«Col cucchiaio si deve attingere l’uguale dalla realtà». Walter Benjamin e l’esperienza del crock
«Col cucchiaio si deve attingere l’uguale dalla realtà». Walter Benjamin e l’esperienza del crock
Cultura

«Col cucchiaio si deve attingere l’uguale dalla realtà». Walter Benjamin e l’esperienza del crock

Ci sono persone che sono passate su questa terra e che per uno strano computo che non ci riguarda non abbiamo potuto incontrare. Ciononostante, sappiamo che proviamo nei loro confronti una gratitudine, una riconoscenza amorosa. Detto così pare semplice, e …Leggi tutto

Ci sono persone che sono passate su questa terra e che per uno strano computo che non ci riguarda non abbiamo potuto incontrare. Ciononostante, sappiamo che proviamo nei loro confronti una gratitudine, una riconoscenza amorosa. Detto così pare semplice, e incontrovertibile. C’è chi pensa a Herman Hesse, chi a Céline, chi a Richard Bach, quello del gabbiano. Ma sì, ciascuno ha i suoi antenati del pensiero, del cuore o come volete chiamare la parte migliore di voi.

È  una frase di Kraus («Quanto più dappresso si osserva una parola, tanto più essa ci guarda da lontano») a venire in mente a Walter Benjamin sotto effetto dell’hashish.

 

Tra il 1927 e il ’33 Walter Benjamin, in brucianti notti estive tra Marsiglia e Ibiza, fa l’esperienza più strana e perturbante della sua vita: quella del crock.

Che cos’è il crock è difficile da spiegare. La parola non esiste in nessuna lingua. Forse è una germanizzazione del francese croc, che significa gancio. Con questa parola, Benjamin e i suoi amici intendevano l’oppio. Le Crocknotizen erano le sedute durante le quali veniva assunto oppio, e per estensione anche l’ hashish.

Alternandosi con compagni lucidi che redigono verbali delle sedute – intellettuali in esilio, rifugiati politici in fuga dalla Germania nazista – Benjamin comincia ad assumere dosi controllare di  hashish e poi, spinto dalla sempre più estesa e meravigliosa letteratura dell’ebbrezza (De Quincey, Baudelaire), dell’oppio. «Più humor nell’uno, più cortesia nell’altro».

Quello dato dall’ hashish è uno humor misterioso, dirà durante una seduta, che dà luogo a un riso irrefrenabile e doloroso, angoscioso quando la sostanza comincia a fare effetto, ma poi quasi canzonatorio, come si fosse sotto l’influsso di un demone malvagio, al di là dell’angoscia, dentro una specie di senso definitivo e derisorio delle relazioni tra le cose.

A Benjamin  appaiono due «ombre – filistei, malandrini, non saprei dire» che gli ricordano Dante e Petrarca.

Perché lo fa? Lo scopo di queste e delle successive assunzioni è espresso dalla frase «col cucchiaio si deve attingere l’uguale dalla realtà». Significa più o meno che Benjamin sapeva esserci un fondo di relazioni esatte, nella trama del reale, rispetto alle quali la sua differenza poteva dirsi affine.

«Vorrei scrivere qualcosa che viene dalle cose allo stesso modo in cui il vino viene dall’uva», dice durante una visione di Venezia «alta, da cui non si vede il mare» o piuttosto il mare vi è tenuto nascosto.

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La droga gli dà accesso a quel mondo delle relazioni febbrili, veritiere ed eccessive, che solo l’infanzia – spaventosa e bellissima – gli aveva dischiuso (leggete Infanzia berlinese per avere un’idea delle relazioni che intercorrono tra la coscienza infantile e la Storia).

«Non c’è legittimazione più valida del crock» scrive «che la consapevolezza di penetrare d’un tratto, con il suo aiuto, in quel mondo fatto di superfici, pieno di nascondigli e che in generale è il più inaccessibile, rappresentato dall’ornamento».

Tra «il timore che un’ombra caduta sulla carta potesse danneggiarla», allucinazioni cromatiche, la sensazione che «tutto sia luminoso, frequentato, animato e che così rimarrà per sempre», e le combacianze sottili tra paesaggio e merletto che la tenda disegna ai suoi occhi alterati, sperimenta l’adiacenza tra lo spazio e le sensazioni, tra corpo e città, e tra identità e spersonalizzazione. «Le tende sono interpreti del linguaggio del vento», scrive Benjamin da sobrio.

La città stessa di si slarga oltre la finestra, Marsiglia, come ricorda il compagno di sedute Jean Selz, «si trasformava in tessuto, e questo tessuto come un vestito si allontanava da noi. Osservammo allora che l’oppio ci spogliava del paese in cui vivevamo. Benjamin aggiunse scherzosamente che facevamo della “tendologia”».

La città come la parola di Kraus, dunque.

Il contatto degli altri nella stanza gli è insopportabile: «Bloch mi ha voluto sfiorare leggermente il ginocchio. Percepisco il contatto molto prima che abbia luogo realmente e lo vivo come una violazione estremamente sgradevole della mia aura».

Immagino che mangiare  hashish a Marsiglia nel 1931 fosse affatto differente dal consumarlo in una stradina di Tor Pagnotta (XII Municipio di Roma Capitale. Fa parte della zona Z.XXII Cecchignola).

Sarebbe difficile forse sentirsi come Benjamin nel declinare, o piuttosto nell’approfondirsi, dell’ebbrezza: per quanto l’ hashish lo facesse sentire benevolente, leggero, in realtà questa benevolenza era attigua all’indifferenza e al fastidio dell’altro.

Il filosofo più esteso, più contaminato, poroso, aperto, disperso (lo intendo nel senso mitologico, come lo si potrebbe dire di un dio delle messi), che morirà in fuga assumendo morfina dentro una stanza d’albergo sul confine franco-spagnolo, ebbe la pace solo in quell’esperienza del limite che rendeva il suo sguardo «capace di succhiare cento luoghi in un unico posto». Il sonno mattutino dopo il fumo gli dava la sensazione, calma, pacificata ed ebbra, «che la vita fosse stata chiusa in una scatola di conserva».

Ebbrezza e angoscia finiscono per identificarsi e sovrapporsi, come il giallo e il verde.

Non potendo riavvolgere il tempo, né per parlare con lui (dirgli grazie) né per mangiare hashish in una stanza con vista sul porto di Marsiglia, dobbiamo godere nel presente di queste parole, unitamente ebbre e lucide, e le loro conseguenze.

«L’ hashish ha il potere di convincere la natura a concederci – meno egoisticamente – quello spreco della nostra esistenza che contrassegna l’amore».

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