Home » Attualità » Opinioni » Chi fraintende la Brexit gioca sporco

Chi fraintende la Brexit gioca sporco

Chi fraintende la Brexit gioca sporco
Flags of the United Kingdom and the European Union.Brexit concept.

Da noi si legge la fine di Starmer come l’ennesima prova del fallimento del “Leave”. Ma la crisi inglese parte da più lontano del referendum

Aver dato la possibilità ai britannici di votare «Leave or Remain» è stato il più grande esercizio di democrazia diretta, dal basso, mai accaduto nell’Unione europea dopo Maastricht, tra l’altro con un referendum consultivo e non vincolante. Ma che scatenò le dimissioni dell’allora premier David Cameron, il quale “istituzionalizzò” il referendum. Contravvenendo alla regola dei padri europeisti, ben decisi a tenere il popolo fuori dalla porta. E, infatti, laddove si consentì il voto finì maluccio (Francia e Paesi Bassi bocciarono nel 2005 quel che poi fu il Trattato di Lisbona, rimettendolo sui binari con la ratifica per via parlamentare; l’Irlanda, obbligata per motivi costituzionali, bocciò Lisbona nel 2008, e si rifece votare addolcendo il piatto per ottenere il Sì). Italia, Germania, Belgio, Lussemburgo – i Paesi che hanno costruito l’Europa – non hanno mai sottoposto ai propri cittadini alcun trattato. (Un po’ come se l’Assemblea costituente avesse deciso tra repubblica e monarchia senza coinvolgere gli italiani… provate a pensarci proprio ora che facciamo 80 anni da quel voto).

Pertanto, la lezione del grande progetto europeo è: si coinvolge il popolo quando si è ragionevolmente sicuri del risultato; se il risultato è sbagliato, si ignora o si ripete. In Gran Bretagna no. E, nonostante qualcuno affermi che la maggioranza dei britannici sia delusa dalla Brexit e vorrebbe riavvicinarsi alla Ue, nessun partito si sognerebbe mai di dirlo apertamente; forse anche perché il “padrino” politico di quel referendum si chiama Nigel Farage e vola nei sondaggi.

Domandarsi se i britannici abbiano fatto bene o male ad uscire non ha senso, perché quasi tutto il dibattito sulla Brexit è costruito su un errore logico: confronta il Regno Unito post-Brexit con un controfattuale immaginario, cioè un Regno Unito che sarebbe rimasto nell’Ue e avrebbe prosperato. Ma quel controfattuale non esiste. Esiste, invece, un’Eurozona che – nello stesso periodo – attraversato la crisi del debito sovrano, la pandemia, la stagnazione italiana e francese, la crisi demografica tedesca, le guerre, la crisi energetica. Giudicare la Brexit isolandola da questo contesto è un esercizio intellettualmente disonesto.

Keir Starmer esce di scena il giorno del decimo compleanno della Brexit a favore di Andy Burnham, il quale dovrà giocarsela con colui che, quel referendum, lo volle, ossia Farage. E, allora, come fanno a convivere il desiderio di ritornare in Ue e la previsione di affidare le chiavi del governo proprio a Mr. Brexit? Questa domanda mette a terra tutti i dati e riposta la discussione alla casella del Via: le patologie che oggi vengono attribuite alla Brexit erano già presenti e in alcuni casi più acute prima del referendum del 2016. Le disuguaglianze geografiche e sociali tra Londra e il resto del Paese – il divario tra la City finanziaria e le città post-industriali del Nord e del Galles – erano strutturali e crescenti dagli anni Ottanta thatcheriani. Non le ha create la Brexit: le aree che hanno votato Leave in misura maggiore erano quelle con i più bassi redditi mediani, la maggiore deindustrializzazione, i peggiori indicatori di salute pubblica.

La Brexit ha accelerato e radicalizzato una crisi già in corso, non l’ha generata. L’economia a trazione finanziaria – con la Capitale come hub globale dei mercati e il resto del Paese in relativo declino manifatturiero – è una scelta strutturale che risale agli anni Ottanta. Infine, anche la narrazione europeista per cui l’Europa ha potuto affrontare le crisi coi suoi nuovi strumenti, andiamoci cauti: esiste una differenza fondamentale e insuperabile tra uno Stato dotato di propria banca centrale – come il Regno Unito con la Bank of England -e gli Stati dell’Eurozona, che usano l’euro senza controllarlo. Quanto al Pnrr, è debito di mercato, non creazione monetaria. La narrazione che ha presentato il Piano come una svolta storica analoga a un bilancio federale è fuorviante: si tratta di indebitamento sovranazionale sui mercati, senza la copertura di una vera unione fiscale né di una banca centrale che possa monetizzarlo.

Al debito post-Covid si aggiunge ora la pressione per una spesa comune per la difesa, anch’essa orientata verso strumenti di debito sovranazionale (come il programma Safe). Il modello Pnrr rischia quindi di diventare il precedente per finanziare ogni grande priorità europea a debito di mercato, aggravando il profilo di rimborso complessivo degli Stati membri senza risolvere il nodo strutturale: l’assenza di sovranità monetaria.

© Riproduzione Riservata