È un elemento ancora cruciale per la crescita economica. E la nostra fabbrica più tormentata ha comunque una produzione strategica per Italia e Europa. Riuscirà la politica a cogliere l’occasione di un rilancio?
Perché non cacciate ArcelorMittal, presidente?». È lunedì 12 ottobre: Giuseppe Conte, in visita a Taranto, risponde alle domande di un gruppo di giornalisti. Tra questi, protagonista di un battibecco con il premier, si fa notare un cronista locale che definisce la multinazionale dell’acciaio «il mostro che uccide». Niente di nuovo: è l’ennesima dimostrazione delle profonda ostilità che un parte della città nutre verso lo stabilimento ex-Ilva ora governato dalla ArcelorMittal.
C’è chi sogna una Taranto che vive solo di turismo e cozze e chi invece immagina una produzione di acciaio pulita, con l’idrogeno al posto del carbone.
E chi, più semplicemente, ritiene che l’ex-Ilva sia un cadavere che cammina, che non abbia più alcun futuro dopo aver perso, in un decennio di crisi, clienti, quote di mercato e ogni possibilità di recupero: rilevata da ArcelorMittal solo con l’intento di chiuderla perché il settore soffre di una congenita sovrapproduzione.
Un guazzabuglio di illusioni e fake news in cui è difficile orientarsi. Proviamo a smontare qualche falso mito. Intanto l’acciaio ha ancora un ruolo nell’economia del terzo millennio? A giudicare dai dati di produzione mondiale si direbbe di sì: vent’anni fa gli impianti siderurgici sparsi in giro per il globo sfornavano 850 milioni di tonnellate di acciaio, nel 2019 ne producevano 1.869 tonnellate, più del doppio.
La crescita è costante fin dagli anni Cinquanta e, a parte la parentesi del 2020 con la crisi provocata dalla pandemia di Covid-19, probabilmente proseguirà nei prossimi anni. Inossidabile acciaio, dunque. Anche perché serve a fare tantissime cose, dai tubi alle travi per l’edilizia, dai macchinari dell’industria meccanica alle automobili, dagli elettrodomestici fino ai sottili strati che proteggono le batterie degli smartphone.
Questa crescita è stata trascinata in particolare dallo sviluppo della Cina, che da sola produce metà dell’acciaio del mondo (996 milioni di tonnellate). Ed è la Cina ad avere problemi di sovracapacità produttiva, frutto di impianti datati e inquinanti: si stima che questa ammonti a 300 milioni di tonnellate annue, quasi il doppio della produzione dell’intera Europa.
L’Europa invece ha sfornato lo scorso anno 159 milioni di tonnellate, in calo rispetto al biennio precedente. Però le sue industrie hanno bisogno di più acciaio di quanto ne venga prodotto nel continente: il risultato è che l’Unione è stata nel 2019 importatrice netta di 13 milioni di tonnellate. In Europa non sembra dunque esistere un problema di sovrapproduzione, le grandi ristrutturazione sono state già fatte. In questo quadro l’Italia ricopre un ruolo importante: pur con un’ex-Ilva azzoppata (che resta il più grande impianto del continente, almeno come capacità, piazzato in posizione strategica nel Mediterraneo con un grande porto a disposizione), il nostro Paese è il secondo produttore di acciaio in Europa dopo la Germania e l’undicesimo al mondo con 23,1 milioni di tonnellate: un dato non sorprendente visto che siamo il secondo Paese manifatturiero dell’Ue. Ma anche noi dobbiamo importare acciaio.
Se quindi l’ArcelorMittal Italia tornasse a produrre otto milioni di tonnellate (oggi sono quattro) troverebbe clienti disposti a comprare il suo acciaio? «Operiamo in un mercato globale» spiega un operatore del settore che preferisce non essere citato, «e l’acciaio si può acquistare ovunque. Però mettersi nelle mani di un fornitore straniero, o almeno non europeo, pone una serie di rischi: minore qualità, servizio meno accurato, senza contare l’aspetto politico-strategico dopo quello che è successo al commercio mondiale con la pandemia. Se Taranto offrisse qualità a prezzi competitivi il mercato ci sarebbe».
In luglio l’amministratore delegato di ArceloMittal Italia Lucia Morselli ha rialzato i prezzi di circa il 30 per cento e il risultato è stato incoraggiante: il gruppo non ha perso clienti e questo significa che «l’ex-Ilva guida ancora il mercato anche con quattro milioni di tonnellate prodotte, cioè la metà della sua capacità. Questa azienda è una potenza e il suo mercato lo può ritrovare sicuramente».
Alla ArcelorMittal Italia aggiungono un elemento che considerano molto importante per il futuro di Taranto: «La crisi dell’Ilva dura da un decennio e ha costretto molti clienti a rivolgersi all’estero per acquistare l’acciaio primario di cui hanno bisogno. Però in Europa stanno accadendo alcune cose che renderanno le condizioni del mercato più favorevoli all’ex-Ilva: nel 2021 saranno prese azioni dalla Commissione europea contro chi produce senza rispettare i diritti dei lavoratori e contro chi emette troppa CO2. In campo siderurgico uno dei Paesi che verrà più colpito da queste misure sarà la Turchia, che aveva approfittato della debolezza dell’ex-Ilva per invadere il mercato. Già oggi i nostri clienti hanno smesso di comprare da questi fornitori considerati “cattivi”, temendo eventuali sanzioni da parte dell’Ue».
In futuro, dunque, i produttori europei di acciaio dovrebbero essere favoriti in quanto più attenti ai diritti dei lavoratori e all’ambiente. E a proposito di ambiente, va molto di moda parlare di acciaio pulito grazie all’idrogeno, per ridurre l’impatto del carbone. Peccato che per ora si tratti solo di una promessa. In Europa il 70 per cento dell’acciaio viene prodotto in impianti con ciclo integrale a carbone e il restante 30 per cento con i forni elettrici. Di impianti che vanno a idrogeno non ce ne sono. Dalla Svezia alla Cina si stanno studiando acciaierie che utilizzano questa fonte meno inquinante (e più costosa) ma attualmente il carbone è la soluzione vincente e lo sarà ancora per qualche anno.
Veniamo ora ai dubbi sul reale interesse di ArcelorMittal a rilanciare Taranto: gli indizi che sostengono questa tesi sono tanti, dallo scontro con il governo dopo che venne tolta l’immunità penale ai manager del gruppo, ai ritardi nei pagamenti dei fornitori, fino all’accordo dello scorso marzo che prevede l’ingresso dello Stato italiano nel capitale della società siderurgica attraverso Invitalia. Tutti segnali che possono essere letti come l’inizio della ritirata degli anglo-indiani.
Però ci sono anche elementi che alimentano la speranza che ArcelorMittal voglia restare a Taranto: nell’ultima relazione trimestrale del gruppo si dice esplicitamente che a causa del Covid sono sospesi tutti i programmi di sviluppo tranne che in Italia e in Messico; il rientro dei lavoratori negli impianti sta aumentando e il loro numero è salito a 4.200 dipendenti; i fornitori tornano a essere pagati quasi regolarmente, come ha confermato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Mario Turco.
Certo, resta un dubbio: perché una multinazionale delle dimensioni di ArcelorMittal, primo produttore di acciaio a livello mondiale, ha bisogno di avere come socio lo Stato italiano? La risposta la dà off record un manager di lungo corso: «Una multinazionale a Taranto da sola non ce la può fare, con quella città il dialogo è molto difficile: ArcelorMittal l’ha capito e ha deciso di avere a fianco un socio istituzionale. E penso che voglia davvero restare in Italia». Vedremo: il prossimo appuntamento è al 30 novembre, quando il gruppo può esercitare il diritto di recesso e abbandonare Taranto al suo destino pagando una penale.
