Quelle «prime», ovviamente: la loro scarsità, l’inflazione, i consumi bloccati rischiano di generare una tempesta perfetta. E se i costi si fanno proibitivi, che fine farà la (presunta) ripresa?
Dopo i termini «resilienza» e «distopia», nel vocabolario degli italiani irrompe la «supply chain», ovvero la catena di approvvigionamento delle merci. Come dire la vendetta del reale sul virtuale. Tanto per capirci: se questa s’inceppa, come si è inceppata, anche uno come Jeff Bezos, il signor Amazon, si trova alla canna del gas. Che peraltro costa sempre ed esageratamente di più.
Troppo impegnati a discutere di Covid, molti non si soffermano sull’altro virus cinese che rischia di mandare a gambe all’aria l’economia mondiale: la congestione delle merci, l’accaparramento sistematico che la Cina sta facendo di materie prime, e soprattutto lo squilibrio nei conti di Pechino che per ora resta mascherato, ma sta per esplodere. La supply chain è il sistema logistico mondiale. È il collo di bottiglia che lascia le navi in porto, le merci a marcire, che accumula ritardi di mesi e ha portato i costi dei noli fuori controllo con aumenti da 6 a 10 volte.
Mentre le fanfare celebrano una ripresa italiana che tale non è (tecnicamente, poiché restiamo sotto i livelli pre-Covid, si può solo parlare di recupero) se si allarga lo sguardo a dopo il primo gennaio si vedono dense nubi all’orizzonte. Si prepara una tempesta perfetta: inflazione, scarsità di materie prime appunto, consumi bloccati e redditi impoveriti. L’avviso lo ha dato la Banca d’Italia nel suo bollettino del 22 ottobre. Segnala che il 60 per cento delle industrie manifatturiere ha problemi di reperimento dei materiali necessari alla produzione, di queste 8 su 10 hanno avuto forti rincari soprattutto nei settori metalmeccanici, della plastica e della chimica. Il 70 per cento addirittura non riesce né a spedire né a ricevere nei tempi stabiliti. Poiché «la mancanza di input intermedi (sono le materie da trasformare, ndr) è il primo ostacolo per le industrie ci sono incertezze sulla stabilità della ripresa».
Si tratta di una possibile contrazione del Pil il prossimo anno di 1,5 punti, il che porterebbe – se proseguono rincari e incertezze della supply chain – la ripresa stimata per il 2022 non più al 4,5 per cento (ultima valutazione, peraltro ottimistica, dell’Ocse) ma sotto il 3 per cento: valore che non ci farebbe recuperare ancora i livelli pre-Covid. L’Italia però non se lo può permettere perché dal 2023 torneranno – ancorché si spera modificati – i parametri dei trattati europei. Un segnale lo dà lo spread, nell’ultima settimana costantemente sopra i 130 punti.
Nell’immediato, però, cosa ci manca? L’acciaio, tant’è che non si trovano le lattine per inscatolare pomodoro, tonno e tutte le conserve. Il cotone ha subìto un aumento di prezzo del 130 per cento; il rottame di ferro, che alimenta la nostra siderurgia, registra rincari di oltre il 60 per cento, con un ritardo delle forniture che sta mettendo in ginocchio le fonderie; gli allevatori con costi dei mangimi sopra i 40 punti percentuali ormai lavorano in perdita; il polietilene che serve per i materiali di plastica (l’Italia è leader mondiale) è aumentato del 110 per cento.
L’elenco di questa spesa fuori controllo è infinito. Basti pensare al caffè, introvabile quasi quanto il cacao. Nell’euforia per un Pil annunciato a fine anno in incremento del 6,4 per cento (l’ultima stima Ocse, Confindustria parla del 6,2, il ministro dell’Economia Daniele Franco fa intendere che potremo arrivare al 6,3) pochi hanno prestato attenzione al fatto che l’Istat, l’istituto di statistica, ha certificato come nel terzo trimestre la crescita della produzione industriale si sia fermata. Dato ribadito nella sua rilevazione rapida dal Centro studi della Confindustria che scrive: «La produzione industriale è cresciuta nel periodo luglio-settembre 2021 dello 0,5 per cento, ovvero a un ritmo fisiologicamente più contenuto dei primi due trimestri che hanno rispettivamente registrato un +1,2 e +1,5».
Subito dopo segue: ma l’economia va che è una meraviglia! Sicuri? La Confartigianato stima che questo aumento delle materie prime ci costerà 40,6 miliardi di euro, poi ci sono gli allarmi provenienti da molti settori produttivi, con almeno 10 mila piccole imprese travolte dal caro energia. Italmopa, che significa la farina e la semola per l’agroalimentare, ha emesso un comunicato drammatico. Sostiene Emilio Ferrari, il presidente: «Siamo purtroppo spettatori forzati di un andamento schizofrenico dei mercati che sta brutalmente travolgendo il settore alimentare in generale e molitorio in particolare. Una situazione insostenibile che sta minacciando la stessa sopravvivenza di un comparto, quello della macinazione del grano, già strutturalmente caratterizzato da una redditività marginale».
Non meno accorato l’appello di Centromarca – presieduta da Francesco Mutti, il re del pomodoro – raggruppa 2 mila aziende per 120 mila dipendenti che producono generi di largo consumo. Le industrie, soprattutto piccole e medie, non ce la fanno più a sopportare i rincari in doppia cifra dell’energia e delle materie prime e chiedono al governo d’intervenire. «La distribuzione moderna non vuole ammortizzare i rincari, ma senza una diminuzione di accise e di Iva noi non possiamo andare avanti» avverte Mutti. E aggiunge: «Una crisi dell’industria dei beni di largo consumo avrebbe pesanti ripercussioni anche sull’indotto, con ricadute occupazionali negative in un momento in cui non c’è da stare allegri». Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia, se la prende con la grande distribuzione: «È facile per le catene distributive, che sostituiscono i prodotti italiani con quelli provenienti dall’estero a prezzo più basso, farsi pubblicità sulla morte delle nostre filiere».
Questo però pone un problema. Tutta la crescita è stimata in proiezione estera, ma il 70 per cento della nostra industria produce per il mercato interno: se i costi diventano insostenibili che fine fa la ripresa? Senza contare che il contesto internazionale non è così semplice. Tanto per dirne una: non avremo forse Champagne a Natale perché i produttori francesi non trovano gabbiette di metallo ed etichette; e il vetro è talmente rincarato che rende difficile produrre a costi compatibili. Il tema dei rincari energetici – in larga misura determinati in Europa sull’aumento dei certificati verdi sulle emissioni di CO2 su cui si è lanciata la speculazione – sta mettendo in ginocchio l’industria ceramica (uno dei comparti più importanti in Italia), quella del vetro, la siderurgia.
Queste sono le premesse per il 2022. Però c’è chi fa ottimi affari: i trader delle materie prime. Alcuni operatori hanno deciso di farsi pubblicità. È il caso del broker XTB che ha arruolato come testimonial il «Number One», ora allenatore della Roma, José Mourinho per convincere gli italiani a scommettere sui rincari delle materie prime. Sempreché le imprese che pagano le tasse e i salari non finiscano, a causa dei listini impazziti, in fuorigioco.
