Claudio Trionfera

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Massimo Ranieri nel nero mantello di Riccardo non morde ma sembra un vampiro. Calvo e atemporale, capace di portare su di sé con nonchalance il peso di qualche secolo. Però canta bene e i vampiri, di solito, sono rochi e stonati anche se alcuni di loro, nelle oscurità sepolcrali, fanno eccezione (ne abbiamo le prove).

Riccardo è quello del titolo Riccardo va all’inferno (esce in sala il 30 novembre, durata 91’) così dipinto da Roberta Torre, la cineasta milanese più “meridionale” della storia che nel film di oggi ritrova l’ispirazione dei suoi film migliori per effervescenza ed esuberanza (Tano da morire e Sud Side Stori, anni 1997 e 2000): con un impianto coreografico e scenografico di forte impatto visivo ed altri sparsi elementi d’attrazione.

Voracità assassina e vocazione vendicativa

Uno di questi elementi, probabilmente il principale è, appunto, Ranieri. Calvo, storpio e grifagno, sta a mezza via tra il Klaus Kinski del Nosferatu di Werner Herzog (1979) e il Max Schreck dell’altro Dracula raccontato da Friedrich Wilhelm Murnau nel ’22. Niente canini ma eguali voracità assassine a vocazione vendicativa. Poi, come detto, canta. E già questo sarebbe sufficiente a promuoverne e giustificarne la presenza; se non che, aduso ai climi della performance teatrale, recita anche alla perfezione la sua parte rantolante e viperea dando ulteriore smalto all’ensemble.

Una florida “azienda” specializzata in droga e malaffare

Dunque Riccardo. Esce dal manicomio dov’è stato rinchiuso molto a lungo e torna in famiglia, in un fantastico regno al confinare di Roma. La sua famiglia, di nome Mancini, è nobile e potente e di conseguenza anche un po’ crudele: governa un remunerativo traffico di droghe e turpitudini varie, viene presidiata dietro le quinte  dalla Regina Madre (Sonia Bergamasco) capace d’influenzare ogni evento anche se a comandare in “azienda” sono i suoi figli crapulanti.

Quanti ammiratori nel fatiscente call-center

Ed è proprio la sete di potere a spingere Riccardo, il quale gareggia da sempre coi fratelli per la supremazia famigliare, a compiere un tour omicida di spietatezza e abiezione rare, seminando cadaveri con l’aiuto dei suoi orrendi scherani e l’acclamazione dei fedelissimi che con ansia ne aspettavano la rentrée. Raccolti, questi ultimi, in una sorta di call center fatiscente, urlante e post-apocalittico, parlanti una lingua incomprensibile, disgustosi e trash nel sembiante, impazienti di incoronare re il loro signore (a proposito di mostri, altra citazione obbligata riguarda la maschera alla Michael Myers di Halloween indossata nell’orrendo centralino da una fan del redivivo).

Mauro Pagani compositore d’eccellenza

Cadaveri e sangue a profusione. Molta musica, anche. In una colonna sonora che, pure grazie a Ranieri, si propone  in funzione narrativa e recitativa nell’inclinazione rock e melodica sobillata al meglio da un musicista straordinario come Mauro Pagani. E, juste à côté, si realizza un bel segmento coreutico d’impostazione, costumi e toilettes improntati al punk più folcloristico e vaporoso.

Il risultato è lusinghiero, appagante e abbastanza seduttivo, ottenuto con una regìa intelligente, una sceneggiatura (della stessa Torre e di Valerio Bariletti) fantasiosa e strutturata e una fotografia (di Matteo Cocco) capace di interpretarne convenientemente l’intento visionario.  Nel limbo temporale che vi si abbina, si consuma qualche altro rimando importante, soprattutto di livello visuale, alle cornici degli Addams, a Tim Burton, perfino al cinema di Carmelo Bene. Con attori all’altezza dell’impresa tra i quali si citano Silvia Gallerano, Ivan Franek, Silvia Calderoni, Antonella Lo Coco, Tommaso Ragno.

Quelle incursioni vintage sull’orizzonte horror

In un musical malavitoso e coloratissimo che può evocare qualche vicenda, per la verità già un po’ logora, della cosiddetta mafia capitale; che liberamente pedina lo scespiriano Riccardo III; nello stesso ordine numerico colloca il regno romano dei Mancini nel quartiere di Tiburtino III (per Torre una specie di revival allucinatorio dopo averne raccontato quasi dal vero lo sprofondo periferico in Itiburtinoterzo nel 2009 mescolando documentario e finzione – mai mi avrete con l’atroce definizione di docufilm); con gusto ed eleganza, ma non per questo con minor energia, s’abbandona ad una ricca cifra onirica e dark con propaggini horror, pop, neopsichedeliche e postmoderne. Infine con incursioni vintage si porge simpaticamente in certe acconciature femminili e nel parco-auto che allinea i miti antitetici di una Porsche 356 e di una Seicento Multipla.

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Voto: 3/5
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