«Quale dei due?». Elly Schlein, allora arrembante consigliera regionale dell’Emilia-Romagna, deve aver rimosso. Era il 2020. Appassionata di rock e musica indie, si concesse alla rivista Rolling Stone. Le chiesero: un aggettivo per Conte? E lei, fiera antagonista, rispose ironizzando sul doppio volto di Giuseppi, a quei tempi premier. Il capo dei 5 stelle, nel frattempo, non è cambiato. Resta il più grande mutaforme mai apparso sulla scena politica italiana. Dopo la vittoria sul referendum per la giustizia, il fedele alleato non le dà nemmeno il tempo di festeggiare. Si ritrasforma subito in un furbo di tre cotte: «Questa grande voglia di partecipazione apre anche uno scenario diverso» esordisce. Per poi infilzare la festante segretaria del Pd: «Primarie veramente aperte come occasione per i cittadini». Tradotto: i pentastellati hanno la metà dei voti piddini? Quisquilie. «Bisogna individuare il candidato o la candidata che possa essere più competitivo». Lui ovviamente. Lei abbocca. Salvo poi nicchiare dopo aver letto i primi sondaggi e le reprimende delle eminenze progressiste. Ogni eventuale retromarcia segnerebbe però la fine del campo larghissimo.
Già, quale dei due? Il collaborativo sodale o lo spietato contendente? Poco importa. È il «Rieccolo». Così Indro Montanelli salutava l’ex presidente del consiglio, Amintore Fanfani, aduso a cadute e risurrezioni. Anche Giuseppi vuole ardentemente tornare a Palazzo Chigi. A tutti i costi. In assenza di migliori alternative, è il suo momento. Lo aspetta dal 26 gennaio, il giorno in cui fu costretto a dimettersi dopo le scorribande di Matteo Renzi.
L’ombra di Giuseppi e le crepe del Nazareno
Ma non c’è solo il diabolico Conte. Le disfide interne rischiano di far esplodere il Pd: vedi l’epica lite tra Filippo Sensi e Alessandro Alfieri. I due sono quasi venuti alle mani. O l’eterno ritorno di quei «cacicchi e capibastone» che Elly aveva promesso di far fuori. Come Vincenzo De Luca in Campania e Mirello Crisafulli in Sicilia: l’ex governatore si ricandida sindaco a Salerno e l’ex senatore vuole riconquistare Enna. La segretaria ha vietato a entrambi l’uso del simbolo, ma rischia imbarazzanti sconfitte. I brontosauri che si vendicano della rinnovatrice. Sarebbe un’epocale malafiura, come direbbe l’incontenibile Mirello.
Non c’è solo l’ostilità di scatenati acchiappavoti, ma pure la perplessità dei padri nobili. A cominciare da Romano Prodi, idolo giovanile di Schlein ai tempi della rivolta interna con il movimento Occupy Pd. Ora è costretto a schiarirne gli acerbi convincimenti: «È come eleggere il capitano della squadra che viene sconfitta dalla Bosnia». Giuseppi potrebbe trionfare. Niente primarie, dice l’antesignano delle primarie. Persino lui: l’evocatissimo progenitore dell’Ulivo, l’unico vincente del centrosinistra nell’ultimo trentennio. Troppo tardi. L’avventata s’è già espressa. Pensava di non potersi sottrarre. E poi era stata proprio lei a vincere la consultazione per guidare il Pd, contro quasi tutti e tutto.
Tre anni al potere tra correnti e pretoriani
Elly guida il Nazareno da più di tre anni. Vista la volatilità dei suoi ultimi predecessori, in pochi c’avrebbero scommesso. Ma non ha certo rivoluzionato il partito, come aveva promesso. Anzi. Le correnti continuano a spadroneggiare. I soliti noti conservano immutato potere. I pretoriani restano degli sconosciuti. Eppure, è ancora lì. Nessuno ambiva al suo posto. Giorgia Meloni sembrava imbattibile e solo Schlein bramava la sfida. «Che Dio ce la conservi» si ripetevano in via della Scrofa, quartier generale di Fratelli d’Italia. Dove la troviamo un’altra così? Ideologica, sconclusionata, divisiva. La premier difatti se l’era scelta come antagonista, elevandola a capa dell’opposizione. Era perfetta. Giorgia contro Elly. Scoppola annunciata.
Ma il corso delle cose è cambiato. Il referendum sulla separazione delle carriere, un mese fa, si trasforma in un sondaggio sulla stagione dello scontento. Donald Trump bombarda l’Iran. Gli italiani smadonnano alla pompa di benzina. Lo sterminato fronte del No spaccia una frottola per allarme democratico: la spietata casta vuole sottomettere gli integerrimi magistrati. Il centro sinistra stravince. Meloni si batte, esulta dunque all’unisono. Elly, sicura perdente, diventa candidata a vincere: un ruolo, di colpo, straordinariamente ambito. Giuseppi si butta. Lei abbozza. Salvo poi scoprire l’ovvio: mezzo partito, temendo la silurazione, preferisce tirare a campare che tirare le cuoia.
Il miraggio del partito unico e l’ascesa di Silvia Salis
Riformisti, cattolici, deposti. Meglio un guazzabuglio che lei. Meglio Giuseppi, straniero in patria. L’avvocato di Volturara Appula è un uomo di mondo. Eventuali aiutini sarebbero ben accetti e ricompensati. Anche perché, qualora riuscisse davvero nell’impresa, potrebbe tentare il colpo gobbo: un partito unico progressista. Il campo larghissimo si trasformerebbe quindi in un nuovo Ulivo. Avrebbe già la benedizione di due vecchi potentoni che stimano l’ex premier e non lesinano consigli: Goffredo Bettini e Massimo D’Alema. Del resto, è proprio il Richelieu piddino a ricordare in questi giorni il bel gesto di “Baffino” nel lontano 1996: l’allora segretario dei Ds lasciò la candidatura a Prodi. Proprio quello che adesso auspicano volponi e strateghi, convinti che Elly sia destinata a soccombere contro la premier.
Il Conte giulivo è raggiante. Ha sempre tenuto la «testardamente unitaria» a debita distanza, sebbene gli abbia perfino concesso la vittoriosa candidatura in due regioni. Prima la Sardegna ad Alessandra Todde. Poi la Campania a Roberto Fico. «Non è un’alleanza» diceva il presidente dei pentastellato. «Non è un’alleanza» ripete adesso. Niente «primarie di partito», avverte il fu avvocato del popolo. Liberi tutti, allora. Momento ideale per regolare i conti nel Pd. Tanto che perfino la candidatura a perdere di un riformista, per esempio Giorgio Gori, ora pare insidiosa.
E poi c’è il centro. Quello di gravità permanente è personificato da Silvia Salis: biondissima e scaltrissima. Quasi un anno fa diventa sindaca di Genova. Da quell’istante cominciano a preconizzare: solo lei può battere Giorgia. La neoeletta smania, ma deve svicolare. Non condivide le primarie, informa. Ma poi, intervistata da Bloomberg, capitola: «Se mi chiedessero di candidarmi premier contro Meloni? Sarebbe una bugia dire che, davanti a una richiesta unitaria, non lo prenderei in considerazione». Nelle stesse ore organizza un trionfale dj set in piazza a Genova, con una dj fichissima: tale Charlotte de Witte. Invece Elly, un anno fa, cantava Mon amour di Annalisa sul carro del Gay pride. Roba da boomer. Accostamento implacabile. E mentre dal passato riemerge una foto della sacerdotessa techno con scarpe décolleté Manolo Blahnik in raso blu da 1.200 euro, il pensiero corre mestamente all’armocromista assoldata dalla segreteria nella disperata impresa di suggerirle migliori abbinamenti. Altra categoria.
La sfida dei caruggi e il pollo di gomma
In estrema sintesi: non c’è gara. Paragone impietoso. E manca ancora un anno e mezzo alle politiche. Chissà cos’altro si inventerà la sindaca per stupire gli ormai vetusti competitori. Autore della travolgente sceneggiatura, del resto, sarebbe cotanto coniuge: il regista Fausto Brizzi, già suggeritore alla Leopolda di Matteo Renzi. Non a caso, l’ex premier spinge perché anche Silvia si candidi alle primarie. Ma la prescelta è troppo furba per farsi intruppare dal politico meno amato in circolazione. Pare che abbia rifiutato persino la serrata corte di Dario Franceschini: il lungimirante da cui ogni leader discende, attuale segretaria compresa. Stavolta avrebbe puntato su Salis, che però nicchia. Dicono: s’è già stufata di fare la sindaca. Troppe beghe. Provincialismo sfrenato. I caruggi maleodorano. E la amano più i foresti che i concittadini, infaticabili mugugnatori. Ma è stata eletta appena undici mesi fa. Lasciare subito Genova, dopo aver giurato eterna fedeltà, parrebbe audace. Ma pure non sfruttare l’irripetibile momento sarebbe un peccato. E se poi le tocca davvero fare la sindaca per cinque anni?
Elly Intanto tenta di rimediare: sfuma, virgola, ritratta. Spera nel popolo del No alla riforma, ammesso che esista. Annuncia a maggio una manifestazione per la «pace e la giustizia sociale». Confida nei giovani. Ma pure Conte incontra studenti in giro per le università, visto il suo passato da professore di diritto. Punta sull’appoggio di Maurizio Landini. Anche lui corteggia però il segretario della Cgil, con cui ebbe splendidi rapporti mentre era a Palazzo Chigi.
Le politiche si avvicinano. Nel Pd la fronda rischia di diventare un plotone. La volenterosa segretaria è comunque fiduciosa. Non ha già vinto le primarie una volta, sconfessando ogni pronostico? Solo che a molti sembra rimasta la stessa parolaia da centro sociale okkupato. Sul suo account del defunto Twitter campeggiava la frase di Monkey Island, il videogioco preferito: «Salveremo il mondo con un pollo di gomma con carrucola». Una fumisteria da nerd che pare ancora ispirarla. Si vantava compiaciuta. Non l’avevano vista arrivare. Adesso la aspettano tutti al varco.
