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Instagram, la nuova opzione Meta AI che può “clonarti”: come disattivarla e proteggere le tue foto

Instagram, la nuova opzione Meta AI che può “clonarti”: come disattivarla e proteggere le tue foto

Con Muse Image, Meta permette di citare profili Instagram pubblici nei prompt e usare le loro foto come riferimento per creare nuovi contenuti. Una funzione che si può disattivare, ma che riapre il nodo del controllo sulla nostra identità digitale

Per anni abbiamo pensato che il rischio di Instagram fosse essere guardati troppo. Adesso il problema cambia forma: non riguarda più soltanto chi vede le nostre foto, chi le salva, chi le commenta o chi le condivide, ma chi può usarle come materia prima per creare qualcosa che non è mai accaduto. Una scena nuova, un’immagine nuova, un contesto nuovo. Con dentro, però, la nostra faccia, il nostro corpo, il nostro profilo pubblico, la nostra identità digitale.

È questo il punto più delicato del lancio di Muse Image, il nuovo modello di generazione immagini presentato da Meta, la società di Mark Zuckerberg che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp. Ufficialmente è un passo avanti nella creatività assistita dall’intelligenza artificiale: si scrive un prompt, si chiede all’AI di creare o modificare un’immagine, si ottiene un contenuto pronto da condividere nelle app dell’ecosistema Meta. Ma dentro il comunicato c’è una frase che ha acceso l’allarme tra utenti ed esperti di privacy: sarà possibile menzionare account Instagram nei prompt e portare quei profili dentro le immagini generate dall’AI.

In altre parole, se un profilo Instagram è pubblico, le sue foto possono diventare un riferimento visivo per una nuova creazione artificiale. Non è il vecchio repost, non è il tag in una Storia, non è lo screenshot di una fotografia già esistente. È un passaggio ulteriore: l’immagine pubblicata anni fa per raccontare una vacanza, un lavoro, una serata, una campagna, un momento familiare, può essere utilizzata per costruire un contenuto diverso, plausibile, realistico, ma generato.

Il punto, però, non è soltanto la privacy intesa nel senso classico del termine. Non si tratta più solo di proteggere una foto, impedire un download, evitare un repost non autorizzato o limitare la visibilità di un profilo. Con l’intelligenza artificiale generativa entra in gioco qualcosa di più profondo: l’identità digitale. Cioè l’insieme delle immagini, dei gesti, delle pose, dei luoghi, degli abiti, delle espressioni e dei frammenti di vita che negli anni abbiamo consegnato alle piattaforme e che oggi possono diventare materia prima per creare versioni nuove, artificiali e potenzialmente fuori controllo di noi stessi.

Per questo Muse Image non va letto soltanto come l’ennesimo strumento creativo lanciato da Meta. Va letto come un cambio di fase. Fino a ieri pubblicare una foto significava accettare che quella foto potesse essere vista, commentata, salvata o condivisa. Oggi può voler dire anche permettere che quell’immagine contribuisca a generare qualcosa che non abbiamo mai fatto, mai detto, mai vissuto, ma che può assomigliarci abbastanza da sembrare credibile.

La funzione che trasforma Instagram in un archivio per l’AI

Meta presenta Muse Image come il suo primo modello di generazione immagini sviluppato da Meta Superintelligence Labs e integrato in Meta AI. Il sistema permette di creare immagini da zero, modificare fotografie già esistenti, combinare riferimenti visivi, usare preset creativi e ottenere contenuti da scaricare o condividere direttamente nelle chat, nelle Storie o nel feed.

La funzione più discussa, però, è quella legata agli account Instagram. Meta spiega che gli utenti possono “@menzionare” profili Instagram nell’app Meta AI per portarli dentro le proprie immagini. Secondo la società, taggare uno username consente all’intelligenza artificiale di usare foto pubbliche per costruire un visual pronto da postare.

È qui che la promessa creativa diventa una questione di controllo. Fino a ieri un profilo pubblico significava accettare che chiunque potesse vedere quelle immagini. Oggi il confine si sposta: pubblico non vuol dire soltanto visibile, ma potenzialmente riutilizzabile da un sistema generativo. E la differenza è enorme, perché una cosa è mostrare una foto, un’altra è permettere che quella foto contribuisca a creare un contenuto nuovo.

Perché Muse può diventare un problema

Il problema non è soltanto tecnologico, ma culturale. Instagram è stato costruito sull’idea che le immagini raccontassero qualcosa di noi: la vita privata resa estetica, il lavoro reso riconoscibile, la presenza sociale trasformata in archivio visivo. Con l’intelligenza artificiale generativa, quello stesso archivio può cambiare funzione. Non serve più solo a rappresentarci, ma anche a ricrearci.

Per i creator, gli influencer, i giornalisti, gli artisti, i professionisti e più in generale per chiunque abbia un profilo pubblico, il punto è evidente. Il volto, lo stile, gli abiti, le pose, i luoghi frequentati e il modo in cui una persona si presenta online possono diventare elementi da combinare in una nuova immagine. Anche quando il risultato non viola esplicitamente le regole della piattaforma, resta una domanda gigantesca: chi decide in quale contesto può comparire la nostra identità?

Meta sostiene che Muse Image sia stato costruito con controlli e barriere di sicurezza e che i contenuti contrari agli standard della community possano essere rimossi o segnalati. Ma la preoccupazione non riguarda soltanto gli abusi più estremi. Riguarda la normalizzazione di un principio: se il tuo profilo è pubblico, il sistema può trattarlo come materiale creativo disponibile, salvo tua decisione contraria.

Il vero problema non sono le foto, ma l’identità digitale

La nostra identità digitale non è più soltanto il profilo che costruiamo online. È diventata un archivio di dati visivi su cui le piattaforme possono lavorare. Ogni fotografia pubblica dice qualcosa: come ci vestiamo, come sorridiamo, dove andiamo, con chi siamo, che stile abbiamo, quali oggetti ci circondano, quali ambienti frequentiamo. Presi singolarmente, questi dettagli sembrano innocui. Messì insieme, però, compongono una rappresentazione precisa di una persona.

L’intelligenza artificiale generativa cambia il modo in cui quella rappresentazione può essere usata. Non si limita a recuperare un’immagine esistente, ma può produrne una nuova. Non mostra semplicemente quello che abbiamo pubblicato, ma può immaginare altro a partire da ciò che abbiamo pubblicato. È qui che la questione diventa delicata: il confine tra presenza online e simulazione dell’identità si fa sempre più sottile.

Per un personaggio pubblico, un giornalista, un creator, un artista o un professionista, il rischio è evidente. Ma il tema riguarda tutti. Perché tutti, in misura diversa, abbiamo costruito negli anni un doppio digitale fatto di fotografie, tag, luoghi, espressioni, abitudini e relazioni. E quel doppio, oggi, può essere riutilizzato da strumenti che non si limitano a raccontarci: possono ricrearci.

È per questo che parlare di “clonazione” dell’immagine personale, pur con tutte le virgolette del caso, rende l’idea meglio di molte formule tecniche. Non si tratta necessariamente di una copia perfetta, né di un deepfake in senso stretto. Si tratta però della possibilità di usare un profilo pubblico come riferimento per produrre immagini nuove, in cui una persona può essere evocata, ricostruita, inserita in scenari generati artificialmente. E in un ecosistema in cui le immagini circolano più velocemente delle smentite, anche una somiglianza credibile può bastare a creare confusione.

Il nodo dell’opt-out

Ed è proprio questo il punto più controverso. La protezione non nasce come consenso preventivo, ma come rinuncia successiva. Se l’utente non vuole che i propri contenuti pubblici vengano usati per questo tipo di funzioni AI, deve intervenire manualmente nelle impostazioni.

La logica è quella dell’opt-out: non ti viene chiesto prima se vuoi partecipare, devi essere tu a scoprire l’esistenza della funzione e a disattivarla. È un meccanismo che negli ultimi anni è diventato familiare in molte piattaforme digitali, ma che nel caso dell’identità visiva produce un effetto particolarmente sensibile. Perché non stiamo parlando soltanto di dati astratti, preferenze, cronologie o interazioni. Stiamo parlando di facce, corpi, persone, bambini eventualmente presenti in foto pubbliche caricate da adulti, ambienti privati finiti negli anni dentro un profilo aperto.

Secondo quanto riportato dai media internazionali, gli account privati e quelli appartenenti a utenti minorenni sarebbero esclusi automaticamente. Ma questo non chiude il problema. Da un lato, molti utenti adulti mantengono profili pubblici per lavoro, reputazione o semplice abitudine. Dall’altro, un minore può comunque comparire nelle foto pubbliche di un adulto, per esempio in immagini familiari, scolastiche, sportive o di vacanza.

La questione, quindi, non riguarda solo chi usa Instagram per lavoro o chi ha migliaia di follower. Riguarda chiunque abbia lasciato nel tempo una traccia visiva pubblica online. Perché l’identità digitale non è fatta soltanto dai contenuti che pubblichiamo oggi, ma anche da quelli che abbiamo dimenticato di avere pubblicato ieri.

Come disattivare l’uso delle foto Instagram per l’AI di Meta

Chi ha un account privato, al momento, non dovrebbe dover fare nulla: le foto non sono pubbliche e non dovrebbero essere disponibili per questo tipo di riutilizzo. Chi invece ha un profilo pubblico e non vuole renderlo privato deve controllare le impostazioni dell’app.

Il percorso indicato è questo: bisogna aprire Instagram, andare sul proprio profilo, toccare il menu con le tre linee in alto a destra e cercare la sezione “Condivisione e riutilizzo”, in inglese “Sharing and reuse”. All’interno dovrebbe comparire una voce legata alla possibilità di permettere ad altre persone di riutilizzare i propri contenuti su Instagram e con le funzioni AI di Meta. A quel punto vanno disattivati i toggle relativi a post e Reels.

La formulazione può cambiare a seconda della versione dell’app e del Paese, e non tutti gli utenti potrebbero vedere subito l’impostazione, perché il rollout della funzione è progressivo e parte dagli Stati Uniti e da Paesi selezionati. Proprio per questo, però, il consiglio è controllare periodicamente: il fatto che l’opzione non compaia oggi non significa che non possa comparire nelle prossime settimane.

C’è un altro dettaglio importante. Disattivare l’impostazione serve a impedire usi futuri, ma non elimina necessariamente eventuali immagini AI già create prima dell’opt-out. La protezione, quindi, non è retroattiva. Anche questo contribuisce a rendere il tema meno banale di quanto possa sembrare.

Non basta più chiedersi chi vede le nostre foto

La nuova funzione di Meta arriva in un momento in cui tutte le grandi piattaforme stanno cercando di trasformare l’intelligenza artificiale generativa in un’abitudine quotidiana. Non più un servizio esterno da aprire quando serve, ma una presenza incorporata dentro le app che già usiamo per messaggi, foto, video, acquisti, pubblicità, lavoro e intrattenimento.

Il punto, però, è che l’AI generativa non si limita a organizzare ciò che esiste. Lo rielabora. Lo ricompone. Lo imita. Lo trasforma in qualcosa di nuovo. Per questo la domanda decisiva non è più soltanto “chi può vedere le mie foto?”, ma “che cosa può essere fatto con le mie foto?”.

Instagram ha sempre vissuto su una tensione ambigua tra esposizione e controllo. Pubblicare significava rendersi visibili, ma dentro un perimetro riconoscibile: il proprio profilo, il proprio feed, il proprio pubblico. Ora quel perimetro diventa più poroso. Una fotografia non resta necessariamente dove l’abbiamo messa. Può diventare un elemento dentro un prompt, una tessera dentro una composizione, una faccia dentro una scena generata.

È questa la vera notizia. Non il fatto che esista un nuovo generatore di immagini, perché ormai ogni grande azienda tecnologica ne ha uno. La notizia è che la materia prima di quel generatore può essere la nostra vita pubblicata online, e che per sottrarsi bisogna sapere dove guardare.

Il punto non è avere paura dell’intelligenza artificiale. Il punto è capire che la protezione della propria immagine online non può più fermarsi alla domanda più semplice: “chi può vedere le mie foto?”. La domanda nuova è un’altra: “che cosa può essere generato a partire dalle mie foto?”.

È qui che Muse Image diventa una notizia più grande della singola funzione. Perché racconta il passaggio da un web in cui la nostra identità veniva osservata a un web in cui può essere ricostruita. E, forse, è proprio questa la nuova frontiera della privacy: non soltanto decidere cosa mostrare, ma conservare il controllo su ciò che può essere creato usando noi come punto di partenza.

Per chi ha un profilo Instagram pubblico, il consiglio è semplice: controllare subito le impostazioni. Non per panico, ma per consapevolezza. Perché la privacy, nell’era dell’intelligenza artificiale, non riguarda più soltanto ciò che decidiamo di nascondere. Riguarda anche ciò che abbiamo già mostrato, magari anni fa, senza immaginare che un giorno sarebbe potuto diventare un’immagine mai scattata.

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