Harry Kane ha vinto il Pallone d’Oro 2026, settantesima edizione del premio che mette in fila i migliori calciatori del mondo. Secondo Kylian Mbappé e terzo Lamine Yamal. Passato, presente e futuro sul podio di un’annata in cui la vittoria è stata decisa sul filo di lana in un crescendo di emozioni e colpi di scena, con l’organizzazione che è andata in tilt tanto da pubblicare sul proprio sito, qualche ora prima del verdetto finale, le schede di tutti e tre accreditandoli del successo. Caos, passo indietro e scuse.
Ha vinto Kane pur essendo un anno pari e non avendo conquistato con la sua Inghilterra il titolo mondiale. Un’anomalia che dice molto di quanto sia eccezionale l’affermazione del 33enne centravanti dei Tre Leoni e del Bayern Monaco, protagonista di una stagione stratosferica a livello personale da 73 gol in 65 presenze tra club e nazionale, trascinata allo storico terzo posto che rappresenta il miglior risultato dopo il trionfo del 1966.
Numeri che hanno convinto i giurati di tutto il mondo a infrangere una regola non scritta: premiare un giocatore della selezione conquistatrice della Coppa del Mondo. Lamine Yamal, nemmeno ventenne, avrebbe avuto tutti i titoli per prendersi il premio grazie alla Spagna e al Barcellona campione della Liga, ma ha pagato il finale della scorsa stagione condizionato da un brutto infortunio muscolare che lo ha relegato nel ruolo di comprimario di lusso negli Stati Uniti.
Mbappé, invece, è rimasto ancora a secco e comincia a farsi largo il sospetto che il suo momento non arrivi mai. E’ ancora giovane (27 anni), gioca nella squadra più glamour e nel club più potente (Real Madrid), ma gli manca sempre qualcosa per mettere insieme tutti i dettagli che servono per impossessarsi del prezioso trofeo. Kane è il passato, causa età, lui rappresenta il presente e Yamal il futuro: a breve il fuoriclasse del Barcellona comincerà a vincerne in serie e per Kylian diventerà ancora più difficile.
Harry Kane è un vincitore più che degno del Pallone d’Oro e non solo per la stagione fantastica che ha vissuto. Giocatore antico e moderno al tempo stesso, centravanti che con il passare degli anni è migliorato aggiungendo al suo repertorio la capacità di farsi trovare a tutto campo e non solo in area di rigore, dove è letale. Leader tecnico ed emotivo dell’Inghilterra; che il premio gli sia stato consegnato a Londra – sede eccezionale per l’edizione numero 70 – è un ulteriore segno del destino. Da quando ha lasciato il Tottenham, dove è rimasto per un ventennio, è migliorato fino a diventare un giocatore totale.
E’ un campione anche di normalità, esempio per i giovani. Ama raccontare di allenarsi ancora come quando era un teenager con la voglia di spaccare il mondo. Mai un comportamento fuori dalle righe, mai una protesta sguaiata, mai gossip a sporcare la sua immagine. Il campione di tutti, insomma, e per questo pur avendo vinto in volata nessuno avrà da obiettare sulla sua incoronazione. Appena giù dal podio Rodri, architetto della Spagna mondiale, Leo Messi e Kvaratskhelia che avrebbe forse meritato di più ma che non era presente al Mondiale con la sua Georgia.
L’Italia? Sparita. Nessun azzurro nei primi trenta (lo si sapeva) e il 22° posto di Lautaro Martinez a rappresentare la Serie A. Scudetto e Coppa Italia con l’Inter oltre alla magia della rete in semifinale con la sua Argentina non sono stati sufficienti a trascinarlo nella Top10 come un anno fa.
