Ogni classe ha la sua chat, anzi ne ha ben più di una. C’è quella ufficiale dei genitori, che dovrebbe servire a ricordare una scadenza, un’uscita didattica, una variazione d’orario, una raccolta di soldi per il regalo alle maestre o ai professori; poi c’è quella parallela per un compleanno, nata per decidere se portare la torta al parco o in ludoteca; poi quella dei pochi, nella quale si commenta ciò che succede nella chat dei molti; poi quella dei rappresentanti, in cui si stabilisce come formulare il messaggio che verrà pubblicato nella chat generale.
Poi ci sono quelle oltre la scuola: quella della squadra di calcio, quella del corso di nuoto, quella del catechismo, quella del gruppo scout, quella del saggio di danza, quella dei genitori che organizzano il passaggio in macchina, quella di chi non vuole più ricevere messaggi nella chat precedente e ne apre un’altra, con il lodevole intento di ridurre il caos, generandone uno nuovo. S
Siamo entrati nell’epoca del contenitore permanente, tanto che ogni attività infantile o adolescenziale produce un ambiente parallelo, una stanza digitale che nasce per necessità e cresce per gemmazione, fino a creare una piccola burocrazia emotiva, fatta di notifiche, conferme, domande, risposte, faccine, vocali, precisazioni, screenshot, inoltri, sondaggi, smentite, interpretazioni e richieste di ulteriore chiarimento.
Il lato positivo e negativo delle chat di scuola
Whatsapp è usato ormai dal 90 per cento degli italiani, quindi il punto non è l’esistenza delle chat, perché alla luce della diffusione capillare del social in questione, sarebbe ingenuo, e anche un po’ snob, non tenerne conto o rifiutarlo a priori. Una chat di classe, quando resta dentro il proprio compito, può essere uno strumento utile: si informa chi ha perso un avviso, si fa memoria di un appuntamento, si coordina un’uscita evitando giri di telefonate, si riducono i fraintendimenti logistici ed è possibile rendere più semplice la vita di chi lavora, corre, accompagna, recupera, incastra orari e prova a non dimenticare il quaderno a righe, la merenda, il certificato medico, la maglietta bianca per la recita.
Il problema nasce quando lo strumento informativo viene distorto a strumento emotivo. E così una domanda semplice diventa il punto d’avvio di un dibattito, un avviso genera dieci interpretazioni, il compito assegnato diventa materia di processo pubblico, per non parlare di una scelta dell’allenatore, dell’insegnante, dell’educatore, della parrocchia, dell’associazione sportiva o della scuola che si trasforma in una seduta permanente di commento collettivo.
Dieci pilastri per un utilizzo sano delle chat
Per questo, prima di imbatterci in una nuova filippica verso gli adolescenti e l’uso distorto che fanno – e lo fanno – di smartphone e social, proviamo anche noi a darci almeno dieci regole minime sull’uso delle chat nel nostro ruolo di genitori. Poi qualcuna varrà anche per quelle tra adulti, come quelle condominiali, o di lavoro, e allo stesso modo qualcuna varrà per le chat tra ragazzi, ma queste sono altre – importanti – storie che meritano approfondimenti specifici. Per ora, facciamo la nostra parte e dedichiamoci al nostro decalogo possibile:
1) Se apri una chat, verifica che sia effettivamente utile.
(Ormai la notifica di inserimento in un nuovo gruppo genera mal di stomaco).
2) Chiarisci subito a cosa servirà, dillo chiaramente!
(Una chat per gli avvisi non è una chat per i commenti, una chat per organizzare una festa non è un’assemblea permanente sulla scuola).
3) Scrivi poco e scrivi quando una notizia informa.
(Il dibattito facciamolo a quattr’occhi, da qualche parte).
4) Non rispondere di fretta.
(Le chat peggiorano quando la velocità sostituisce il pensiero, quando si legge male e si reagisce subito).
5) Non rispondere male.
(Il tono e la sintesi digitali rendono dure anche frasi che dal vivo sarebbero innocue).
6) Non sbagliare i contenuti.
(Prima di inoltrare un avviso, controlla data, ora, luogo, destinatari e fonte, perché l’informazione imprecisa crea più lavoro dell’assenza di informazione).
7) Cura la forma.
(Punteggiatura, chiarezza e sintesi non sono formalismi e dimostrano l’attenzione riservata alla questione trattata).
8) Non sfogarti.
(La chat dei genitori non è il luogo in cui depositare frustrazioni sulla scuola, sugli allenatori, sugli altri figli, sugli altri genitori, sulla vita).
9) Vocali solo se c’è un accordo iniziale.
(Il vocale obbliga gli altri a concedere tempo e attenzione, quindi va usato se è pratica condivisa).
10) Orari diurni.
(Vi prego).
