Hanno tutto, ma proprio tutto per essere discoli. Sfiancanti, distruttivi, devastanti. Cattiveria? Neanche troppa. Voglia di fare scherzi, anche perfidi, quella sì e tanta. Sono gli studenti di Classe Z (in sala dal 30 marzo) di Guido Chiesa, piccola ma ferina incursione in un bizzarro mondo liceale nell’anno fatidico della maturità.

Il contributo di "ScuolaZoo"

La sezione della classe in verità è la “H”. Invece la lettera  “Z” è il riferimento a quel portale chiamato ScuolaZoo che ha partecipato con un certo vigore all’ispirazione e alla realizzazione di questo film. E vale la pena di ricordare che questa entità, nata una decina di anni fa dall’idea di due studenti, Paolo De Nadai e Francesco Fusetti, diventata subito popolare per aver postato su Youtube – opera di De Nadai - il video di un prof che dorme in classe, è diventata col passare del tempo un vero punto d’incontro e di servizio per gli studenti italiani, organismo multifunzionale e certo poco incline alla visione istituzionale della scuola. Della quale ha spesso evidenziato le carenze, strutturali e d’insegnamento.

Quel preside "segregazionista"

Classe H, dunque. E in ogni caso l’ultima della serie, anzi della classe. Escogitata dal preside Frigotto (Alessandro Preziosi), ancora giovane ma un po’ rétro e segregazionista per separare, diciamo così, il grano dal loglio: mettendo insieme gli elementi peggiori dell’istituto e isolandoli dal resto degli studenti per dimostrare che così il rendimento collettivo (degli “altri”, s’intende) può migliorare. Un “ghetto”, insomma, a raccogliere il peggio della scuola.

E i ragazzi della “H”, peraltro all’oscuro di quel disegno, si danno da fare per confermare, se ce ne fosse bisogno, tutta la loro ribalderia: tra loro si distinguono Ricky (Enrico Oetiker), autore di scherzi feroci che usa postare sui social; Yuri (Armando Quaranta) sempre minaccioso e in odor di violenza; l’erotomane Ugo (Francesco Russo); Stella (Greta Menchi) tutta trucco rossetto e minigonne; Viola (Alice Pagani) che pare avere la testa sulle spalle e (chissà) vorrebbe studiare ma ce l’ha col mondo intero e sembra serbare morsi di vipera. E via così, incluso il più inoffensivo Julian (Luca Filippi), che non parla e si esprime solo attraverso grandi occhi azzurri che paiono magnetizzare soprattutto Viola, magari con qualche prospettiva sentimentale.

L’utopia dell’attimo fuggente

Insomma un bel ritratto di gioventù non bruciata ma schizzata. Con diffuso disprezzo dei genitori. S’illude di placare i bricconi un supplente infervorato ed euforico, il professor Marco Andreoli (Andrea Pisani), che vive nel mito del Keating de L’attimo fuggente e vorrebbe applicarne gli stessi principii a quella classe di stolti. Verificando però sulla sua pelle che l’impresa è proibitiva, tanto da abbandonare la scuola dopo essere rimasto vittima di uno scherzo tremendo e derisorio.

Qualche segno, però, lo lascia: perché a tre mesi dall’esame di maturità i discoli intuiscono di non avere scampo; e al cospetto di una bocciatura incombente e collettiva decidono di affidarsi proprio a lui, l’unico che, in fondo, ha mostrato fiducia nei loro confronti, e l’unico, ai loro occhi, capace di prepararli alla bisogna. Epilogo intuibile, in ottica di rivincita dei reietti. Con preside smascherato e professor Andreoli (forse) salvato dalla sospensione per essere fuggito dalla scuola dopo aver fallito la strategia del fuggente: magari aiutato dai suoi ex cattivi studenti e al buonsenso del commissario ministeriale Luciani (Antonio Catania) nonostante la segaligna opposizione di altri insegnanti più o meno fannulloni o incapaci.

Generazione non catalogabile

Di Guido Chiesa ho speciale stima. Fin dai tempi de Il partigiano Johnny (2000) e, soprattutto, di quell’acerbo, acetato Lavorare con lentezza (2004).  Autore mobile e intelligente. Che scrivendo (insieme con Renato Sannio e Alessandro Aronadio) soggetto e sceneggiatura di questo film affronta un tema abbastanza ostico. Non tanto e non solo nel classico quadro di contrapposizione tra studenti e insegnanti o nell’altrettanto consueta verifica  d’inadeguatezza (culturale e psicologica) di un corpo docente preso a caso; quanto nella classificazione di un ensemble generazionale molto difficile da contestualizzare e, in ultima analisi, da capire a fondo.

Perché, diciamocela tutta, ad un primo impatto quei ragazzi “H” sembrano davvero degli idioti, ossessionati dall’uso dei social, tagliati a misura per le manifestazioni più esteriori ed esibizionistiche, dediti alla pratica un po’ infame, canagliesca e sciacallesca della diffusione su Youtube di filmati girati ai danni delle loro vittime inconsapevoli, con tanto di frenesia sulle visualizzazioni Poi le cose cambiano, anche troppo repentinamente, quando al posto della irresponsabilità illimitata subentra la fifa per la bocciatura all’esame. I lupi allora diventano agnelli, prima faticando un poco a mettersi in riga poi, sempre più docili, mettendosi serenamente nelle mani del professore un tempo sbeffeggiato. A fine corsa, si dirà, sono bravi ragazzi anche loro.

La compagnia del caso-limite

Chiaro, la tinta è volutamente forte, si costeggia il paradosso e si sfiorano il grottesco, il fumettismo e la caricatura nei comportamenti di questa compagnia del caso-limite chiusa nella gabbia di una sezione totalmente discriminata, quasi da isolamento ospedaliero. In una dimensione di commedia corale molto borderline rispetto ai rituali di genere, capace a tratti di divertire e di proporsi in ogni caso attraverso una cifra originale e uno stile di regia piuttosto disinvolto. I caratteri dei vari personaggi restano abbastanza in superficie, legati più ai comportamenti che alle riflessioni e agli approfondimenti sulle impronte individuali: se ne giova una recitazione collettiva non gravata di verbosità e spinta ad esprimere tutta la sua giovanile e birbantesca energia.

Voto: 3/5
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