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Nelle segrete stanze della sinistra è cominciato il toto-nomi per il prossimo Presidente

Nelle segrete stanze della sinistra è cominciato il toto-nomi per il prossimo Presidente

Da Franceschini a Casini, da Amato a Gentiloni, a Monti e gli altri. A eleggere il presidente mancano anni, ma le grandi manovre sono partite.

È il fiore all’occhiello del campo larghissimo. La vera ossessione del centrosinistra. I governi passano, il Quirinale resta. A maggior ragione se dovesse tornare in voga la solita rumba: alleanze ballerine, esecutivi tecnici, rocamboleschi ribaltoni. La Seconda repubblica avanza da un abbondante trentennio. Ma il Pd e i suoi derivati hanno sempre potuto contare su un’unica certezza: il Colle. Anche durante la lunga parentesi berlusconiana. Mattarella, venerato catto-progressista, regna ininterrottamente da undici anni. Il suo mandato scadrà dunque il 3 febbraio 2029, dopo l’insediamento del nuovo Parlamento. Un’era geologica, certo.

Fino a qualche mese fa, l’assillo sembrava rinviabile. Sarebbe toccato al vittorioso centrodestra, del resto, a trovare un degno erede di Re Sergio. Carte copertissime, allora. La consegna ai meloniani era chiara. Parlare d’altro. Non si danno vantaggi agli avversari. Battaglia epocale. Ma poi è arrivata la robusta vittoria del No al referendum della giustizia. E i sensali del campo sterminato hanno ricominciato a sperare: dopo Palazzo Chigi, si fregano già le mani, toccherà di nuovo a noi. Le grandissime manovre sono iniziate. Destinazione Quirinale. Numero degli aspiranti: considerevole. A partire dai deposti leader, da citare in ordine rigorosamente alfabetico per evitare favoritismi: Bersani Pier Luigi, Franceschini Dario, Gentiloni Paolo, Veltroni Walter. La storia, però, insegna: mai un ex capo partito è diventato presidente della Repubblica. Da Giulio Andreotti ad Aldo Moro, tutti hanno fallito l’obiettivo.

I manovratori e il sogno di Giuseppi

Avanzano quindi due cattolici, già margheritini. Uno è l’eterno Dario Franceschini, il più abile manovratore del Pd: chiunque vinca le probabili primarie, sarà suo debitore. L’altro è Paolo Gentiloni, l’inabissato ex premier: lo chiamano «Er Moviola» per la sua soporifera felpatezza, qualità molto utile all’impresa. Ma c’è un altra regola non scritta: per evitare divisioni, al Colle salgono generali senza truppe. Ed entrambi possono contare ancora su un certo seguito.

Rischio che certamente non corrono altri tre evocatissimi. Come Pier Ferdinando Casini, highlander diccì, che da anni sgrana rosari sognante. O come Giuliano Amato, ubiqua eminenza di simpatie socialiste, che però assicura di non avere più l’età. E Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, l’uomo che sussurrava a papa Francesco. Sul lungo cammino pare sia ben avviato anche il senatore a vita Mario Monti. Non è sfuggito il suo stentoreo No al referendum, nonostante trascorsi liberali e riformisti. Il retroscena più fantasmagorico sarebbe però questo: un patto di desistenza tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Se il presidente dei 5 stelle rinunciasse alle primarie, la segretaria del Pd ricambierebbe il favore offrendo il Quirinale.

Le incognite della destra e il fattore “Zitto”

Resta un dettaglio non trascurabile: le politiche potrebbe vincerle il centrodestra. L’evenienza, chiaramente, getterebbe l’attuale opposizione nello sconforto. Per questo il solito Matteo Renzi continua a brandire inverosimili ipotesi. Ha passato mesi assicurando che Giorgia Meloni scalpitava. Adesso riformula: «Sono preoccupato dal fatto che Ignazio La Russa possa essere il prossimo presidente della Repubblica». Dunque, esorta il centrosinistra a lottare per non fare eleggere al Quirinale un pericoloso sovranista.

Nelle segrete stanze conservatrici vengono però sussurrati due nomi. Uno è Mario Draghi: ex premier italiano, già capo della Bce, inascoltato messia Ue. E poi Raffaele Fitto: ex democristiano, poi forzista, infine meloniano. È lo stimato Commissario europeo alla Coesione e le riforme, eletto a novembre 2024. Mai un’intervista, un collegamento, un’ospitata. Silenzio assoluto. L’hanno soprannominato «Raffaele Zitto». Testa bassa, bocca cucita, due passi indietro. Come un perfetto quirinabile.

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