«Avrei preferenza di no»: l’eversione nella subordinazione di Bartleby e compagnia
«Avrei preferenza di no»: l’eversione nella subordinazione di Bartleby e compagnia
Cultura

«Avrei preferenza di no»: l’eversione nella subordinazione di Bartleby e compagnia

«Al momento avrei preferenza a lasciar le cose come stanno»: è il messaggio del laconismo di Bartleby alla proposta di trovarsi un’altra occupazione dopo essere stato licenziato dall’ufficio. Nell’unica forma che assume la “preferenza” per lui, cioè l’…Leggi tutto

«Al momento avrei preferenza a lasciar le cose come stanno»: è il messaggio del laconismo di Bartleby alla proposta di trovarsi un’altra occupazione dopo essere stato licenziato dall’ufficio. Nell’unica forma che assume la “preferenza” per lui, cioè l’inerzia, continua a guardare il muro di mattoni fuori dalla finestra come ogni giorno dopo aver completato, seduto «nel suo eremo», il suo meccanico lavoro da copista, nutrendosi solo di biscotti allo zenzero.

L’operazione che Bartleby compie (non compiendola) di privare il mondo di una propria parola, della propria minima scelta, è diventata proverbiale come esempio dell’eversione anarchica e della “negazione della vita”, addirittura affine all’anomia e al nichilismo – come se non facesse differenza alcuna che Bartleby non dica «No» ma «Preferirei di no», e che non si rifiuti affatto di lavorare, ma di compiere attività non previste e di fare, per così dire, gli straordinari; ma accade, e i pedanti critici di Melville non hanno potuto prenderne atto visto che sono morti senza che di loro si possa oggi ricordare neppure il nome, che la sua asocialità, quella purissima devozione alla disutilità di sé, è qualcosa di molto più profondo e sottile, e pone Bartleby accanto ad alcuni tra i più grandi spiriti di tutti i tempi.

Primo fra tutti, con buona pace di chi l’ha fatto morire in in uno stato di semi-miseria con uno stipendio da ispettore doganale nel porto di New York, Melville stesso, nel quale il rifiuto di azioni socialmente gradite e di risposte obbligatorie si traduce, negli anni che precedono l’insuccesso di Moby Dick e a maggior ragione nei successivi in cui creerà il suo eroe scrivano, in un isolamento scontroso nella fattoria di Pittsfield (Massachusetts), da dove scrive lettere a Nathaniel Hawthorne (a cui dedicherà la Balena Bianca) di questo tenore: «non ho pettegolezzi né notizie di alcun genere, tranne che la vacca del vicino ha fatto un vitello e la gallina ha fatto un uovo d’argento. (…). Mi alzo alle otto e vado nel granaio – a dire buongiorno al cavallo e dargli la colazione. Poi rendo visita alla vacca – taglio un paio di zucche per lei e rimango a vedere mentre le mangia. (…) Le sere le passo in una specie di stato mesmerico nella mia camera – incapace di leggere».

Enrique Vila-Matas ha scritto un libro (Batleby e compagnia) in cui un impiegato «metà Pessoa metà Kafka» va a caccia di «bartleby», questi esseri vegetali o forse minerali che non nutrono ambizioni se non quella di finire il proprio lavoro, mimetizzati negli abiti dell’uomo comune («I’m not particular», ripete Bartleby), e riferisce di Istituto Pierre Menard, un romanzo di Roberto Moretti ambientato in una scuola in cui «insegnano a dire di “no” a più di mille proposte, dalla più assurda alla più appetibile e difficile da rifiutare»: tra gli alunni dell’Istituto ci sono lo scrivano Bartleby e lo scrittore Robert Walser.

Robert Walser, autore amatissimo da Kafka che passò gli ultimi 28 anni della sua vita in manicomio impegnato in una frenetica attività di scrittura microscopica di appunti indecifrabili su minuscoli pezzi di carta, inventò nel suo capolavoro Jakob von Gunten del 1909 il prototipo del Castello kafkiano: l’Istituto Benjamenta, inquietante luogo del potere, non si sa se di gioia o di tortura etica e erotica, dove alcuni allievi vengono educati a servire secondo la legge di una «educazione a rovescio»: «Qui s’impara ben poco, c’è mancanza di insegnanti, e noi ragazzi dell’Istituto Benjamenta non riusciremo a nulla, in altre parole, nella nostra vita futura saremo tutti qualcosa di molto piccolo e subordinato».

La subordinazione come regno della libertà e dell’indifferenza alla legge dell’ambizione che regola il mondo è uno dei temi ricorrenti di Walser (non a caso il sottotitolo del libro è Un diario), che al suo narratore fa dire:

«Forse in fondo a me c’è un essere estremamente volgare. O forse, invece, ho sangue azzurro nelle vene. Ma una cosa so di certo: nella mia vita futura sarò un magnifico zero, rotondo come una palla. Da vecchio sarò costretto a servire giovani tangheri presuntuosi e maleducati, oppure farò il mendicante, oppure andrò in malora».

La sindrome di Bartleby comporta l’improduttività, quella voluttuosa noncuranza e quel rifiuto della trasformazione che arriva fino all’asservimento a qualcuno di meschino o a qualcosa di costrittivo, fino a rovesciarsi in una specie di produttività asociale, quella che avvicina lo scrivano che resta in ufficio a copiare anche le domeniche a Friedrich Hölderlin, che passò negli ultimi 38 anni della sua vita nella mansarda del muratore Zimmer, a Tubinga, a scrivere versi bizzarri e incomprensibili che firmava con i nomi di Scardanelli, Killalusimeno o Buonarotti.

Walser di questa voluttà nella costrizione svela il segreto:

«Kraus crede sempre di dovermi incitare al lavoro. E forse non si sbaglia, se pensa che non mi piaccia alzarmi presto. In realtà, mi piace molto alzarmi dal letto, ma subito dopo non trovo niente di più bello che rimanere tra le coltri un po’ più a lungo di quel che mi è concesso. Non aver il permesso di fare una cosa è qualche volta così attraente, che non si può fare a meno di farla. Proprio per questo amo così profondamente ogni sorta di costrizione: perché dà modo di assaporare la gioia di violare la legge. Se al mondo non ci fosse nessun comandamento, nessun precetto, morirei, mi consumerei, diventerei storpio dalla noia. Io non posso essere che incitato, costretto, tenuto sotto tutela: è questo che mi piace. Alla fine sono poi io, io solo, a decidere. Punzecchio sempre la cipigliosa legge fino allo sdegno, dopodiché mi adopero a placarla. (…). Aver ragione rende bisbetici, mentre aver torto dà sempre una certa tranquillità sprezzante e petulante.

(…). Di fronte a uno che si indigna è necessario ci sia sempre un peccatore, sennò mancherebbe qualcosa. Quando poi finalmente mi sono alzato, faccio finta di stare in ozio. “Guardatelo, quel giuggiolone”, dice lui allora “come se ne sta lì a bocca aperta invece di rimboccarsi le maniche”. Stupendo».

Torto, diniego e apatia comuni a chi, «per natura e sventura, sia propenso al pallido pensiero dell’irreparabile»: soluzione fulminante dell’ultima incommensurabile pagina di Bartleby.

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