Gabriele Gravina si è dimesso. Non poteva resistere e non ha resistito a due giorni di tempesta politica, mediatica e popolare dopo lo choc del fallimento della nazionale, il terzo consecutivo nella storia del calcio italiano e il secondo sotto la sua guida. Gravina ha rassegnato le dimissioni senza attendere il passaggio formale della convocazione di un Consiglio federale, così come annunciato nella drammatica notte di Zenica. La sede scelta è stata l’incontro con i presidenti delle componenti, convocati a Roma per raccogliere le riflessioni del presidente della Figc nella bufera.
Gravina si è dimesso perché consapevole che la sua presenza rischiava di mandare in stallo tutta l’attività della Federcalcio. Troppo alto il livello conflittuale legato alla sua persona, troppo aspro lo scontro con la politica (che lo ha designato come responsabile unico del crollo) e pieno di incognite il rapporto interno con gli oppositori che da un minuto dopo la fine della partita con la Bosnia hanno cominciato a lavorare per arrivare alla sua resa. In sintesi, un passo indietro doloroso ma spiegato come necessario per liberare il campo dalla ragione principale della guerra che è aperta a Zenica.
Dimissioni Gravina, cosa succede adesso
Le dimissioni di Gravina hanno conseguenze immediate. Intanto si apre il processo che porterà all’elezione di un nuovo presidente- La data fissata è quella del 22 giugno e i prossimi due mesi serviranno per trovare il nome giusto sul quale convogliare la maggioranza del consenso. Respinto l’assalto della politica. Il ministro dello Sport, Andrea Abodi, ha fatto di tutto perché si arrivasse al commissariamento della Figc fino a quando il numero uno del Coni, Luciano Buonfiglio, ha dovuto spiegare pubblicamente che non esistevano i presupposti secondo norme e statuti vigenti. La crisi politica del calcio italiano sarà risolta all’interno del sistema, a meno che lo stesso non si riveli non in grado di trovare un successore.
Chi per il dopo Gravina? Il punto di partenza è che si voterà a luglio con i pesi elettorali usciti dall’ultima riforma. La maggioranza rimane in mano all’area del calcio dei dilettanti e della Lega Pro, ma la Serie A vuole con forza contare di più. Il nome di Giovanni Malagò, ad esempio, è stato pronunciato pubblicamente da De Laurentiis e potrebbe essere una carta importante. Attenzione, però, a figure che già sono presenti in Consiglio federale come Matteo Marani (Lega Pro) più di Giancarlo Abete che rappresenterebbe un ritorno al passato difficile da far digerire ai tifosi.
La politica sogna di poter coinvolgere qualche ex campione del passato come Paolo Maldini o Alex Del Piero anche se bisognerebbe poi avere la coerenza di non scaricarli alla prima crisi sostenendo che non avevano curriculum ed esperienza.
Gravina si è dimesso: il comunicato
Nel comunicato con cui ha annunciato le dimissioni, Gabriele Gravina ha voluto anche chiarire alcune delle dichiarazioni che lo avevano messo al centro delle polemiche nel post partita in Serbia. Si è detto “rammaricato per l’interpretazione delle sue parole sulla differenza tra sport dilettantistici e professionistici, che non volevano assolutamente essere offensive nei confronti di alcuna disciplina sportiva, bensì erano un riferimento alle differenti normative e regolamentazioni interne (ad esempio, la presenza nella governance di alcune Federazioni di Leghe con le relative autonomie) ed esterne (con espresso riferimento alla natura societaria dei Club professionistici calcistici che devono sottostare a una legislazione nazionale e internazionale diversa dai Club dilettantistici)”.
Gravina lascia, le partite che restano aperte
L’agenda delle prossime settimane è piena di appuntamenti. Quella dei prossimi mesi, invece, vede cerchiati in rosso temi da non sottovalutare per evitare che il calcio italiano si faccia più male di quanto già non se n’è fatto. Nell’immediato bisognerà gestire l’ordinaria amministrazione tecnica, la transizione tra Gattuso (che lascia) e il prossimo ct: a giugno sono in calendario un paio di date e serve qualcuno che vada in panchina in attesa che il nuovo presidente nomini un tecnico per il futuro.
Poi c’è il delicatissimo dossier dell’Europeo 2032. L’Italia è in netto ritardo, non per colpa di Gravina (anzi) ma delle tradizionali difficoltà nella realizzazione di nuovi stadi. Il presidente della Uefa, Aleksandr Ceferin, ha lanciato un monito che dovrebbe preoccupare non poco i politici che oggi si stanno occupando, invece, di suggerire il nome dell’allenatore o altro: “”Euro 2032 è in programma e si svolgerà di sicuro: spero che le infrastrutture saranno pronte. Altrimenti, il torneo non si giocherà in Italia” ha detto, sottolineando come l’Italia sia diventata il terzo mondo calcistico per il suo ritardo strutturale e non per altro. Gravina è collaboratore stretto di Ceferin e il suo ruolo va mantenuto per evitare un clamoroso autogol.
Gravina e l’addio al veleno rispetto alla politica
E’ un nodo centrale e il passo indietro di Gravina è accompagnato da alcune riflessioni che assomigliano a recriminazioni. “Ho la coscienza a posto” ha detto ai collaboratori, mentre ritiene che molti dei suoi nemici politici non possano sostenere altrettanto di se stessi. Qualche esempio? Dell’atavica difficoltà a rinnovare stadi e strutture si è detto e vale anche per gli atleti di altri sport, plurimedagliati costretti ad allenarsi su piste di atletica piene di buchi o in piscine da condividere con i corsi pubblici una volta spenti i riflettori dei selfie e delle parate a palazzo.
Il calcio, però, negli ultimi tempi aveva chiesto senza ottenere udienza una serie di misure per supportare gli investimenti sui vivai e la sostenibilità dei club di cui oggi in tanti si riempiono la bocca. Esempi? Una tassazione favorevole per rendere più appetibili i contratti degli under azzurrabili, lo stop alla nuova legge che ha abolito il vincolo mettendo in crisi vivai e scuole calcio, il trasferimento di una parte degli introiti del betting che lo Stato incassa ma che non riconosce a chi genera il business e che sarebbero stati utilizzati, nel piano di Gravina, per infrastrutture e settori giovanili. O, ancora, qualche investimento con il tesoretto del Pnrr per il quale lo sport è stato pressoché ignorato.
Per tradurlo in numeri, rispettare una filiera industriale che genera oltre 12 miliardi di euro all’anno, ne garantisce 1,5 in tasse e contributi all’Erario, occupa 141mila lavoratori e produce benefici a cascata per tutta la filiera reggendosi sugli investimenti di pochi (indebitati) club. Non è successo e dietro alle parole al veleno di Zenica che hanno scatenato la reazione del ministro Abodi c’era tutta la frustrazione per quello che anche gli altri avrebbero potuto fare e non è stato fatto.
