Il gatto e il sogghigno: il cerchio magico della letteratura
Il gatto e il sogghigno: il cerchio magico della letteratura
Cultura

Il gatto e il sogghigno: il cerchio magico della letteratura

Tu stai leggendo qualcosa, nella quiete eccitata che sempre ti dà la lettura, e a un certo punto ti imbatti in quella cosa lì. La riconosci subito: sei allenato a identificarne la forma da una riga all’altra; la …Leggi tutto

 

Tu stai leggendo qualcosa, nella quiete eccitata che sempre ti dà la lettura, e a un certo punto ti imbatti in quella cosa lì. La riconosci subito: sei allenato a identificarne la forma da una riga all’altra; la vedi, che si stiracchia sorniona, la senti palpitare sotto le dita. Non somiglia per niente a quella spazzatura mistica new age zen tao haiku à la Coelho, che i tuoi occhi liquiderebbero con un battito di ciglia a mezza palpebra; le sue intenzioni non sono didattiche e non è lì a farti la morale, anzi: sembra dirti, come il gatto ad Alice, «Devi essere matta, altrimenti non saresti arrivata fin qui».

Gli atei, i non credenti di ogni specie, i positivisti, gli illuministi, i post-illuministi e gli illuministi-dialettici, gli scettici e gli gnostici, i materialisti storici e non, capiranno di cosa sto parlando. Più che forme esoteriche sono esorcistiche, e più che esorcistiche endorcistiche. Suscitatrici di demoni e fantasmi, ti urtano l’animo senza bisogno di nominare l’anima. Richiamano quello che non c’è e che non può venire. Costruiscono una tensione interna al libro, una specie di impalcatura fatta coi magneti, e il mistero che sprigionano è – anche se avevi 5 a fisica lo sai – un campo di forze.

Succede, in pratica, questo: a un certo punto avverti distintamente che quello che stai leggendo non vuol dire solo quello che stai leggendo, ma altro; non è un effetto messo in atto dalla potenza delle metafore, e nemmeno da altre figure retoriche: affiorano così chiaramente nel testo che, allenato come sei, le identifichi e le completi in mezzo secondo. No, è qualcos’altro. È una specie di coercizione che ti viene perpetrata al fine di farti ipotizzare che l’autore stia dicendo ben altro che quello che leggi, e che non lo faccia perché tu possa capire, al contrario: forse percepisci la sua intenzione di farti capire il meno possibile nel recondito ma nemmeno tanto desiderio di essere scoperto tipico dei serial killer.

Ti accorgi d’un tratto, troppo tardi, di essere finito dentro un rito di occultamento e disvelamento di un mistero, che riguarda solo l’autore e la sua mente, e questo provoca in te meraviglia, stupore, attesa e quel particolare sentimento tra la profanazione e l’orgoglio dell’iniziato che i racconti di Poe creano al solo tenerli tra le mani.

Per le menti più elevate, questa tensione esonda il singolo libro e aggrega con la sua forza un complesso di testi affini – affini non solo per intertestualità, cioè non solo in senso enciclopedico, ma, appunto, affini in un rapporto di forze reciproche, come Io a Giove – e carica della sua clandestina sollecitazione persino il luogo in cui li leggiamo. È quello che sentiva Walter Benjamin nel «cerchio magico» della Bibliothéque Nationale, a cui a stento riusciva a sottrarsi e allontanandosi dal quale temeva che qualcosa di spaventoso potesse succedergli.

L’accusa che in una lettera drammatica gli mosse Adorno a riguardo lo ferì molto: la frase che coglieva nel segno (vado a memoria) suonava più o meno:

L’indifferenza tra magia e positivismo deve essere liquidata. La filologia è l’ispezione di un testo che fissa magicamente il lettore su di esso. Tocca alla filosofia di esorcizzare l’elemento magico.

(In realtà queste sono le parole della risposta di Benjamin che spiegava a Adorno cosa volesse realmente dire con la sua lettera).

Stando a questo, quando noi leggendo ci imbattiamo in questo “elemento magico” dovremmo, come filologi in minore, combatterlo, dissiparlo, smontarlo con la filosofia, che poi Adorno precisa essere quella materialista-storica.

Eppure, eppure…

Io tengo troppo a quella specie di emicrania del testo, a quel cerchio che pulsa attorno alle sue tempie creando un richiamo in altri libri e lettere e poesie. È una nevralgia che non trae la sua forza dall’irrazionale, al contrario: si alimenta e alimenta a sua volta il massimo voltaggio della razionalità. La letteratura che ne è intrisa sprigiona da sé, come il ragno la bava, un’architettura solida di trasparente tensegrità.

Quando Alice riflette: «Perbacco! Avevo visto spesso dei gatti senza sogghigno. Ma non avevo mai visto sogghigni senza gatto», parla proprio di questo: è proprio questo legame tra gatto e sogghigno che mi interessa.

Mille pagine di Heidegger o, per restare nella magnitudo stellare, di Feuerbach, o di Spinoza, mi sciacquano tiepide le cervella in confronto al modo in cui mi si accartoccia la dura madre intorno a una frase di Amleto, o, ancora di più, intorno alla frase di Kafka che nella Lettera al padre dice

«in me c’è un fondo kafkiano, ma tu sei un vero Kafka».

A proposito, voglio fare finalmente un esempio concreto di quello spazio misterioso e contratto che sfiora in me, che sono del tutto indifferente ai richiami esplicitamente trascendentali, la coercizione magica, ed è questo.

Avete presente il racconto di Kafka Il messaggio imperiale? (o dell’Imperatore). Lo riporto qui

L’imperatore – così si racconta – ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero al letto, sussurrandogli il messaggio all’orecchio; e gli premeva tanto che se l’è fatto ripetere all’orecchio. Con un cenno del capo ha confermato l’esattezza di quel che gli veniva detto. E dinanzi a tutti coloro che assistevano alla sua morte (tutte le pareti che lo impediscono vengono abbattute e sugli scaloni che si levano alti ed ampi son disposti in cerchio i grandi del regno) dinanzi a tutti loro ha congedato il messaggero. 

Questi s’è messo subito in moto; è un uomo robusto, instancabile; manovrando or con l’uno or con l’altro braccio si fa strada nella folla; se lo si ostacola, accenna al petto su cui è segnato il sole, e procede così più facilmente di chiunque altro. Ma la folla è così enorme; e le sue dimore non hanno fine. Se avesse via libera, all’aperto, come volerebbe! E presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! Ancora cerca di farsi strada nelle stanze del palazzo più interno; non riuscirà mai a superarle; e anche se gli riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; dovrebbe aprirsi un varco scendendo tutte le scale; e anche se gli riuscisse, nulla sarebbe ancora raggiunto: c’è ancora da attraversare tutti i cortili; e dietro a loro il secondo palazzo e così via per millenni; e anche se riuscisse a precipitarsi fuori dell’ultima porta – ma questo mai e poi mai potrà avvenire – c’è tutta la città imperiale davanti a lui, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di lì e tanto meno col messaggio di un morto. Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera.

Che vuole da te l’Imperatore? Cosa deve dirti? Perché il messaggero non può raggiungerti? Perché, da cosa, la via gli è sbarrata? Di che ostacoli sta parlando K, di quale allusiva superstizione è vittima il messaggero e, con lui, tu? (tu destinatario di un messaggio che non leggerai mai e del messaggio di K che invece stai leggendo e che ti avverte della tua impossibilità).

La pulsazione dell’aura che questo racconto crea sulla sua testa rimanda ad altro, alla biografia rintanata di K. Se Il messaggio imperiale è il sogghigno, bisogna trovare il gatto. Eccolo: è un passo della Lettera al padre.

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Perché allora non mi sono sposato? C’erano alcuni ostacoli, come in ogni situazione, ma la vita consiste proprio nel superarli. L’ostacolo principale, purtroppo indipendente dal singolo caso, era però che con tutta evidenza io sono spiritualmente inadatto al matrimonio. Prova ne sia che nell’attimo in cui decido di sposarmi non riesco più a dormire, la testa mi arde notte e giorno, non vivo più, barcollo disperato. (…).

È il generale tormento dell’angoscia, della debolezza, del disprezzo per me stesso. Voglio cercare di spiegarmi meglio: nei miei tentativi di sposarmi, nel rapporto con te, si scontrano, con forza inusitata, due elementi in apparenza contrapposti. Il matrimonio è senza dubbio la garanzia di autoliberazione e indipendenza assolute. Avrei una famiglia, a mio modo di vedere l’obiettivo più alto che si possa raggiungere, e quindi anche l’obiettivo più alto che hai raggiunto tu, saremmo pari, ogni antica vergogna e tirannia apparterrebbero al passato.

Sarebbe davvero fantastico, ma proprio qui appunto c’è già qualcosa di sospetto. È troppo, è irraggiungibile. È come se un prigioniero avesse non solo l’intenzione di evadere, un obiettivo tutto sommato raggiungibile, ma anche e allo stesso tempo, di trasformare la prigione nella sua residenza estiva. (…) Voler uscire da questa situazione rasenta perciò la follia che punisce così quasi ogni mio tentativo.

 

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