«Caro Mago»: l’estate piena di ombre della famiglia Mann
«Caro Mago»: l’estate piena di ombre della famiglia Mann
Cultura

«Caro Mago»: l’estate piena di ombre della famiglia Mann

Non so se avete presente Improvvisamente l’estate scorsa. I nostri canali tv hanno perso l’occasione di mandarlo in onda quando è morto Gore Vidal, autore della sceneggiatura insieme a Tennessee Williams, supponendo forse che fossimo sufficientemente raffinati …Leggi tutto

Non so se avete presente Improvvisamente l’estate scorsa. I nostri canali tv hanno perso l’occasione di mandarlo in onda quando è morto Gore Vidal, autore della sceneggiatura insieme a Tennessee Williams, supponendo forse che fossimo sufficientemente raffinati da trarre uguale piacere dalle repliche di Cascina Vianello.

Sebbene sconfortante, considero l’ipotesi che non l’abbiate mai visto e mi accingo ad usarlo come chiave narrativa e psicoanalitica del mio discorso.

(Inciso: non avverto che ci sarà la possibilità di spoiler, non perché non ci sarà, ma perché aspettavo giusto l’occasione di dichiarare la mia volontà di adempiere alla totale inosservanza nei confronti dalla sottospecie del politicamente corretto rappresentata dall’avviso di spoiler, convinta come sono che a) se uno non si sa proteggere dagli effetti sul proprio equilibrio emotivo di ciò che trova in giro è ora che prenda atto della questione, e a ciò fornisco volentieri quello che in psicoanalisi si chiama “fattore di stress”; b) sia una colpa non aver visto o letto alcune cose, colpa che non sfugge a chi non le ha viste o lette, motivo per cui considero l’obbligo di una sua “protezione” un effetto della errata presunzione che chi scrive debba considerare lo choc emotivo di chi approcciandosi finalmente a un’opera dovesse restare deluso dal fatto che le informazioni precedentemente e volontariamente lette corrispondono effettivamente al vero, più importante del principio della libertà di non avvisare alcuno di quello che intende dire; c) occorra dare per scontato che dal ’59 a oggi due ore libere per assolvere al proprio compito verso sé stessi le abbiamo tutti chi più chi meno avute ed eventualmente sprecate, quindi adesso non venitelo a rinfacciare a me).

Il film: una madre splendida, immensa, mitologica, che ha il viso e le mani di Katharine Hepburn, ha perso l’amato figlio Sebastian (“non esistono termini che designano chi perde un figlio”), poeta eccentrico e delicato. Un giorno convoca in casa sua (e nel giardino-giungla-allegoria-memento mori creato dal figlio) il neurochirurgo Montgomery Clift perché ha letto sul giornale che sta sperimentando una tecnica infallibile per restituire la pace alle anime tormentate dei folli: la lobotomia.

A chi vuole far tagliare un pezzo di cervello? Alla nipote, Elizabeth Taylor, rinchiusa in manicomio dopo aver passato l’estate (scorsa) col cugino, cioè con suo figlio, che in quella circostanza è morto.

Clift la incontra e capisce che non è affatto pazza, che è anzi una specie di mix fragile e sensuale di Amleto femmina e Ofelia sull’orlo dell’acqua, e porta pian piano a galla la incoffessabile verità. Siamo nel ’37, nel film, e nel ’59 in sala, e la verità è davvero inconfessabile.

Edipo fa tre salti mortali, si accoppia in aria con la propria cugina e una dozzina di maschi, e atterra in pieno Codice Hays.

Sebastian aveva portato con sé la bella cugina, e prima di lei per diverse estati la bella madre, con lo scopo di usarla come esca. Per attirare chi? Maschi, preferibilmente giovani e poveri. Gente del sud, amalfitani, spagnoli. Muore tra le rovine di un tempio assolato inseguito da un’orda di ragazzini che lo divorerà dopo averlo dilaniato con gli strumenti di latta con cui suonano una musica spaventosa. Insomma il poeta finisce come Dioniso, sparpagliato, e come Grenouille, dilaniato da troppo furore erotico.

Per questo la madre intende strappare un pezzo di mente alla nipote, perché lì si annida la coscienza, rimossa, dell’omosessualità del figlio.

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Ho fatto questa lunga introduzione perché ieri ho avuto a che fare con una cosa che ho capito solo perché avevo visto questo film.

Mi riferisco a una lettera che Thomas Mann scrive alla figlia nel 1927

Forse sapete cosa è successo nella famiglia Mann: Erika e Klaus, «quasi gemelli» dei 6 figli di Thomas e Katia, girano il mondo con la loro compagnia teatrale anti-nazista, il padre è in Svizzera dove sta finendo Giuseppe e i suoi fratelli.

Lui e la «figlia magnifica e ardita» si scrivono lettere che la freddezza di lui, sempre concentrato sulla sua smania di perfezione, rende capolavori di suspense, come se l’espressione dell’affettività fosse un colpo di scena che non non arriva mai. In famiglia lo chiamano Mago, per via di un costume che aveva indossato ad una festa per far ridere i bambini, ma è un nomignolo che via via si deforma come il frutto di un’allucinazione sentimentale.

La crisi peggiore tra i due si verifica nel ’36, quando Erika gli rimprovera aspramente di non essersi pronunciato contro il nazismo, e di essere ancora legato al suo editore tedesco, sospettato di legami col Reich.

Gli scrive:

Che tu abbia «colpito alle spalle» Klaus e la Raccolta (rivista da lui fondata, nota mia) interferendo nei suoi progetti in misura ben più grave di quanto non abbia saputo fare un qualsiasi nazista nella sua «idiota rozzezza»: anche su questo ci sono passata sopra.

Lui si difende come può adducendo una «migliore conoscenza delle cose», e poi chiude con questo:

Tu sei fin troppo la mia bambina, Eri, persino nella tua collera contro di me (…). Tutto questo non è che il prolungamento filiale del mio proprio essere: non sono io stesso ad agire, non è una cosa mia, ma è una cosa che proviene da me. Anche la tua collera, in fondo, proviene da me; è per così dire l’oggettivazione dei miei scrupoli e dubbi.

Grazie alla mediazione della madre, alla fine vincerà lei: lui li raggiungerà in America, e si lascerà consigliare da lei per la stesura del Doctor Faustus, che esce nel ’47 a Stoccolma.

L’estate di due anni dopo, mentre sono tutti e tre, Erika e Katia e lui, in Svezia, gli arriva la notizia che Klaus si è suicidato a Cannes.

La prima lettera dell’epistolario che compare dopo questo evento è della madre; Thomas si limita a questo post scriptum:

Il povero Supermago è anche in condizione di associarsi.  È riuscito da bravo a farcela, anche se spesso non sapeva bene se ridere o piangere.

È difficile non vedere nella storia di Klaus una trama di profonda tristezza. Sul suo capo, in vita, pesa la responsabilità di incarnare al contempo ciò che suo padre non aveva il coraggio di essere (apertamente omosessuale) e ciò che lui stesso non avrebbe mai dovuto essere, cioè uno scrittore più grande di suo padre.

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La bellezza gentile di Klaus, i suoi contatti col mondo del teatro e degli emigrati tedeschi (l’emigrantismo, lo chiama dispregiativamente Thomas) è la sua esca nel mondo maschile. Teso tra la rigida, titanica aura borghese di padre e marito, e una eccitabilità raffinata risolta esteticamente, tra l’ombra dello studio e il desiderio di un’estate totale dell’erotismo, Thomas lascia che il fulmine entri nella sua famiglia, per assorbirne tutte le furiose ambiguità. Klaus è insieme figlio da sacrificare e carne da sublimazione.

Il loro rapporto, per chi ama il terrore come struttura e non teme i brividi della letteratura gelata e perfetta, è evincibile dal dialogo tra figlio-già morto e padre Profeta e Mago ignaro (ma forse no) in Tutto il ferro della Torre Eiffel di Michele Mari, che ha avuto tra gli altri il merito di avvitarlo in 7 pagine di terrificante incanto, come si metterebbe del veleno dentro una mandorla racchiusa in un confetto.

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Ma cos’è che ho letto e non avrei capito senza aver visto Improvvisamente l’estate scorsa? Questo passo di una lettera che il Mago scrive ad Erika nel 1927

«Questo Klaus» (Klaus Heuser, figlio 17enne del direttore dell’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf, nota mia), come suole chiamarsi a differenza di «quel Klaus», voglio dire Eissy, è una cosa che va senz’altro sopravvalutata. Gli do del tu e, al momento del commiato, l’ho stretto forte al mio cuore con il suo espresso consenso. Eissy è intimato a ritirarsi in buon ordine di sua volontà e a non interferire nelle mie sfere. Sono già vecchio e famoso e perché solo a voi dovrebbe essere consentito di peccare?

Thomas sta dicendo a Erika: tieni tuo fratello lontano dal giovane Klaus, «questo Klaus», quello a me più vicino.

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Come l’Aschenbach di Morte a Venezia, conscio del proprio batticuore degradante, invoca il sentore della morte a giustificazione del suo anelito alla grazia efebica che si staglia sul fondo di un mare pacificato.

Così come nel ’61, nel disporre delle tombe di famiglia, Erika deciderà di lasciare il corpo di Klaus a Cannes anziché portarlo a Kilchberg, accanto al Mago, «lui che già per tutta la via è stato all’ombra del padre», lei riesce ad allontanare il fratello, che china la testa sul ceppo per concedere al gelido demiurgo, conoscitore della musica del diavolo e genio posseduto dal cerebrale, il riposo e lo svago e la parvenza d’amore che meritava.

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