Cultura

Chi era veramente Enzo Ferrari

In "Mio padre Enzo, dialoghi su un grande italiano del Novecento", il figlio Piero ne racconta vittorie e sconfitte

Chi era veramente Enzo Ferrari, il creatore di un prodigio industriale e sportivo che ha conquistato estimatori e tifosi in ogni angolo del pianeta?  
"Mio padre Enzo. Dialoghi su un grande italiano del Novecento" è il nuovo libro + dvd, pubblicato da Wingsbert House e in libreria dal 25 novembre, che offre la chiave di lettura con ogni probabilità unica e definitiva. Quella di Piero, il figlio del Drake di Maranello. Una testimonianza esclusiva, nella conversazione con l’amico Leo Turrini, che rivive le grandi vittorie professionali e le sconfitte private, i tanti momenti esaltanti sportivi e i drammi di quella personale.
In esclusiva, ecco due estratti del libro.


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Piero Ferrari: Lei ha presente il famoso cubo di Rubik?

Leo Turrini: Il rompicapo che ha tormentato milioni di persone?

PF: Quello. Ogni tassello del cubo ha un suo colore. Ogni faccia è cromaticamente distinta dalle altre. Ecco, questo era Enzo Ferrari, mio padre.

LT: Non ha mai pienamente mostrato al resto del mondo la sua identità: ho capito bene?

PF: Lui era una figura dalle molte facce. Per sua scelta. Onestamente, io credo di averlo conosciuto meglio di chiunque altro. Ma se lei mi chiede se penso di averlo conosciuto nel profondo, nell’intimo, nell’anima, be’, debbo rispondere negativamente. Nemmeno io, suo figlio, ho avuto accesso completo e incondizionato alla sua interiorità.

LT: Le pesa questa ammissione?

PF: Papà in fondo era un attore. Amava recitare più parti in commedia, nella commedia che chiamiamo vita; una commedia che spesso, nel suo caso, si è trasformata in tragedia. Lei provi a indagare presso chi lo ha frequentato. Sa cosa scoprirebbe?

LT: Un camaleonte.

PF: Giusto. Enzo Ferrari aveva una faccia sul lavoro. Ne aveva un’altra, distinta e distante, quando era in famiglia. E un’altra ancora nelle sue relazioni con le donne. E una quarta per i rapporti con il potere, con la politica, con il Palazzo.

LT: Era un Fregoli a trecento all’ora.

PF: Diciamo così, va bene. Capisce adesso perché non ho mai avuto la pretesa di somigliargli, perché non ho mai cercato di imitarlo? Era un uomo irripetibile, nei pregi e nei difetti.

LT: Un cubo di Rubik. Un camaleonte. Sono definizioni che si adattano benissimo anche al rapporto tra suo padre e la politica.

PF: In che senso?

LT: Be’, Enzo Ferrari a volte è stato accusato di essere fascista e si è pure preso del comunista...

PF: Guardi, io penso che papà abbia seguito, persino anticipandolo, un suggerimento di Indro Montanelli.

LT: Turatevi il naso e votate Dc?

PF: Più o meno. Vede, io posso parlare con cognizione di causa del periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, essendo nato nel 1945. E le posso assicurare che, almeno nel privato, a Enzo Ferrari piaceva molto parlare di politica.

LT: Anche con lei?

PF: Anche con me. Quando usciva a cena con me e con la mamma, fra una portata e l’altra ragionava ad alta voce. Amava molto un ristorante di Rubiera, fra Reggio Emilia e Modena. Si faceva preparare squisitezze gastronomiche da Arnaldo, un bravissimo cuoco.

LT: Parlava del governo, dei ministri...

PF: Facciamo che comunque il novanta per cento della conversazione era dedicato alle macchine, ai motori, alle corse, ai piloti. Però c’era sempre un dieci per cento che riguardava l’attualità.

LT: E qui salta fuori lo slogan di Montanelli.

PF: Io le parlo dei primi anni Sessanta, ero un ragazzo e cominciavo a capire tante cose, le cose dei grandi. L’opinione di mio padre era critica nei confronti della apertura a sinistra voluta da Aldo Moro e da Amintore Fanfani. Ricordo che manifestava una certa simpatia per il Pli, il partito liberale di Giovanni Malagodi.

LT: Ma non lo votava, sospetta lei.

PF: Ecco, sul voto non si è mai espresso con franchezza. La mia impressione è che, nel segreto dell’urna, alla fine scegliesse la Democrazia cristiana. Senza entusiasmi, magari.

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Leo Turrini: Guareschi, per citare un amico di Enzo Ferrari, sosteneva che gli emiliani il 24 luglio del 1943 andarono a letto in camicia nera e si svegliarono, il giorno dopo, il giorno della caduta del Duce, in camicia rossa.

Piero Ferrari: L’Emilia è sempre stata una terra di grandi passioni e di grandi pulsioni, non c’è dubbio. Comunque, non sta a me a giudicare l’evoluzione delle cose e delle persone. Quello che voglio dire è che mio padre si trovò a essere imprenditore, un imprenditore alle prime armi, nella seconda metà degli anni Quaranta, in un ambiente che era in larga misura ostile al libero mercato, alla proprietà privata, eccetera.

LT: Era anche l’epoca del Triangolo della Morte, con le vendette partigiane, le sparizioni misteriose, le rappresaglie post belliche...

PF: Tutte quelle cose lì. Gli spasmi e le conseguenze della guerra civile. Papà, gli piacesse o meno, ci si trovava in mezzo. E poiché aveva come interesse unico lo sviluppo della sua azienda, si rendeva conto che doveva trovare un modus vivendi con chi rappresentava invece gli interessi della classe operaia.

LT: Insomma, gli era necessaria la collaborazione dei sindacati e gli serviva la non ostilità del partito comunista: ho capito bene?

PF: Magari oggi un atteggiamento del genere verrebbe indicato come un esempio di concertazione! A me pare che papà sia stato, come sempre, molto realista. Era un uomo pragmatico. Non condivideva certo la linea de «l’Unità», non era certo un sostenitore della dittatura del proletariato e ha sempre visto nel Pci un avversario. Ma c’erano avversari con i quali era opportuno cooperare lealmente. E questo fece, con serenità. Mantenendo la sua indipendenza di giudizio, la sua autonomia di pensiero.

LT: A livello confindustriale, molti non apprezzavano.

PF: Anche qui, bisogna comprendere l’unicità della Ferrari, intesa come azienda. Prenda il Reparto Corse: preparare le macchine per un Gran Premio o per una 24 Ore di Le Mans non è cosa che si possa realizzare in assenza di un dialogo costruttivo con le maestranze, con i sindacati. Perché magari serve un pezzo in fretta e furia e c’è da lavorare o di notte o di domenica. Mio padre aveva esigenze pratiche che richiedevano l’appoggio, chiamiamolo così, dei sindacati...

LT: All’epoca rovente dell’autunno caldo, tra il 1968 e il 1969, Enzo Ferrari firmò accordi con le commissioni interne, dissociandosi di fatto dalla posizione degli industriali del settore.

PF: Siglò intese separate, sì. Se vuole potremmo chiamarlo un cane sciolto, uno che ragionava con la sua testa. Una volta, durante una discussione per un aumento salariale, un delegato operaio gli disse che la richiesta economica dei lavoratori valeva un bicchiere di latte in più al giorno per i loro figli. Lui si fece dare una penna e firmò subito.

LT: Ci sta che i duri di Confindustria non se lo godessero tanto, uno così.

PF: C’è anche l’episodio della visita di Palmiro Togliatti alla fabbrica di Maranello. È una vicenda che aiuta a capire bene il clima di quel periodo.

LT: Ho trovato negli archivi dei giornali riferimenti a quella visita: suo padre venne attaccato in modo pesante, da destra, per avere accolto nel suo stabilimento il segretario del Partito comunista italiano, il compagno Ercoli.

PF: Siamo a metà degli anni Cinquanta, io ero un bambino e quindi le racconto quello che mi è stato raccontato. A Roma la Democrazia Cristiana governava con gli alleati centristi. La Guerra Fredda era all’apice. I comunisti italiani erano confinati all’opposizione, ma in alcune regioni d’Italia erano fortissimi.

LT: In Emilia in particolare.

PF: Appunto. E in Emilia il Pci stava cercando di valorizzare al massimo la qualità delle sue amministrazioni locali. Così dalle Botteghe Oscure decisero di organizzare un viaggio di Togliatti nella terra che dava al partito le maggiori soddisfazioni elettorali.

LT: E qui salta fuori Enzo Ferrari.

PF:Un momento, andiamo con ordine. In Emilia si stava sviluppando un tessuto industriale molto competitivo. Da una parte c’erano i compagni, che garantivano il governo dei comuni. Dall’altra c’erano gli imprenditori, tutti anticomunisti, che sulla stessa terra, negli stessi comuni, garantivano il progresso economico.

LT: Un’edizione ante-litteram del compromesso storico.

PF: Questo lasciamolo dire agli storici. Comunque, Togliatti annuncia la sua visita e scatta il riflesso automatico della Guerra Fredda. La Confindustria fa sapere ai suoi associati che nessuno dovrà ricevere il segretario che ha gli amici a Mosca. Porte chiuse al Rosso.

LT: Invece suo padre le porte al compagno Ercoli le apre.

PF: Mio padre, gliel’ho detto, non condivideva la logica del muro contro muro. Quando aveva saputo che in certe fabbriche i datori di lavoro licenziavano gli operai perché sospettati di eccessivo amore per la causa comunista, be’, lui aveva diffuso la voce che in Ferrari, in azienda, non interessava per chi votava il dipendente, contava che lavorasse molto e bene.

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