L’ultima volta che l’Italia ha perso prima delle semifinali tutte le sue squadre nelle coppe europee, con tre competizioni organizzate dalla Uefa, al Governo c’era il mitologico Amintore Fanfani, la Democrazia Cristiana era ancora il partito di riferimento degli elettori italiani, Giovanni Paolo II era il Papa, Nelson Piquet vinceva il Mondiale di Formula Uno e a Wimbledon trionfavano Pat Cash e Martina Navratilova. Altra epoca, insomma.
Sono passati 39 anni da quella stagione 1986/1987 e l’addio di Bologna e Fiorentina, le ultime in ordine di tempo ad abbandonare l’Europa del pallone, ha riportato le lancette del tempo del calcio italiano indietro di quasi mezzo secolo. In realtà anche nel 2018/2019, calcisticamente parlando l’altro ieri, l’Italia si era arresa prima delle semifinali ma allora non esisteva ancora la Conference League (e da tempo era stata cancellata la Coppa delle Coppe) e le competizioni erano solo due e non tre.
Un disastro che completa l’annata della terza mancata qualificazione al Mondiale, il flop della nazionale che ha azzerato i vertici della Figc e costretto tutto il sistema a ripartire daccapo. Sintomi della stessa crisi, anche se bisogna dire che negli ultimi anni le squadre italiane hanno fatto tutt’altro che male in Europa e, dunque, non si può parlare di tracollo. E’ vero che non vinciamo la Champions League dall’ormai lontano 2010 e da quel giorno ci siamo dovuti accontentare di quattro finali perse da Juventus e Inter, ma nel complesso siamo stati spesso competitivi con la punta d’eccellenza del 2023 della semifinale milanese. E ci sono stati i trionfi dell’Atalanta in Europa League e della Roma in Conference.
Quest’anno, invece, è andato tutto storto sin dall’inizio. Il punto più basso è stata la cacciata del Napoli dalla prima fase della Champions League, 30° su 36 iscritte pur essendosi presentata al via da campione d’Italia in carica. Poi i playoff hanno spento le speranze di Inter (Bodo Glimt) e Juventus (Galatasaray) mentre l’Atalanta che aveva fatto sognare con il Borussia Dortmund è stata maltrattata dal Bayern Monaco. E nelle altre coppe non è andata meglio.
C’è un dato che fotografa l’andamento stagionale in Europa: nelle 78 partite giocate da settembre in poi le nostre squadre sono state capaci di vincerne meno della metà. Solo 37 successi (47%) e ben 28 sconfitte (36%, una su tre); un bilancio estremamente negativo che ha fatto abortire già in autunno la speranza di poter chiudere la stagione con un ranking Uefa tale da consentire di avere nel 2026/2027 la famosa quinta squadra in Champions League.
La verità è diversa e brutale: i 19,000 punti rimediati sono la peggiore prestazione dal 2022 e ci hanno collocato alle spalle di Inghilterra, Spagna, Germania e Portogallo e poco sopra la Francia. Nell’immediato significa mandare agli archivi una stagione pessima, nel medio termine non ci sono problemi perché a giugno scarteremo il punteggio basso del 2021/2022 ma attenzione perché da lì in poi entreranno in circolo i grossi calibri del triennio felice e, senza risultati, dovremo cominciare a guardarci le spalle anche per difendere i quattro posti nell’Europa che conta.
