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L’avanzata di Vannacci: il piano segreto per conquistare la destra italiana

L’avanzata di Vannacci: il piano segreto per conquistare la destra italiana

Roberto Vannacci e il boom di Futuro Nazionale nei sondaggi: cifre, finanziatori e la strategia del generale che fa tremare gli alleati di governo.

Tutti lo cercano, tutti lo vogliono. Dal Parlamento di Roma al Comune di Valguarnera Caropepe, s’intona la cavatina. Largo al factotum della città. Roberto Vannacci vorrebbe diventare il Figaro della destra: «Pronto a far tutto, la notte e il giorno, sempre d’intorno in giro sta». Quattro mesi fa, dopo aver mollato la Lega, ha fondato Futuro Nazionale. «Where volete che vada?», domandavano sprezzanti i colonnelli. Ma l’ultima evoluzione dei partiti personali tocca il quattro per cento nei sondaggi. Potrebbe essere necessaria per la vittoria della maggioranza alle prossime elezioni. Per carità: rimanendo nel campo operistico, la politica italiana è «qual piuma al vento», come la donna del Rigoletto. E magari l’eventuale apporto di Vannacci non sarà nemmeno decisivo.

Intanto, l’ex incursore è in trincea. La sua milizia sta diventando un battaglione? «È un’armata Brancaleone», lo sfottono. Tra i futuristi arruolati ci sono anche controversi caporali. Come Joe Formaggio, consigliere regionale veneto che propose il «White power», o Marione Borghezio, europarlamentare leghista che disinfettava gli scompartimenti dalle donne di colore. Insomma: eccentrici da Zanzara, spavalda trasmissione radiofonica. Le future reclute si incolonnano diligentemente. Tra gli ultimi arrivati, c’è la scatenata Laura Ravetto, fu sottosegretaria berlusconiana e deputata leghista. A Montecitorio la pattuglia di transfughi sale dunque a quattro. Per costituire un gruppo, dotato di danari e visibilità, ne servono dieci. Ma Edoardo Ziello, vicesegretario del partito, promette: sarebbero imminenti altri passaggi.

L’avanzata di Vannacci e la nascita di Futuro Nazionale

Tanti sono attratti dalle battaglie del generale. Altri sono mossi dall’istinto di sopravvivenza. Insomma, non verrebbero ricandidati. Dunque, meglio tentare di voltare gabbana. I peones si strappano i sondaggi di mano: a chi toglierebbe voti Futuro Nazionale? Un po’ a tutti, sembra. I nuovi arrivi sono eterogenei. Il rischio, chiaramente, è che il mero interesse snaturi il nobile proponimento. Vannacci eccepisce: «Non lasciatevi stranire da quelli che aderiscono, perché l’ordine e la rotta di marcia la decido io», scrive sui social ai perplessi seguaci. Altrimenti, chiunque dura «quanto un gatto in tangenziale». Ma c’è bisogno di gente con qualche esperienza, possibilmente legata al territorio. «Non siamo un refugium peccatorum», avverte lui. Confine difficile da marcare, però.

Tra i neo futuristi ci sono anche amministratori, sindaci, vecchie glorie. Stefano Valdegamberi, consigliere regionale arrivato dalla Lega, assicura: «In Veneto aderiscono un paio di consiglieri comunali al giorno. Ci sono 130 comitati. Il telefono suona in continuazione». Crescono pure i tesseramenti: oltre 60 mila in tre mesi. E arrivano le prime donazioni: tra marzo e maggio Futuro Nazionale ha raccolto quasi 200 mila euro. Il più sostanzioso versamento però è stato del Mondo al contrario, l’associazione chiamata come il libro che diede al generale fulminea notorietà: settantamila euro.

Poi hanno contribuito aziende di diversi settori: costruzioni, agroalimentare, servizi. Tra i munifici, c’è la Compagnia petrolifera piemontese. Ha versato 30 mila euro il 15 aprile. In passato aveva già finanziato, con 5 mila euro, pure Giovanni Toti, ex governatore ligure. Ancora più generosa è stata Esicompany: 40 mila euro. Tra i privati spicca invece l’ex capogruppo della Lega a Sanremo, Daniele Ventimiglia: 10 mila euro. Al momento, comunque, non ci sarebbero grandi spese da affrontare. Anche le sedi, assicura Vannacci, sono concesse in comodato gratuito da simpatizzanti.

La crescita nei sondaggi e lo scontro aperto nel centrodestra

«Cresciamo in modo astronomico», azzarda. I sondaggi, giura, lo sottostimano. Alle ultime amministrative ha sostenuto due contendenti con partecipati comizi. Furio Suvilla, candidato sindaco a Vigevano, ha preso il 14%. Non proprio una sfida decisiva, comunque. Mentre gli altri sono impegnati nella faticosa arte del governo, Vannacci invece ha mani libere. Futuro Nazionale non ha ancora eletto nemmeno un consigliere comunale: può sparare a palle incatenate contro chiunque. Il generale, sul palco, sobilla. I suoi sostenitori sono anche astensionisti e grillini delusi. «Mi chiedono di andare ovunque». Lui fa la spola da Bruxelles, dove è eurodeputato con il gruppo ultranazionalista Esn. «Un impegno che mi appaga tantissimo», racconta a Panorama. «Ogni tanto torno in Italia per questi incontri, che durano di solito un giorno». Nel fine settimana cerca di raggiungere moglie e figlie a Viareggio. Le due ragazze fanno triathlon da qualche anno: «Adesso ci sono i primi podi, le prime medaglie. Sono molto fiero di loro».

«Generale dietro la collina» cantava De Gregori. Macché. Vannacci è sulle barricate. Anche con il centro destra i rapporti non sono idilliaci. La Lega l’aveva candidato alle europee sfruttando il successo del suo vendutissimo libro. Ma i colonnelli hanno vissuto male la repentina ascesa e diverse intemerate. Era stato nominato vicesegretario a maggio 2025. Lo scorso febbraio, però, Vannacci ha lasciato il partito, nonostante avesse promesso eterna fedeltà. Adesso tenta di trasformare una formale defezione in una meritoria conseguenza. «Non potevo votare in Europa contro le armi e poi accettare in Italia un decreto sugli aiuti militari all’Ucraina». E poi c’era il frequente fuoco amico: dai governatori ai capigruppo. Con Matteo Salvini i rapporti sono glaciali. Il segretario leghista non ha nemmeno risposto al suo messaggio di auguri, inviato per il compleanno. Ma le schermaglie, adesso, sono giornaliere. Gian Marco Centinaio, vicepresidente del Senato: «Non mi piace quel che dice né come lo dice». Alberto Bagnai, responsabile economico del partito: «Ricucire dopo un tradimento plateale è impossibile». Massimiliano Romeo, capogruppo a Palazzo Madama: «Abbiamo più affinità con Calenda».

Le linee rosse per le elezioni e il dilemma di Giorgia Meloni

Ecco: perché cercare di intruppare l’autoritario generale se si può venire a patti con l’ondivago Churchill dei Parioli? Rivendica l’idea di aprire ad Azione pure Forza Italia, ancora più distante da Vannacci. Era stato lui, del resto, ad aprire le ostilità: «Posso dirlo con certezza, perché sono andato a rivedermi tutti i voti», assicura a Panorama. «In Europa votano sistematicamente contro ogni provvedimento sull’immigrazione clandestina. Per non parlare, in Italia, dello ius scholae». Dunque? Con un’altra metafora bellica, spiega che un accordo sarà possibile solo se non saranno superate le sue «linee rosse»: fermare gli ingressi illegali, uscire dal Green deal, abbassare il prezzo dell’energia, avviare il nucleare. Niente di incompatibile, a onor il vero. Anche gli azzurri però inastano le baionette, soprattutto dopo il ridimensionamento delle vecchie glorie e gli ammiccamenti centristi, tra liberalismo e diritti civili. Lui non porge l’altra guancia. Anzi, furbescamente, contrattacca: «Ognuno è libero di scegliere da che parte stare. Ma poi non si venga a dare la colpa a Roberto Vannacci e a Futuro Nazionale se questo centrodestra sbiadito, timido e tentennante finirà per perdere consensi ed elezioni». Ai retroscena sulla totale chiusura di Marina Berlusconi, replica dunque risoluto: «Non mi risulta sia capo di un partito. Oppure stiamo dicendo che Forza Italia è eterodiretta dal potere dei soldi e dell’editoria?».

Alle politiche, comunque, manca ancora un anno e mezzo. Dopo la vittoria al referendum della giustizia, il campo largo vagheggiava epocale riscossa. Le amministrative hanno fortemente ridimensionato quell’euforia. La vittoria a Venezia ha rianimato le truppe. Si vince anche senza Vannacci, assicurano adesso leghisti e forzisti. Giorgia Meloni, l’unica stratega, osserva silente. Problemino: e se quel quattro per cento dovesse continuare a crescere? Meglio rischiare di consegnarsi mani e piedi al campo largo o firmare una tregua con il diabolico Vannacci? Inutile lambiccarsi. Sarà sempre lei a decidere. La generalessa di Palazzo Chigi.

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