Sono circa 75.500 le domande presentate per entrare nei corsi di laurea delle Professioni sanitarie nell’anno accademico 2026/2027, oltre 11mila in più rispetto alle 64.260 dello scorso anno, e il dato racconta un ritorno di interesse molto più consistente di quanto lasciasse immaginare la sostanziale stabilità registrata nel 2025. Oggi, 16 settembre, migliaia di studenti affrontano contemporaneamente nelle università italiane il test di ingresso per uno dei 22 corsi di laurea che formano infermieri, fisioterapisti, logopedisti, ostetriche, tecnici sanitari e molte delle altre figure sulle quali si regge una parte essenziale del sistema sanitario.
La crescita delle candidature è del 17,5 per cento in un solo anno, mentre i posti sono aumentati in misura decisamente più contenuta: quelli destinati ai candidati dell’Unione europea e ai non comunitari residenti in Italia sono 38.184, contro i 36.873 dell’anno precedente, con un incremento del 3,6 per cento. Il risultato è che, in media, si è passati da 1,7 a circa due domande per ogni posto disponibile, anche se dietro questa media nazionale si nascondono situazioni completamente diverse a seconda del corso scelto e dell’università nella quale ci si presenta.
Fisioterapia è il corso più conteso: oltre sei candidati per ogni posto
A guidare ancora una volta la classifica delle professioni più richieste è Fisioterapia, che concentra 25.146 domande per appena 4.086 posti: significa 6,2 candidati per ogni posto disponibile, con una crescita delle richieste del 20 per cento rispetto alle 20.919 dello scorso anno.
Subito dietro arriva Logopedia, con 5.707 domande per 1.150 posti e un rapporto di cinque a uno, mentre per Ostetricia le candidature sono 4.380 per 1.350 posti, pari a 3,2 domande per posto. Lo stesso rapporto si registra per Tecniche di radiologia medica, dove però l’aumento rispetto al 2025 è particolarmente marcato: le domande salgono da 4.748 a 6.155, quasi il 30 per cento in più.
Tra i corsi che stanno attirando un interesse crescente spiccano anche Terapia della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, che registra un aumento delle domande del 46,5 per cento, e Igiene dentale, con una crescita del 43,4 per cento. Ancora più vistoso, seppure su numeri complessivamente più contenuti, è il raddoppio delle richieste per Tecniche di fisiopatologia cardiocircolatoria, passate da 190 a 381.
Infermieristica torna a crescere, ma i posti sono quasi quanti i candidati
Il caso di Infermieristica è diverso e, per certi aspetti, è quello che racconta meglio le contraddizioni del sistema. Le domande sono tornate a salire in maniera significativa, passando da 18.836 a 21.907, con un incremento del 16,3 per cento, ma i posti disponibili sono 20.672: a livello nazionale il rapporto è quindi di appena 1,1 candidati per posto.
Significa che la competizione è incomparabilmente più bassa rispetto a Fisioterapia o Logopedia, ma soprattutto che il problema cambia radicalmente spostandosi da una città all’altra. A Napoli, secondo i dati riportati oggi da Repubblica, circa mille studenti concorrono per cinquecento posti, mentre a Firenze le 437 candidature sono addirittura inferiori ai 617 posti disponibili.
Ed è proprio qui che il dato nazionale rischia di essere ingannevole, perché non basta sapere quanti posti esistono complessivamente: la possibilità di entrare dipende fortemente dal territorio scelto e dalla disponibilità dello studente a trasferirsi qualora rimangano posti liberi in un altro ateneo.
Dal Nord al Sud cambia tutto: dove la competizione è più alta
Anche osservando i dati su base regionale emergono differenze molto forti. La Sardegna registra il rapporto complessivo più elevato, con 2.455 domande per 686 posti e una media di 3,6 candidati per posto. Seguono la Puglia, con 2,9, e Campania e Calabria, entrambe con 2,7.
In Lombardia sono state presentate 10.552 domande per 4.861 posti, con un rapporto di 2,1, mentre in Toscana le candidature sono 4.217 per 2.111 posti, praticamente due per ogni disponibilità. Nel Lazio, nonostante quasi 12mila domande, l’elevato numero di posti fa scendere il rapporto a 1,4; in Veneto è di 1,5 e in Umbria di 1,3.
La geografia delle candidature mostra dunque uno squilibrio che potrebbe diventare uno degli elementi decisivi anche nella successiva fase delle graduatorie: la possibilità di spostarsi verso un’altra sede può aumentare le chance di immatricolazione, ma implica costi di affitto e mantenimento che non tutte le famiglie possono affrontare con la stessa facilità.
Test Professioni sanitarie 2026, come funziona la prova
La prova del 16 settembre viene predisposta dai singoli atenei secondo uno schema nazionale comune ed è identica, all’interno della stessa università, per l’accesso ai diversi corsi delle Professioni sanitarie. Gli studenti hanno 100 minuti per rispondere a 60 quesiti a scelta multipla, ciascuno con cinque possibili risposte e una sola corretta.
Le domande sono suddivise tra 23 quesiti di biologia, 15 di chimica, 13 di fisica e matematica, cinque dedicati al ragionamento logico e alla soluzione di problemi e quattro alle competenze di lettura e alle conoscenze acquisite durante gli studi. Per ogni risposta corretta vengono assegnati 1,5 punti, mentre una risposta sbagliata comporta una penalizzazione di 0,4 punti; le risposte non date valgono zero. Il punteggio massimo possibile è 90.
Non tutti i corsi, però, esauriranno necessariamente i posti disponibili. Tecniche della prevenzione registra 0,8 domande per posto, Educazione professionale e Tecniche ortopediche si fermano a 0,6, Terapia occupazionale e Tecniche audioprotesiche a 0,5, mentre Tecniche audiometriche e Assistenza sanitaria scendono a 0,4. Le graduatorie e i successivi scorrimenti potranno modificare ulteriormente il quadro, soprattutto attraverso le seconde e terze preferenze espresse dagli studenti.
Il vero dato del test Professioni sanitarie 2026, quindi, non è soltanto il boom delle 75.500 candidature, ma la distanza crescente tra percorsi per i quali si combatte per uno dei pochi posti disponibili e altri nei quali le università rischiano ancora di non riempire le aule. Una differenza che per chi oggi affronta il test significa graduatorie e probabilità di ingresso molto diverse, ma che racconta anche quali professioni i giovani italiani immaginano più facilmente nel proprio futuro.
