Edoardo Frittoli

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L'impatto della guerra su una pacifica valle delle Dolomiti che il 24 maggio 1915 si trovò improvvisamente inglobata nel fronte. I caso della Val Comelico nell'Alto Cadore nelle immagini e nei documenti raccolti nel libro di De Donà-Teza-Pomerè-Tonon "1915-1918 La Guerra alle porte" (Dbs Edizioni) descrive una Grande Guerra vista dalle retrovie, vissuta e subìta fianco a fianco da militari e civili, soffermandosi in particolare sull'impatto che il conflitto avrà proprio su questi ultimi. 

Dalla pace alla guerra

Come altre realtà dell'arco alpino, il Comelico aveva vissuto una sua Belle Epoque in cui lo sviluppo turistico era progredito parallelamente ad un tasso migratorio proporzionale alla crescita demografica stimolata dal maggior benessere e dall'attrattiva di migliori condizioni salariali offerti dallo sviluppo industriale della pianura.

L'ingresso in guerra dell'Italia creò dunque una grave rottura con il recente passato della valle che univa, attraverso il Passo di Monte Croce Comelico, i cittadini italiani e il futuro nemico Austroungarico della Val Pusteria, fino ad allora pacifico vicino di pascolo.

Il sentore dell'avvicinarsi della tragedia si era già avvertito in Comelico nei mesi precedenti la dichiarazione di guerra, con la presenza degli Alpini della 68a Compagnia del Battaglione "Cadore" sin dai primi mesi del 1915 impegnata in attività di ricognizione del territorio in previsione della costruzione di infrastrutture difensive.

I lavori di sbarramento del settore Sesto-Landro-Valparola iniziarono poco prima, il 16 maggio 1915 coordinati dagli uomini del Generale Nava (4° Corpo d'Armata con comando ad Auronzo di Cadore) e proseguirono fin oltre il fatidico 24 maggio.

La gente del Comelico tra guerra e privazioni

La popolazione del Comelico ebbe subito a conoscere la paura per la presenza dei militari italiani nella valle, a causa dei sospetti di spionaggio sollevati dai comandi a causa dei radicati contatti con la popolazione della Val Pusteria austroungarica. Diversi furono gli arresti di civili e i trasferimenti in carceri militari lontani dalla valle nei primi mesi di guerra.

Come avvenuto lungo tutto il fronte italiano, i ritardi strategici e logistici del Regio Esercito furono determinanti per i vantaggi del nemico, che anche nel caso dell'Alto Cadore fu in grado di conquistare le cime e le postazioni più elevate e vantaggiose, tenendo i paesi di Sappada Padola e Dosoledo sotto il tiro dell'artiglieria pesante.

Questa situazione fu alla base della decisione di evacuare la popolazione delle zone più esposte all'attività del nemico, con tutte le drammatiche conseguenze che ne derivarono. Ai civili veniva vietato il transito e il lavoro nei boschi e nei campi interessati alle operazioni militari, nonché l'uso di binocoli e macchine fotografiche. Ma l'aspetto più tragico fu quello delle requisizioni operate dai militari italiani per le esigenze di guerra. Fu praticata la cosiddetta "transumanza forzata" dei bovini destinati ai centri di ammasso più a valle ed il sequestro della fienagione per il mantenimento dei capi di bestiame.

Alla vigilanza delle operazioni di requisizione furono preposte le Amministrazioni locali che si trasformarono di fatto in azioni coercitive nei confronti della comunità locale, per cui chi si rifiutava di consegnare "volontariamente" i beni richiesti dall'Esercito subiva l'esazione forzata senza alcuna forma di rimborso.

Il lavoro delle donne

Nei paesi della Val Comelico, svuotati della popolazione maschile sotto le armi, fu largamente impiegata la manodopera civile con larga partecipazione delle donne, che furono impiegate a sostituire gli uomini nei lavori dei campi ed utilizzate dai militari per il confezionamento di vestiario per gli uomini al fronte. Infine le donne del Comelico furono obbligate all'estenuante lavoro di sgombero della neve, che cadde copiosa nel primo lunghissimo inverno di guerra. Il decreto Cadorna stabilì infine il sequestro anche di parte delle produzione locale di ortaggi, riducendo di fatto la popolazione del Comelico vicina alla fame. Quanto rimaneva a disposizione dei civili era per di più razionato e l'anno successivo sarà vietata anche la caccia. In questo periodo saranno molte le famiglie della valle a scrivere lettere disperate al re soldato, che non avranno per lo più risposta.

Cadono le bombe

Poco dopo l'ingresso in guerra, alla disperazione della popolazione si aggiungerà il terrore dei bombardamenti austriaci, anticipati dal volo di alcuni ricognitori della Flik decollati dalla Val Pusteria, che fornirono le coordinate ai cannoni puntati dalle alture della Croda Rossa di Sesto. I tiri contro i paesi del Comelico iniziarono già nel luglio del 1915, provocando danni limitati a causa dell'imprecisione del puntamento, ma contribuirono a peggiorare le condizioni di vita già pesantemente provate degli abitanti di Sappada, Dosoledo e Padola. Nello stesso periodo gli Alpini del "Cadore" erano stati inquadrati dagli obiettivi degli aeroplani nemici mentre si trovavano a Cima Sappada, richiamando il fuoco dei cannoni da 152 che colpirono anche le malghe della zona generando la fuga della popolazione civile.

Furono requisite anche  le strutture alberghiere dell'alta valle, soprattutto per dare alloggio ai Comandi e agli ufficiali, che si acquartierarono negli hotel Aquila d'Oro di Santo Stefano di Cadore e Kratter di Sappada, che fino a pochi mesi prima avevano accolto gli ozi della nascente borghesia nelle villeggiature estive ed invernali.

Le opere di difesa nelle retrovie del Comelico

Tra i principali lavori svolti dalla popolazione civile del Comelico nell'estate del 1915 ebbero un posto preponderante i lavori stradali coordinati dal Genio militare, in particolare il riattamento e l'allargamento della rete stradale di collegamento tra fronte e retrovie. I civili saranno inoltre impiegati nella costruzione di baraccamenti, di magazzini, e dal 1916 di trinceramenti difensivi. Particolare il caso delle portatrici, le donne incaricate di trasportare i reticolati di filo spinato fino alle trincee più avanzate.

Nella zona operava anche un ospedale miltare avanzato, l'Ospedale da Campo n.039, che fu attivo sin dai primi mesi del conflitto. La presenza della struttura sanitaria militare sarà un'ulteriore fonte di rischio per i civili della zona, in quanto l'ospedale ospitava pazienti spesso colpiti da malattie infettive (sopra tutti la febbre tifoide) per cui fu necessario da parte delle autorità locali emanare decreti di prevenzione sanitaria sulla pulizia delle abitazioni, dei luoghi pubblici e sull'igiene personale.

All'ospedale militare si aggiungerà un'altra struttura costruita con l'ausilio della manodopera civile: il campo di concentramento dei prigionieri di guerra di Santo Stefano di Cadore, principale centro all'imbocco della Val Comelico. Oltre agli edifici militari fu costruita dal Genio Teleferisti (una compagnia era di stanza nella valle) la rete di impianti di trasporto a fune che collegava i principali magazzini del fondovalle con le trincee in quota, fungendo anche da mezzo di evacuazione dei feriti.

L'ultima "grande opera" realizzata sugli ampi prati della valle in guerra sarà rappresentata dalle due piste di atterraggio di emergenza per gli aerei italiani impegnati nella ricognizione: uno nel comune di Sappada, l'altro in quello di Padola. Furono in servizio durante tutto l'anno, con i civili e i Genieri impegnati nella loro manutenzione e pulizia dalla neve abbondante che li copriva per buona parte dell'anno.

Alla fine della guerra la Val Comelico conterà 238 caduti dal 1915 alla vittoria del 1918, ai quali si aggiungeranno i feriti ritornati spesso invalidi e mutilati ed i parenti morti per lo strazio di aver perso i propri figli combattendo un nemico che era stato anche il proprio vicino.

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