». È il Settecento, in tutta la sua sconcezza. Tancredi ne ha paura, «anche di sé stesso»: comprende «di aver raggiunto il nucleo segreto centro d’irradiazione delle irrequietudini carnali del palazzo». «Andiamo via, cara, qui non c’è niente d’interessante», le dice, e che sta mentendo si apprende nella scena successiva.

In un’altra ala del palazzo, scoprono la cella in cui espiava i suoi esercizi fisico-spirituali il Duca-Santo, un avo della famiglia in odore di santità. Lì, ai piedi di un crocifisso enorme, scoprono un altro frustino, «di carattere ben diverso»: è la “disciplina”, «una frusta col manico corto, dal quale si ripartivano sei strisce di cuoio ormai indurito, terminanti in sei palle di piombo grosse come nocciole».

Tancredi guarda Angelica, «bella ma vacua», inginocchiata davanti al «cadavere divino» a baciargli i piedi, e la sua mente sottile fa un’analogia fulminante tra quella frustra, con cui l’avo si cavava il sangue che doveva benedire quelle terre, e la donna che sta per sposare per riprendersi quelle stesse terre, ora appartenenti al padre di lei. «Vedi», le dice, «tu sei come quell’arnese lì, servi agli stessi scopi». E le mostra «la disciplina»; ma «poiché Angelica non capiva» e «alzato il capo sorrideva», Tancredi si china su di lei, e «così genuflessa» com’è, le dà «un aspro bacio che la fece gemere perché le ferì il labbro e le raschiò il palato».

 

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