10 incipit meravigliosi
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Cultura

10 incipit meravigliosi

Ci sono gli incipit miliari, paradigmatici nella loro unicità indivisibile, quasi dei numeri primi della letteratura: quelli di Moby Dick, Guerra e pace, La metamorfosi, La Prigioniera, Se questo è un uomo, per dirne alcuni. Poi ci sono …Leggi tutto

Ci sono gli incipit miliari, paradigmatici nella loro unicità indivisibile, quasi dei numeri primi della letteratura: quelli di Moby Dick, Guerra e pace, La metamorfosi, La Prigioniera, Se questo è un uomo, per dirne alcuni.

Poi ci sono gli incipit semplicemente perfetti, quelli che – secondo una legge che include la tecnica con cui sono stati scritti e le variabili imponderabili che riguardano il nostro arbitrio di lettori – attivano in noi l’organo dell’attenzione e lo fanno formicolare: sappiamo solo che dobbiamo leggere, andare a vedere come si srotolerà quella perfezione raggrumata, quale via prenderà la tensione contenuta in quelle poche parole o frasi, una volta liberata nella spaventosa libertà delle pagine. Eccone alcuni.

Edith lo ama. Ulteriori ragguagli in seguito.
Il brigante, Robert Walser

Nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
La recita quotidiana del Rosario era finita. Durante mezz’ora la voce pacata del Principe aveva ricordato i Misteri Gloriosi e Dolorosi; durante mezz’ora altre voci, frammiste, avevano tessuto un brusio ondeggiante sul quale si erano distaccati i fiori d’oro di parole inconsuete: amore, verginità, morte; e durante quel brusio il salone rococò sembrava aver mutato aspetto; financo i pappagalli che spiegavano le ali iridate sulla seta del parato erano apparsi intimiditi; perfino la Maddalena, fra le due finestre, era sembrata una penitente anziché una bella biondona, svagata in chissà quali sogni, come la si vedeva sempre.
Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto.
Neuromante, William Gibson

Leone ha quei minimi contatti con la vita senza i quali un uomo rimarrebbe immobile come un albero, non allungherebbe più la mano per prendere il cibo e portarselo alla bocca, non si coricherebbe ogni sera per dormire, ma una volta sola per morire. Leone è più che un timido: è un assente.
Scendere dalla collinaAlberto Savinio

Il mare si stendeva scintillante come uno specchio ieri e si stende scintillante come uno specchio oggi.
Sotto la stella d’autunno, Knut Hamsum

Spero che questo libro non venga mai letto.
Fuochi, Marguerite Yourcenar

Guardatemi adesso, pensava Joshua.
La gamba destra non era più appesa mediante pulegge al soffitto di una stanza d’ospedale, ma era ancora ingessata: alla sua età le fratture multiple faticano a saldarsi. Niente più cannule che fuoriuscivano dalle narici, che lo nutrivano per endovena o gli drenavano i polmoni. Un gorgogliare di sangue a ogni respiro. Continuava a rimuginare su tutto il sangue che gli avevano pompato in corpo. Sei litri di sangue altrui. Allagava i suoi sogni, insozzava le sue ore di veglia. Con ogni probabilità, una parte di quel sangue l’ospedale se l’era procurata comprandolo da ubriaconi senza un soldo o drogati. Finirò sicuramente col beccarmi l’epatite, pensò. Se non peggio.
Joshua allora e oggi, Mordecai Richler

«Come posso farmene una ragione?» pensava, quando gli capitava di pensare. «Questa non può essere depravazione. Il vizio volgare è onnivoro; quello raffinato presuppone l’appagamento. Che importa se ho avuto cinque o sei relazioni normali – come si può paragonare la loro insulsa casualità con la mia specialissima fiamma? E allora? Non è certo la matematica della lussuria orientale, ove la tenerezza della preda è inversamente proporzionale alla sua età.
L’incantatore, Vladimir Nabokov

Tre volte venni a contatto con i cammelli e ogni volta finì in modo tragico.
Le voci di Marrakech, Elias Canetti

Lo svizzero e la sua compagna erano entrati dall’agente immobiliare Moritz proprio nel momento in cui tentavo non solo di chiarirgli, e in definitiva di spiegargli in termini scientifici, i sintomi della mia infermità psicoaffettiva, ma a lui, a Moritz, in quel periodo certo la persona che probabilmente mi era più vicina, gli ero capitato in casa per rovesciar fuori tutto d’un colpo, nel modo più brutale, la parte interiore della mia esistenza, non solo aggredita ma già completamente stravolta dalla malattia, esistenza che fino a quel momento lui conosceva soltanto da un aspetto superficiale che non lo inquietava particolarmente e quindi non lo colpiva per nulla, e dovevo spaventarlo e sgomentarlo mediante la diretta brutalità del mio esperimento se non altro per il fatto che in quel pomeriggio da un istante all’altro avevo svelato e rivelato a Moritz quello che per tutti i dieci anni della mia conoscenza e amicizia con lui gli avevo tenuto nascosto, anzi per tutto questo tempo gli avevo in fondo sempre più celato con matematica cavillosità, gli avevo occultato incessantemente e senza pietà verso me stesso perché lui, Moritz, non potesse gettare neanche la più piccola occhiata nella mia esistenza, questo lo aveva profondamente sconvolto, ma da questo suo sgomento non mi ero minimamente lasciato bloccare nel mio meccanismo di rivelazione messo in moto quel pomeriggio, veemente e certo legato anche alle condizioni atmosferiche, ma a poco a a poco quel pomeriggio, come se non avessi avuto alcuna altra scelta, davanti a Moritz, che quel pomeriggio avevo assalito di sorpresa con la mia trappola mentale, avevo svelato tutto ciò che mi riguardava, svelato tutto ciò che c’era da svelare, rivelato tutto ciò che c’era da rivelare; per la durata di tutto l’episodio avevo preso posto come sempre sul sedile d’angolo di faccia alle due finestre vicino alla porta d’ingresso dell’ufficio di Moritz, quella che io chiamavo la stanza dei classificatori, mentre lui, Moritz, era già la fine di ottobre, mi stava seduto di fronte nel suo cappotto grigio topo, a quell’ora probabilmente già in stato di ubriachezza, non l’ho potuto constatare con esattezza nell’oscurità già incombente; per tutto il tempo non lo avevo perso d’occhio, era come se quel pomeriggio, dopo che per settimane non ero entrato in casa di Moritz, anzi per settimane ero ormai rimasto solo con me stesso, vale a dire in balìa della mia testa e del mio corpo nella massima concentrazione riguardo a ogni cosa per un periodo troppo lungo per non distruggere anche i nervi, mi fossi deciso a tutto ciò che per me poteva significare salvezza, finalmente mi ero precipitato fuori dalla mia umida fredda oscura casa attraverso il bosco fitto e cupo piombando su Moritz come su una vittima che avesse il potere di salvarmi la vita per non lasciarmelo più sfuggire, questo mi ero proposto avviandomi verso la casa di Moritz, fino a quando con le mie rivelazioni, vale a dire con offese veramente inammissibili, non avessi raggiunto un grado accettabile di sollievo con lo svelare e il rivelare quanto più possibile della mia esistenza per anni tenutagli nascosta.
, Thomas Bernhard

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