All’inferno delle Signore
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Cultura

All’inferno delle Signore

«Still waters run deep», proverbio inglese che piaceva a Shakespeare, descrive un mondo sonoro e morale: «il taciturno defluire di un fiume irlandese in mezzo alle sue praterie, la immobilità vaporosa di un lago della Scozia nella …Leggi tutto

«Still waters run deep», proverbio inglese che piaceva a Shakespeare, descrive un mondo sonoro e morale: «il taciturno defluire di un fiume irlandese in mezzo alle sue praterie, la immobilità vaporosa di un lago della Scozia nella solitudine delle sue rosee lande selvagge». Ma trasportato fuori dall’utopia da commedia rivela aspetti psicologici più inquietanti.

Paul Bourget inizia così il suo L’acqua profonda, con una notazione antropologica, o di “psicologia etnica”, per concluderlo come quella che ironicamente definisce una “tragedia da salotto”, o un “piccolo dramma sentimentale”.

Lo fa per noi, per noi donne: strette tra le incombenze quotidiane (andare per negozi, leggiucchiare, concedersi, alla sera, il teatro), schiacciate dal disagio che ci crea il divario tra le nostre aspirazioni e la realtà com’è, decide di metterci a parte di qualcosa che gli è capitato, in quell’epoca, l’inizio del Novecento, in cui le vetrine rimandano bagliori di sogno.

«Bisogna credere che questi urti quasi micidiali fra il cuore e l’ambiente esercitino una specie di fascino malsano artificioso ma fortissimo, e che corrispondano nelle creature più delicatamente sensibili a un inesplicabile bisogno di emozioni».

Se in Italia, patria di Machiavelli, dice Bourget, «Le acque tranquille rovinano i ponti», vuol dire che lì (qui) il silenzio, il raccoglimento riflessivo, sono massimamente da temere nell’altro perché nascondono insidie. L’italiano non riflette: trama. Nell’inglese, invece, «l’istinto della realtà è unito alla più solitaria, alla più pensosa meditazione»

Se è vero che le acque placide corrono profonde, da qualche parte deve convergere la loro corrente, è questo romanzo il loro regno.

Lontano dalle storie romantiche, da quell’erotismo pieghevole, da dépliant, dei suoi colleghi, e anche per questo amato da Nietzsche che nelle sue lettere lo nomina e lo consiglia spesso specie alle donne, Bourget costruisce su una storia da niente (una baronessa malmaritata e poi separata che soffia il marito a sua cugina) una architettura di puro terrore psicologico.

La baronessa siamo noi, esseri normali, miserabili, scontenti, feroci, e la prima inquadratura lo conferma: «la baronessa de La Node andava, assai borghesemente, in cerca di tappeti». In un grande magazzino, assiepato dalla folla delle donne (il Paradiso delle Signore di Zola), miraggio luccicoso dell’uguaglianza, occasione irresistibile per ogni desiderio.

Lì ogni donna, fosse pure la gran dama che anni prima si sarebbe rifornita da un sarto personale, appare identica, ubriaca, superficiale. Persino lei non è notevole in nulla: «aveva dei capelli castani simili a tutti capelli castani, e una vita sottile simile a tutte le vite sottili».

Eppure quando cammina tutti la guardano con un’insistenza diversa, accennata, una specie di inerzia dello sguardo, come se avesse un non so che che attivava la attenzioni al suo passaggio: «e sapeva anche di averlo. Una lieve, impercettibile grinza d’impertinenza fluttuava, più che incavarsi, agli angoli delle narici esili e delle sue labbra sensuali e prive di bontà. E quello era appunto il difetto della sua fisionomia: quando nulla suscitava la sua attenzione, come nel caso presente, ne risultava una certa aria sgarbata, che poteva esprimere ugualmente, tanto l’apatia di una parigina stanca di cose frivole, quanto un’eccessiva sorveglianza di sé stessa».

Tutti gli uomini che la incrociano crollano al pensiero della fatica che dovrebbero fare anche solo per avvicinarla; la sua espressione li irretisce almeno quanto li respinge. La sua sgarbatezza è un sigillo di onestà: quando mai sposterebbe il suo sguardo dalle stoffe dei vestiti alla faccia di un uomo che la guardasse?

Ma Bourget è un genio, uno che di una passeggiata ai grandi magazzini fa lo snodo di un dramma (è autore mica a caso de I nostri atti ci seguono): la baronessa Giovanna – ci dice il suo nome proprio la cugina incontrata per caso – è una donna della nuova Europa che sta cambiando, presa tra pulsione feticista, avidità impotente, perdita dei legami familiari, disagio psichico.

«Ella aveva sempre avuto qualcuno di quegli incorreggibili difetti che dipendono dalla reazione involontaria del nostro sistema nervoso. Li conservava ancora adesso a trent’anni, sotto la sua maschera d’impassibilità».

«Era», dice, «impulsiva, disordinata, incostante, capricciosa, abituata a rimandare all’indomani quello che avrebbe dovuto fare il giorno prima, pigra e distratta; era insomma una di quelle macchine nervose malandate nelle quali i medici moderni riscontrano volentieri il tipo logorato dall’isterismo».

È, infatti, tutte noi, infelici al punto da pensarci felici, almeno per un pomeriggio, se solo compriamo quel cappello, quel vestito, quel paio di scarpe.

Come è “l’altro” la cugina invidiata, e invidiare una persona significa «pensarci e nutrire dei sentimenti per lei; significa, per una di quelle contraddizioni sconcertanti, ma così familiari alla nostra emotività, esserne attratti e provare al tempo stesso avversione per la sua presenza. L’invidia non è mai odio. È qualche cosa di più e qualche cosa di meno, perché vi si mescola forzatamente dell’ammirazione – dolorosa, involontaria, ostile, ma pur sempre ammirazione, – quindi una specie di amore».

Niente di più facile, una volta separatasi e rimasta sola, che prendersi il marito di quella: «Questi desideri, nati sotto un’influenza sentimentale, sono sempre accompagnati da un po’ di civetteria fisica e hanno per effetto inevitabile quello di risvegliare in chi ne è l’oggetto, gli stimoli irresistibili dei sensi. Una volta messi su di una tale via, la seduttrice e il suo complice non possono più rispondere di loro stessi».

Le acque profonde rovinano i ponti del letto che le ospita, ma  in superficie scorrono, fino alla rapida caduta, inarrestabile. L’uomo non oppone alcuna resistenza, anzi gongola, preso dalla sua micidiale e abbagliante immagine di sé: «L’oscura e terribile animalità che regola, a dispetto del nostro orgoglio e delle nostre complicazioni, i rapporti fra l’uomo e la donna, si scatena con tutta la sua innata bestialità. L’intenzione è di dare una preoccupazione al marito di una rivale, di interessarlo, di turbarlo; e ci si trova involontariamente, come era accaduto a Giovanna, ad essere l’amante di colui col quale si voleva scherzare e nulla più». Nessuna resistenza, nessun onore; solo borghese lassitudine e vanità. È pianura aperta all’incertezza e alla mediocrità di oggi. Eccole squadernate, le malattie dell’epoca che segue alla modernità: competizione, invidia, narcisismo, vacuità, compulsione, scontentezza.

Ed ecco quindi Giovanna, acqua profonda-superficiale corrosa da sé nel labirinto parigino di inganni e tradimenti, sola e senza nessun uomo, fotografata da Bourget sotto il dominio brutale della sua, e della nostra, infelicità.

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