C’è una nuova generazione di fenomeni: i ragazzi e le ragazze nati dopo il 2014 che non hanno mai visto la bandiera tricolore ai Mondiali di pallone. L’Inno di Mameli, però, l’hanno sentito risuonare in cento e cento occasioni: sono circondati da “miti” come Jannik Sinner, come Federica Brignone, come Mattia Furlani, riccioli neri come la pece, gambe da fenicottero che a vent’anni è diventato campione del mondo nel salto in lungo, mai successo prima; è il “gemello” di Larissa Iapichino – la figlia di Fiona May, allenata dal papà Gianni Iapichino, un grande del salto con l’asta – che poche settimane fa ha vinto l’argento ai Mondiali e ha il record del mondo tra gli under 20. La lista è infinita: si va da Kimi Antonelli che, mentre la Ferrari resta a guardare, al secondo anno in Mercedes diventa il più giovane leader del campionato di Formula Uno conquistando due gran premi di fila, a Nadia Battocletti che corre i 3 mila, i 5 mila e i 10 mila vincendo tutto il vincibile. Dal massimo della tecnologia e del rischio sino al massimo della fatica. Come Marco Bezzecchi che con l’ Aprilia (pilota e moto italiani) è in testa alla moto GP ed è il vero erede di Valentino Rossi, e Francesca Lollobrigida che su due lamine d’acciaio fa brillare d’oro il ghiaccio.
L’Italia dello sport è in vetta al mondo in quasi tutte le discipline. In questo inizio di 2026, gli atleti nostrani sono stati capaci di fare il record di medaglie alle Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano Cortina, ai Mondiali di atletica indoor a Torun, in Polonia. L’Italia del rugby per la prima volta nella storia ha battuto nel Sei Nazioni, dove non siamo più la Cenerentola, i maestri dell’Inghilterra. È l’Italia che arriva, anche questo un traguardo storico, in semifinale ai Mondiali di baseball e batte per la prima volta 8 a 6 gli Stati Uniti. È l’Italia che insegna ad andare a vela al mondo e, con Alessandro Marega, vince per la prima volta in 70 anni la Finn Gold Cup. Può sembrare un risultato da nulla, ma la Finn è la vela; Alessandro viene da quel prestigioso circolo Oscar Cosulich di Monfalcone da cui è uscito Mauro Pelaschiar, anche lui “finnista”, che – con Cino Ricci e le notti di Azzurra in Coppa America – ci ricordò che siamo un popolo di navigatori.
Una generazione di fenomeni, però, nello sport c’ è stata davvero. Fu la nazionale di palla a volo degli anni Novanta; quella di Andrea Lucchetta, Lollo Bernardi, Andrea Giani (per citarne alcuni) che ha vinto tutto, compresi tre Mondiali di fila. Sotto rete, oggi, ci sono due squadre che il resto del mondo ci invidia: quella dei tennisti e quella di altri pallavolisti.
Nel tennis l’Italia è la grande potenza: dietro al “mostro” Jannik Sinner ci sono Lorenzo Musetti, Flavio Cobolli, Matteo Berrettini capaci di vincere tre coppe Davis di fila (dal 23 al 25, l’ultima senza Jannik); tra le ragazze, se il sorriso di Jasmine Paolini, un metro e sessanta di potenza esplosiva, illumina il ranking (è ottava), si può contare sulla determinazione di Elisabetta Cocciaretto, l’intelligenza di Martina Trevisan, la grazia di Lucia Bronzetti e la saggezza di Sara Errani, che in doppio con Jasmine ha conquistato perfino il titolo olimpico. Queste ragazze hanno vinto le ultime due Billie Jean King Cup, il Mondiale a squadre. E sono tutti maschi e femmine ragazzi dei circoli. Nessuna academy ipercostosa, come spagnoli o americani.
Nella pallavolo la nazionale femminile, vinto l’oro olimpico a Parigi, ha bissato col Mondiale, che i maschi hanno conquistato due volte consecutivamente.
Che sia parquet o pista da sci il risultato non muta. Sofia Goggia ha vinto la coppa di Super G, l’ultimo titolo è arrivato con Giulia Murada con la Coppa del mondo di sci alpinismo, nello snowboard gli azzurri detengono la coppa per nazioni, con Maurizio Bormolini, Roland Fischnaller e Michela Moioli, lo stesso nello ski-cross dove, a parte le imprese di Simone De Romedis e Federico Tommasoni, tutti hanno negli occhi le lacrime della quasi-bambina Flora Tabanelli, bronzo nel free style: anche per lei una prima assoluta.
Sempre sulla neve, c’è l’immensa Lisa Vitozzi, oro nel Biathlon. Milano-Cortina è stata l’Olimpiade del trionfo azzurro sia per i risultati sportivi (10 gli ori, compresi la staffetta mista short-track di pattinaggio con Arianna Fontana che con 13 medaglie in varie edizioni ha il record assoluto), ma soprattutto per l’organizzazione, al punto che Giovanni Malagò, già presidente Coni e capo del comitato organizzatore, è invocato come risanatore del disastro pallonaro.
Ora, mettendo in fila questa infinita serie di allori viene da chiedersi: il calcio è ancora lo sport degli italiani? E, soprattutto, il calcio è emendabile dai suoi miliardari fallimenti? Alla prima domanda rispondono i numeri delle varie Federazioni, alla seconda ha provato a dare una risposta Roberto Baggio che più di dieci anni fa – era inascoltato presidente del comitato tecnico – ha redatto uno studio di 900 pagine che si può risolvere in uno slogan: il calcio non ha più gli oratori ed è in mano ai procuratori. Tutti gli altri sport, no.
Quando Gabriele Gravina, presidente della Figc, abbarbicato alla poltrona dopo due fallimenti mondiali consecutivi, ha provato a resistere accusando gli altri sport di avere gli atleti mantenuti dallo Stato, è andato incontro a una serie di umiliazioni.
Facendo una panoramica, ci sono 13 milioni di atleti in 112 mila società o associazioni sportive (quasi seimila si occupano di atleti disabili) con circa mezzo milione di persone che vivono di sport: un settore che fattura 25 miliardi di euro. Il calcio costituisce circa il 13 per cento degli iscritti: un milione e mezzo di persone. La fetta più grande, ma la sua federazione – Fgci – non è quella che fa il miglior business: 220 milioni contro i 240 milioni della Federtennis (e padel). Il tennis ha poco meno di 1,2 milioni iscritti, con un boom del più 266 per cento dal 2020.
Effetto Sinner? Si potrebbe dire anche effetto Mondiali per la pallavolo che, affidata nelle mani del presidente Giuseppe Manfredi (tra i suoi collaboratori c’è Giuseppe Lomurno: viene dall’Umbria che con la Sir ha portato il volley italiano in cima al mondo e il ministro Giancarlo Giorgetti è stato a lungo uno dei dirigenti), è terza per numero di iscritti, ma ha il record di atlete: 300 mila. Lo schema Fipav è: settori giovanili accorpati alle prime squadre, minivolley come gioco e diffusione capillare nelle scuole.
L’atletica ha 271 mila tesserati e il nuoto di Gregorio Paltrinieri o delle due “terribili” Simona Quadrella o Sara Curtis conta 210 mila tesserati, ma non ha impianti: le piscine olimpiche sono una sessantina, le piattaforme per tuffi sono sei e la medaglia d’oro di Chiara Pellacani e Matteo Santoro ai mondiali di Singapore è un miracolo. Così come la carriera di Sara Raffaelli e delle farfalle italiane della ritmica: una federazione, quella della ginnastica, che si regge sul volontariato. Il massimo è la Federscherma: cento sale attive, 23 mila atleti e, solo nel 2025, ha ottenuto 140 medaglie tra Mondiali ed Europei, 6 Coppe del Mondo e 87 podi complessivi.
Forse il calcio con le sue scuole dove si pagano fino a 1.500 euro all’anno, dove i ragazzini finiscono sotto procuratore a 16 anni dove, stando a molte denunce, si pagano fino a 30 mila euro per giocare nelle categorie minori, ha molto da imparare e moltissimo su cui riflettere. A cominciare dalle parole di un campione del mondo, uno degli ultimi, Claudio Gentile che, dopo l’ennesimo flop mondiale, si è sfogato con Repubblica: «Le squadre le fanno i procuratori, soprattutto la Nazionale. Quando allenavo l’Under 21 vennero da me con una borsa piena di denaro: è tuo, mi dissero, se convochi chi diciamo noi. Risposi di andarsene altrimenti avrei chiamato i carabinieri. Finì che mi fecero fuori». Sia detto per inciso: Myriam Sylla, capitana della nazionale di volley, per mettere insieme un po’ di soldi è dovuta emigrare in Turchia.
