Luigi Caccia Dominioni, l'architetto che mettava l'uomo al centro

Dalla sedia al tavolo alla grande Chiesa, i capolavori del maestro morto a 102 anni hanno raccontato la passione per l'umano

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L'architetto Luigi Caccia Dominioni in una foto di archivio del 2004 – Credits: Olycom

Costanza Cavalli

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Se vedere o sentire o leggere un capolavoro è l’unico lusso per tutti, vivere dentro un’opera d’arte è un privilegio di pochi inquilini, a Milano pochissimi. Ma ce c’è uno che ha goduto di un’attenzione particolare da parte dell’architetto Luigi Caccia Dominioni: Dio. Per questo speciale ospite – nei due significati, dell’ospitante e dell’ospitato - l’architetto, morto domenica 13 novembre a 102 anni, ha disegnato decine di case, cioè chiese, conventi, oratori: molte a Milano e in Lombardia, altre in Svizzera, e una, dedicata a Maria Ausiliatrice, ad Adua, in Etiopia.  

Luigi Caccia Dominioni lavorava come pensava, e pensava che l’uomo è uno: è uno quando è su una sedia (ha progettato sedie), quando mangia (ha progettato tavoli, tutti più bassi della media, per rapporto più comodo tra braccio e tavolo. E ovali, per permettere una conversazione più cordiale tra i commensali e perché, tutti, possano guardarsi e parlarsi senza dar le spalle a nessuno), quando è a casa sua, quando è in chiesa. Questo è il suo lascito: costruire tutto intorno alla singola persona, dare valore alla sua umanità.

In un’intervista del 2002, rilasciata all'architetto Nicola Braghieri, diceva: “Metto al servizio di chi mi chiama tutto quello che sono in grado di fare. Tutta la mia esperienza, le mie idee. Questo vuole dire che cerco di comprendere le esigenze del mio committente e di soddisfarle (…) Nell’iniziare il disegno di una casa mi influenza il modo di vita della famiglia, le necessità quotidiane, semplici e mondane. Io seguo i bisogni, cerco di immaginare la giornata della famiglia (…) Sono un uomo pratico, parto dal sodo, cerco di afferrare nelle cose l’utile. Sono anche un architetto che non perde tempo in frivolezze, anche se si è detto, e questo mi riempie di tristezza, che la mia è architettura per ricchi borghesi”.

Questa passione per l’umano, misurato sui suoi bisogni e sulla sua dignità, (“Ho lavorato come un pazzo tutta la vita, al servizio del committente”) lo spingeva a consumarsi anche su una maniglia (“Una sedia è una cosa difficile, una lampada è una cosa difficile! Una maniglia è una cosa difficile!”), ma era un macerarsi di segno positivo: Lodovico Belgiojoso, l'autore della Torre Velasca di Milano, scrive di lui, “vorrei avere la sua serenità: le sue giornate le inizia in chiesa”.

Per anni membro della Commissione diocesana d’Arte Sacra, rifece il pavimento della Basilica di Sant’Ambrogio, che si affacciava davanti a casa sua. E riuscì a rendere il pavimento una parte viva, capace di fare dell’altare di Volvinio il vero centro dell’assemblea celebrante.
“Con che spirito è intervenuto in Sant'Ambrogio?" gli chiese, intervistandolo, lo storico dell’architettura Fulvio Irace. Caccia rispose: "Ho agito con totale timore e rispetto assoluto, e alla fine ci ho pensato tanto che ero del tutto tranquillo e sereno". E ancora: "Si sente un architetto religioso?". "Sono religioso e cerco anche di essere praticante. Nel campo della progettazione di chiese a me sembra di non aver fatto male".

Nell’ambito delle costruzioni per le comunità ecclesiali, a lui si devono, a Milano, il convento francescano di via Farini, l’istituto della Beata Vergine Addolorata, il collegamento fra la chiesa di San Fedele e la Chase Manhattan Bank. E ancora: l’allestimento della Pinacoteca e della Biblioteca Ambrosiana, poi modificato negli anni Novanta del secolo scorso, un edificio per l’assistenza a situazioni di disagio in via Calatafimi, l’edificio a fianco di San Vito al Pasquirolo.

Il monastero delle monache benedettine di Viboldone, la chiesa di San Biagio a Monza, la chiesa di San Giorgio in Seguro. Fuori Diocesi progettò il monastero femminile di Santa Maria Presentata a Poschiavo, una chiesa a Omegna e una nella Pineta di Arenzano, adeguamenti liturgici a Lomazzo e la chiesa di San Giuseppe ai Prati Grassi di Morbegno, la facciata Chiesa di Santo Spirito a Bergamo, la chiesa di San Giorgio Seguro a Settimo Milanese e l’oratorio della chiesa di Santa Marcellina a Muggiano.

Non sono tutte, ma questa selezione di lavori notevoli basta a sentirci investiti dalla mole di opere prodotta in una vita lunghissima e operosissima, così difficile da criticare da convincere anche un criticone come Vittorio Sgarbi, che ha giudicato Caccia Dominioni "l'unico architetto di questo secolo più innamorato della forma che di se stesso e, nonostante questo, meravigliosamente distinto e riconoscibile".

Per chi si fosse incuriosito: a inizio anno, per Bonomia University Press, è uscito un volume, terzo di una serie, “Luigi Caccia Dominioni. Spazio sacro e architettura”, compilato dagli architetti Marco Ghilotti e Alberto Gavazzi, con la documentazione fotografica curata da Vincenzo Martegani. Luigi Caccia Dominioni, alla presentazione avvenuta due mesi dopo il suo 102esimo compleanno, il 7 dicembre 2015, era presente.

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