Nessun intento fraudolento, al massimo la volontà di evitare errori ad arbitri e varisti. Dopo la Procura di Milano che ha richiesto l’archiviazione del filone principale di Arbitropoli, scagionando l’ex designatore Gianluca Rocchi, ora anche quella di Monza è arrivata alla stessa conclusione per la parte riguardate le cosiddette ‘bussate’ in Sala Var. Le carte erano finite in Brianza per competenza territoriale, stralciate dal filone principale aperto dal pm Maurizio Ascione e chiuso senza alcun risultato da quest’ultimo insieme all’aggiunto Paolo Ielo.
La Procura di Monza, diretta da Claudio Gittardi, ha chiesto l’archiviazione la tranche di indagine relativa alle ‘bussate Var’, indagati per concorso in frode sportiva l’ex designatore arbitrale Gianluca Rocchi, l’ex supervisore Var Andrea Gervasoni e gli ex varisti Luigi Nasca e Rodolfo Di Vuolo perché non sono emerse condotte “di natura fraudolenta” né il “dolo” per la “alterazione” dei risultati.
Secondo i pubblici ministeri Carlo Cinque e Marco Santini andava verificata la “natura fraudolenta” delle condotte, ossia “la direzione finalistica verso un risultato diverso da quello conseguente al leale e corretto svolgimento della competizione e, nei casi di concorso, il contributo consapevole alla medesima finalità illecita”. I pm sono arrivati alla conclusione che “la nozione di ‘atto fraudolento’ non coincida con qualsiasi violazione di una regola sportiva o organizzativa. La frode richiede un ‘quid pluris’ di artificiosità, inganno, dissimulazione o abuso strumentale idoneo secondo una valutazione ex ante, a incidere sul corretto svolgimento della competizione al fine di alterarlo”.
Diversamente, spiega ancora la Procura, “ogni errore arbitrale intenzionale nella sua dimensione decisionale, ogni inosservanza del protocollo Var e persino ogni indebita interlocuzione interna verrebbero automaticamente attratti nell’area penale, con una sovrapposizione incompatibile con il principio di offensività tra illecito sportivo, responsabilità tecnica e delitto”. Dunque, “gli atti di indagine raccolti – spiegano i pm – non consentono di sostenere in giudizio, con ragionevole previsione di condanna, né la natura fraudolenta delle condotte né il dolo specifico richiesto dalla norma, ossia che le condotte fossero finalizzate all’alterazione del risultato di campo piuttosto che a correggere errori arbitrali”. L’ulteriore prosecuzione delle indagini, poi, “non appare idonea a modificare il quadro, essendo già stati acquisiti audio, video, tabulati, dati del portale delle designazioni, documentazione regolamentare, sommarie informazioni e conversazioni successive alla discovery”. Peraltro, è stato possibile, scrive ancora la Procura, “al contrario verificare in alcuni casi che l’intervento esterno era finalizzato esclusivamente a correggere un evidente e poi riconosciuto errore di campo”.
La richiesta di archiviazione contiene, però, anche una valutazione generale su cosa sia stato il mondo arbitrale in Italia negli ultimi tempi: “Gli atti di indagine forniscono un quadro di criticità istituzionali e organizzative nel settore arbitrale, segnato da tensioni interne, contrapposizioni sulla governance, perplessità sulla regolamentazione della sala Var e rischi derivanti dalla promiscuità dei rapporti tra organi arbitrali, federazione e società calcistiche. Tali profili possono, al limite ed eventualmente, assumere rilievo in altre sedi, disciplinare, regolamentare o politico-sportivo, ma non risultano sufficienti a fondare l’esercizio dell’azione penale per frode sportiva”.
