I Gap (Gruppi di Azione Patriottica) avrebbero dovuto prendere d'assalto la sede della Gestapo di via Tasso, ma i sistemi difensivi del carcere nazista dove erano rinchiusi i prigionieri politici appariva impenetrabile. Siamo nel centro storico di Roma alla fine di marzo del 1944, e gli Alleati sbarcati ad Anzio nel febbraio precedente si stavano faticosamente avvicinando alla Capitale occupata dai Tedeschi. 

Fu questo il motivo per cui venne scelto un obiettivo più semplice ma altrettanto efficace per stroncare il morale degli occupanti, un po'come accadde a Napoli durante gli ultimi giorni dell'occupazione tedesca terminata con le quattro giornate. 

Tutti i giorni un reggimento di riservisti altoatesini con compiti di polizia d'ordine (Ordnungspolizei) , l'11° SS-Polizeiregiment "Bozen", percorreva il medesimo tratto in zona via del Tritone e percorrendo via del Traforo, svoltava per via Rasella. 

Il 23 marzo 1944 un commando formato dai gappisti Franco Calamandrei, Carlo Salinari, Rosario Bentivegna a Carla Capponi si apposta lungo la via dove è sistemato un carrettoni della nettezza urbana che contiene un potente ordigno. Bentivegna si fece trovare all'ora stabilita vestito da spazzino, gli altri membri del commando si appostarono agli estremi di via Rasella. Alle 15,45 da via del Traforo si udirono passi dei soldati del "Bozen" di ritorno dal poligono. E'il 23 marzo, anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento. La data è scelta appositamente dai gappisti per provocare ancora più impressione nel nemico e nella popolazione.

Alle 15,52 la miccia di 50 cm è accesa, ma proprio in quel momento un gruppo di bambini schiamazzanti si pongono tra il "Bozen" e i partigiani, che li cacciano di forza appena prima della deflagrazione, devastante. Nel polverone sollevato dalla bomba i gappisti scaricano le armi automatiche e lanciano 4 bombe a mano sui superstiti. Quel che resta del "Bozen" spara verso l'alto contro balconi dei palazzi di via Rasella, convinti che l'ordigno venisse dall'alto. Sul selciato imbrattato di sangue e schegge di ferro restano 33 tedeschi, ma anche un ragazzo di soli 12 anni e due civili investiti dall'esplosione.

La reazione nazista è immediata e furente. Hitler stesso, informato dell'accaduto, ordina inizialmente la distruzione dell'intero quartiere con tutti gli abitanti. Non di meno fa il comandante della Wehrmacht di Roma, generale Kurt Maetzler, in preda alla furia isterica. Le conseguenze dell'attentato si ebbero appena un'ora dopo l'esplosione quando i tedeschi rastrellano le adiacenze di via Rasella prelevando 110 civili. Quando i prigionieri sono messi al muro lungo la via delle Quattro Fontane, il comandante della Gestapo di Roma Herbert Kappler ha già la penna in mano e inizia a redigere la lista dei prigionieri da fucilare tra cui sono inclusi molti civili, suggeriti dal Questore Pietro Caruso.

Nel primo pomeriggio del 24 marzo da via Tasso e da Regina Coeli vengono caricati più di 300 detenuti su una colonna di camion sotto il comando di Kappler e di Eric Priebke, diretta a sud sulla via Ardeatina, dove si trova una vecchia cava di tufo. I prigionieri ancora ignari della loro sorte sono divisi in gruppi e uccisi con un colpo alla nuca. Cadono in 335. Sono uomini, ragazzi, comunisti e cattolici, liberali ed ebrei, monarchici, e semplici cittadini totalmente innocenti. Passeranno poco più di due mesi da che Priebke fece saltare l'ingresso delle cave celando l'eccidio a quando le prime colonne motorizzate degli americani entreranno a Roma dalla via Casilina, a poca distanza dalla tomba comune creata dalla furia del nazismo morente.

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