La riforma dei concorsi universitari è legge. La Camera ha dato il via libera definitivo al disegno di legge che cambia le regole per diventare professori e ricercatori negli atenei italiani. astensioni. Dopo sette mesi di passaggio parlamentare (il sì al Senato lo scorso dicembre), tra audizioni con sindacati, dottorandi e ricercatori e diverse proposte di modifica poi respinte, la riforma diventa legge dello Stato
Università: stop all’Abilitazione Scientifica Nazionale, arriva l’autocertificazione
Addio all’Abilitazione Scientifica Nazionale (Asn), il sistema in vigore dal 2010 che era il primo gradino obbligatorio per partecipare ai concorsi da professore. Con la nuova Legge, chi vuole partecipare a un concorso da professore o da ricercatore dovrà autocertificare online il possesso di determinati requisiti di produttività scientifica, specifici per ogni area disciplinare. Non ci sarà più dunque una valutazione nazionale preliminare, separata dal concorso vero e proprio. I criteri (pubblicazioni, progetti di ricerca, didattica) saranno fissati da un decreto entro 90 giorni. Chi ha già l’abilitazione col vecchio sistema è esonerato dall’autocertificazione fino alla scadenza del titolo. Perché cambiare un sistema in vigore da 15 anni? I numeri forse aiutano a capire. Dal 2012 a oggi con sei sessioni di Abilitazione Scientifica Nazionale si sono abilitati oltre 71mila aspiranti professori, ma meno di 40mila hanno poi ottenuto una cattedra. Oltre 31mila persone (il 41%) hanno quindi superato la valutazione senza ricevere alcuna chiamata da un ateneo. Tra il 2013 e il 2024 le procedure di abilitazione hanno generato oltre 2.500 ricorsi tra Tar del Lazio e Consiglio di Stato. Nello stesso periodo, invece, le chiamate dirette da parte degli atenei hanno prodotto solo 45 ricorsi per i professori e 179 per i ricercatori. Questi dati, secondo i sostenitori della riforma, evidenziano un sistema lento, disomogeneo e troppo esposto al contenzioso.
Commissioni con membri sorteggiati e prova didattica obbligatoria
Cambia il modo in cui vengono selezionati i futuri professori e ricercatori: le commissioni di concorso saranno composte in gran parte da membri estratti a sorte da liste nazionali del Ministero. Per i concorsi da ordinario e associato le commissioni avranno cinque membri: quattro sorteggiati da una lista nazionale di 40 nomi per ogni area disciplinare, e uno scelto dall’ateneo che bandisce il posto. Nelle discipline più piccole, con liste sotto i 40 nomi, i membri scendono a tre (due sorteggiati, uno interno). Per i ricercatori, invece, la commissione sarà di tre membri: uno indicato dall’ateneo e due sorteggiati. Le liste nazionali resteranno valide due anni. Un’altra novità riguarda direttamente i candidati: in tutti i concorsi diventa obbligatoria una prova didattica su un argomento assegnato al momento, da svolgere insieme alla discussione pubblica delle proprie ricerche. In questo modo, oltre alle pubblicazioni scientifiche, verrà valutata concretamente anche la capacità di insegnare.
Più mobilità tra atenei e valutazioni periodiche per i neoassunti
La riforma cambia le regole anche per chi un posto lo ha già ottenuto. Dopo tre anni dall’assunzione, i neoassunti dovranno affrontare una valutazione dell’Anvur, l’Agenzia che monitora università e ricerca. E non solo i nuovi arrivati: tutti i docenti di ruolo saranno valutati ogni tre anni secondo nuove linee guida, con la possibilità per gli atenei di ottenere più fondi in base ai risultati ottenuti dai propri professori. Novità anche sui trasferimenti. Professori e ricercatori a tempo indeterminato, dopo almeno cinque anni di servizio, potranno cambiare ateneo senza bisogno di uno scambio con un collega di un’altra università, come richiesto finora. Basterà il “doppio assenso”: quello del docente e quello dell’università che lo accoglie, la quale dovrà comunque dimostrare di rispettare precisi vincoli di sostenibilità economico-finanziaria. Cambiano, infine, le quote riservate alla mobilità nei concorsi: i posti da professore riservati a chi arriva da un altro ateneo salgono dal 20% al 25%, mentre le risorse per i contratti da ricercatore proveniente da altre università scendono dal 33% al 25%.
Cosa cambia in pratica e quando
La riforma entrerà in vigore gradualmente, senza toccare i concorsi già avviati con le vecchie regole. Il passaggio chiave sarà il decreto ministeriale che stabilirà i requisiti di produttività scientifica per ogni area disciplinare: da lì dipenderà quanto sarà più facile o più difficile, in concreto, accedere alla carriera universitaria. Resta un nodo aperto per i circa 31mila abilitati “senza cattedra” del vecchio sistema: non è ancora chiaro come si applicherà a loro la nuova autocertificazione una volta scaduta l’abilitazione. Questa questione sarà al centro del dibattito nei prossimi mesi, insieme al funzionamento pratico delle commissioni sorteggiate, mentre la riforma inizierà a entrare in vigore negli atenei italiani.
