FK+CEG=5 – Una giornata qualunque di due nevrotici speciali
FK+CEG=5 – Una giornata qualunque di due nevrotici speciali
Cultura

FK+CEG=5 – Una giornata qualunque di due nevrotici speciali

Se avete davanti un nevrotico e un nevrastenico e non vedete differenze tra loro, fate questo semplice test: chiedete a entrambi quanto fa 2+2: il nevrotico risponderà 5, il nevrastenico dirà che fa 4, ma che la …Leggi tutto

 

Se avete davanti un nevrotico e un nevrastenico e non vedete differenze tra loro, fate questo semplice test: chiedete a entrambi quanto fa 2+2: il nevrotico risponderà 5, il nevrastenico dirà che fa 4, ma che la cosa gli dà fastidio.

Gli isterici e i nevrastenici raramente sono grandi scrittori. Per fare un capolavoro, non basta constatare che sì, i conti del mondo tornano ma è comunque tutta una fregatura. Non basta sbraitare facendo le vittime. Bisogna costruire un ragionamento coerente seguendo il quale tutti gli altri, alla fine, devono constatare che, davvero, 2+2 fa 5.

Questo risultato diciamo sbagliato deve essere conseguito nel modo più logico possibile, attraverso una concatenazione di pensieri coerenti. Non è facile.

Il rimuginare continuo è tipico dell’ossessivo nevrotico, che a differenza dell’isterico non è affatto emotivo; non ha la vocazione dell’immaginatore o del sognatore, e nemmeno dell’attore: non riesce, per esempio, a mentire. È esposto con tutta la sua carne all’assalto dei pensieri, ma non a favore dello stupore, bensì dello choc calibrato, atteso come una apocalisse provvisoria che ogni volta, puntualmente, si verifica.

Lo scrittore ossessivo non vuole fregarci, non fa giochi di parole, non consegue il 5 gettandoci fumo negli occhi.

Le parole le usa perché sono la cosa più potente che possiede insieme alla propria infelicità. L’ossessivo, a differenza dell’isterico, non è cinico: sa che la sua solitudine è il prezzo che deve pagare per il fatto di avere ragione.

La tensione che si sviluppa tra la coazione incontrollabile dei pensieri e delle parole (il mondo dell’ossessivo è ultraverbale) e la tendenza all’ordine e alla logica è dilaniante. L’ossessivo non si lascia in pace proprio perché è logico e cerebrale: non può fare finta di niente, non può soprassedere circa la propria e l’altrui imperfezione. Da qui l’entropia che lo soffoca mentre lui cerca di domarla con la frusta di una ritualizzazione estrema della quotidianità.

Che la scrittura possa curare o alleviare la nevrosi è poi una sciocchezza. Se lo sentite dire da uno scrittore, non è un nevrotico, e molto probabilmente non è uno scrittore, per quanti premi possa aver vinto (cioè è un nevrotico qualsiasi).

Nei grandi angosciati, la scrittura è uno dei sintomi della nevrosi, una delle sue manifestazioni, esattamente come lo sono i gesti e i riti quotidiani. Per questo è così perfetta e affascinante.

Incapace di mentire, lo scrittore ossessivo però è capace come nessun altro di ironizzare, principalmente su di sé e sul proprio disagio, rivelando con uno sberleffo l’insufficienza delle teorie freudiane per il proprio caso e quasi sfidando la verità dello specchio attraverso un’autocaricatura insieme spietata e intenerita di sé come bambino. Un esempio su tutti: il racconto Una tigre nel parco di Gadda.

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Ma di chi è la colpa? Ovviamente, e in primo luogo, dei genitori.

Sappiamo tutti che il problema di Kafka era il padre. Anche per Gadda è così, solo che per lui incidentalmente il padre era una madre. Non è un caso se nessuno dei due ha voluto o potuto farsi una propria famiglia.

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Il Super-Io – paterno o materno ma insomma autoritario – di questi grandi ossessivi è talmente severo che non sopportano nemmeno la propria immagine riflessa.

Kafka non possedeva specchi, e una volta vedendosi riflesso per caso giudicò la sua figura bruttissima, per poi trovarla, anni dopo, bellissima. L’Universo è un riflesso della sua colpa, per questo scrive a Milena, nel mezzo di una frase sentimentale (il sentimentale è il regno dell’isterico, e quindi non può essere sostenuto a lungo dall’ossessivo) che a volte pensa di capire il peccato originale come nessun altro.

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Condannato alla solitudine, l’ossessivo non è mai solo: i pensieri lo tormentano, sono presenze vive nella sua stanza, che gli rendono difficile il sonno, lo toccano «dappertutto», e gli ricordano costantemente che lui è Franz Kafka.

Questo che scrive è Gadda

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L’ossessivo è spesso testardo e avaro, e non per mancanza di generosità. In realtà non riconosce al denaro il suo valore strumentale, né quello più volgare di poter essere accumulato: è un oggetto come gli altri legato al suo sistema rituale e a una quotidianità alterata e minacciosa. Ha il terrore della burocrazia. Arrossisce spesso.

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«La sua ultima lettera mi fa arrossire della mia scandalosa condotta»

La sua stanza è popolata di mostri, e vorrei ben vedere. Leggevo ieri per caso che annusare trielina fa un effetto simile, ma dura talmente poco che non si avrebbe nemmeno il tempo di scrivere «Una mattina Gregor Samsa, destandosi da sogni inquieti…». Non fatelo a casa.

Io adoro i nevrotici, mi fanno letteralmente impazzire, e tutto sommato credo che, riguardo il mondo eccetera, abbiano ragione.

Mi si avverte: ma guarda che questi mica stanno tutto il giorno tutti i giorni a scrivere La metamorfosi e la Cognizione del dolore, dovranno pure fare le cose di tutti i giorni, andare alla posta, traslocare. Vorrei vederti, a combatterci.

Se chiedi (a) loro come si comportano in queste occasioni, tipo quando vanno a pagare un bollettino o a spedire un telegramma, probabilmente non ci capiresti niente, e finirebbe tutto nella descrizione di un bagno di sangue. Devi andarci insieme, osservarli, passarci un po’ di tempo.

Ma ora, parlandoci chiaro: davvero per voi andare alla posta è qualcosa di appena meno spaventoso di questo?

Comunque, di seguito il racconto dall’esterno di queste due esperienze, trasloco e posta, per entrambi i grandi nevrotici, fatto da due persone che erano loro vicine.

Il primo è Gianfranco Contini, amico e corrispondente di un Gadda che numerava le pagine delle lettere e scriveva l’indirizzo 4 volte tra intestazione, firma, involucro anteriore e posteriore, e che chiedeva ripetutamente se erano arrivate le lettere precedenti sottoponendo il destinatario a prove e controprove. Quando abitava a Milano in Largo Rio de Janeiro, per esempio e giustamente, temeva che le sue missive prendessero la via del Brasile.

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interrogato del perché di tante iterazioni, CEG rispose di temere che una macchina potesse obliterare una parte dello scritto

In Via Repetti a Firenze Gadda traslocò da Milano tra fine settembre e i primi di ottobre [1940]. Ero a Firenze, e assistetti, per quel poco che si può, l’amico nel trauma dello sgombero. Quando giunsi, a ora poco meno che albale, trovai Gadda passeggiante nervosamente, appoggiandosi a un ombrello, davanti all’11, dove già si trovava un autofurgone. Alla mia congratulazione per la prontezza dell’arrivo Gadda rispose amaramente che la Provvidenza aveva disposto due sgomberi  in quel giorno: «lo Spirito santo usa di queste attenzioni».

Ma è solo un esempio della gaddità delle ossessioni, di cui mi riprometto di scrivere in futuro.

Ecco infine la lettera, splendida, di cui parlavo la volta scorsa, una vera e propria summa ironica e commovente dei tratti più evidenti del nevrotico: è Milena che scrive a Max Brod, parlando di K.

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Lei chiede come mai Frank abbia paura dell’amore e non abbia paura della vita. Io penso invece che non sia così. La vita è per lui qualcosa di ben diverso che per tutti gli altri uomini. Soprattutto il denaro, la borsa, l’ufficio dei cambi, una macchina per scrivere sono per lui cose mistiche (…). Non riesce a capire le cose più semplici di questo mondo.

È stato qualche volta con lui all’ufficio postale? Quando stende un telegramma e scotendo il capo cerca uno sportello che gli piaccia più degli altri, quando poi, senza capire assolutamente per quale ragione, passa da uno sportello a un altro finché arriva a quello giusto e quando paga e riceve il resto in spiccioli, conta ciò che ha ricevuto vede che gli hanno dato una corona di troppo e la restituisce alla signorina dello sportello. Poi s’allontana lentamente, conta ancora una volta e sceso all’ultimo gradino s’accorge che la corona restituita era sua. Ebbene, lei rimane perplesso accanto a lui che s’appoggia ora su una gamba ora sull’altra e pensa al da farsi. Tornare indietro è difficile, lassù c’è un mucchio di gente. «Allora lascia correre», dico io. Lui mi guarda atterrito. Come si fa a lasciar correre? Non che gli dispiaccia per quella corona. Ma non sta bene. Qui manca una corona, come si può lasciar correre?

E ciò si ripeté in ogni negozio, in ogni ristorante, con ogni mendica, in diverse variazioni. Una volta diede due corone a una mendica e ne voleva una di resto. Quella disse che non aveva niente. E siamo stati là due minuti a riflettere come si potesse fare. A me venne l’idea che poteva lasciargliele tutte e due. Ma aveva fatto pochi passi quando divenne di pessimo umore.

Sì, tutto questo mondo è e rimane enigmatico per lui. Un enigma mistico.

È assolutamente incapace di mentire come è incapace di ubriacarsi. È senza il minimo rifugio, senza ricovero. Perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È come un individuo nudo tra individui vestiti.

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