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Vincitore (Malagò) e vinti della guerra intorno alla Figc: ecco cosa succede ora

Vincitore (Malagò) e vinti della guerra intorno alla Figc: ecco cosa succede ora
Giovanni Malagò, Luciano Buonfiglio e Andrea Abodi (Getty Images)

Finale all’italiana di una vicenda che ha tenuto in scacco lo sport per mesi: sarà Malagò a transitare la Federcalcio verso nuove elezioni tra dicembre e gennaio. Le posizioni di Buonfiglio e Abodi.

Comunque la si voglia girare, e tutti i protagonisti del papocchio cercheranno di tirarla dalla propria parte, la surreale vicenda della decadenza di Giovanni Malagò e del commissariamento della Figc, affidata alle mani del commissario Malagò perché la transiti a nuove elezioni dove presentarsi da candidato (meglio se unico) e farsi rieleggere presidente della stessa Figc, ha un vincitore e molti vinti.

Il vincitore per ko tecnico è Malagò, per distacco il miglior dirigente politico sportivo italiano di questo periodo storico. Messo in mezzo dal Coni e non amico, eufemismo, del Governo attuale – ma pure con quelli prima non era andata benissimo – è uscito dallo stallo facendo scacco matto e garantendosi passato, presente e futuro. Stabilito che in Giunta forse anche nel Consiglio nazionale pesava più lui del numero uno del Coni, Luciano Buonfiglio, venuto il sospetto che avrebbe potuto vincere la battaglia dei voti o al limite avere buoni argomenti da spendere poi davanti alla giustizia ordinaria, Malagò ha trattato da posizione di forza una pax che lo conferma al centro di tutto.

Sarà lui il commissario della Federcalcio con pieni poteri e con un mandato: organizzare entro e non oltre il 31 gennaio 2027 una nuova Assemblea Elettiva cui presentarsi possibilmente dotato di tessera Figc al pari di altri 1.497.532 italiani (dato Report Calcio Figc relativo all’anno 2025). Tessera da stracciare un minuto dopo l’elezione per evitare conflitti di interesse. Farà molto prima, come ha annunciato uscendo dal Palazzo romano dove ha sigillato la sua vittoria incontrando prima Buonfiglio per firmare il compromesso e partecipando poi alla Giunta che ha approvato l’accordo all’unanimità in meno di un quarto d’ora (il successivo Consiglio è stato una formalità):  “Entro il 7 dicembre potremmo indire elezioni e mi sembra che la prima data utile per farle potrebbe essere il 14 dicembre”.

A Buonfiglio ha concesso l’onore delle armi: “Ho condiviso la proposta di Buonfiglio, mi sembra una proposta di buonsenso”. Cosicché il presidente del Coni l’ha raccontata a modo suo: “Per me Malagò è stata vittima di un malfunzionamento e quindi perché doveva pagare lui? Così ho detto: ‘commissariamo la federazione e nominiamo lui commissario’. Perché lui? Perché ha un curriculum perfetto, stiamo riprendendo il cammino con la Nazionale di calcio e così gli diamo la possibilità di condurla in questi novanta giorni”.

Di sicuro la soluzione della crisi che rischiava di paralizzare per mesi il calcio italiano, ma aveva anche messo in discussione governance e tenuta del Coni, non avrà fatto fare i salti di gioia a chi puntava dritto sulla cacciata di Malagò dal palazzo. “Non mi faccio influenzare da nessuno, l’importante era far prevalere le regole e l’autonomia del mondo sportivo – ha insistito Buonfiglio -. Abbiamo rafforzato ancora una volta il concetto per il quale le regole vanno rispettate, che l’assemblea è stata considerata espressione solida di voto e che il presidente del Coni si è preso la responsabilità di nominare un commissario, così che l’autonomia e la funzionalità dello sport italiano si sia ridotta all’interno dello stesso”.

“È tutto ridicolo” ha tuonato Renato Miele, il terzo incomodo tra Malagò e Abete che ha scatenato il caos a suon di ricorsi pur essendo lui stesso privo del requisito principale per candidarsi a presidente della Figc: non la tessera, ma che lo accreditasse almeno la metà di una qualsiasi delle componenti. La verità è che nel momento della prova definitiva Malagò si è trovato compatto il suo mondo intorno, compresa la Lega Serie A con cui dovrà ricucire perché i rapporti non sono più quelli di giugno dopo gli strappi sulla scelta del ct e sulla tempistica nel mollare Infantino in vista del voto di marzo.

Nessuno era disposto a fare da sponda al tentativo di fare fuori l’uomo che per dieci anni ha governato, con profitto e risultati, lo sport italiano. Il muro ha retto e Malagò ha ribaltato l’esito della vicenda come mille altre volte gli è successo in carriera. Esce più forte. Lui. Il sistema Italia un po’ meno avendo offerto al mondo per due mesi una querelle surreale nella quale gli altri hanno capito una sola cosa: che in qualche modo se ne sarebbe usciti. Si è scelta una strada a metà tra il manifesto del Gattopardismo (“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”) e il Principe di Machiavelli (“Il fine giustifica i mezzi”). Game over. Almeno per un po’.

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