Dopo le dimissioni rassegnate il 2 agosto da membro della stessa Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria, oggi è arrivato il giorno in cui l’ex premier Giuseppe Conte è stato sentito presso Palazzo San Macuto in merito alla risposta alla pandemia Covid.
“Dopo convocazioni, rinvii e sconvocazioni, finalmente è arrivato il momento: domani, a partire dalle ore 11 circa, sarò ascoltato dalla Commissione Covid. Confido che questa sia davvero la voltabuona”, aveva scritto alla vigilia della convocazione l’ex premier, asserendo che avrebbe parlato “in modo da spazzare via tutto il fango”.
Le parole di Conte davanti alla Commissione
“Finalmente ci siamo… Giuro di dire la verità sul mio onore”. Dopo più di 3 ore di ritardo dovute ai lavori della Camera dei Deputati, Giuseppe Conte si è infine presentato davanti alla Commissione Covid per l’audizione in programma oggi, affermando di assumersi “tutta la responsabilità anche politica ovviamente delle mie condotte oltre che delle mie dichiarazioni”.
Va subito all’attacco l’ex premier, affermando che “questa Commissione è stata concepita come un plotone d’esecuzione nei miei confronti e, al contempo, anche come una gabbia di protezione per gli amministratori locali dei propri partiti”.
Le mascherine cinesi
Si è arrivati quindi al sodo, partendo dal filone d’indagine della Commissione sulle cosiddette “mascherine cinesi” e sulle forniture approvate dalla struttura commissariale dell’epoca guidata da Domenico Arcuri.
“Mi è arrivato un documento tra le mani in forma anonima” sulla consegna di “oltre 7 milioni di mascherine che non corrispondevano alle caratteristiche richieste. Questa vicenda è meritevole di approfondimento e per questo ho consegnato questo documento alla Procura lunedì scorso”, ha dichiarato Conte.
Un documento di “dieci pagine”, “con i nomi oscurati ma ci sono tutte le qualifiche” – è stato depositato. “C’è la possibilità che siano stati transati e consegnati a una società privata 100 milioni di euro dello Stato, una cifra ragguardevole”, per di più “per mascherine che non erano corrispondenti alle caratteristiche anticipate e dichiarate”.
Una consegna pattuita dall’allora “onnipotente” commissario Arcuri, che agì durante il governo giallo-rosso, guidato proprio da Giuseppe Conte.
Conte contro la commissione
L’ex premier sembra più che altro voler scagliarsi contro la Comissione, che dare conto del suo operato: “Potete scavare quanto volete: non troverete mai qualcosa di illecito per quel che mi riguarda, perché comportamenti illeciti non ci sono semplicemente mai stati che mi coinvolgono”
“Non permetto a nessuno di gettare ombre sulla gestione della pandemia”, parole forti in virtù degli innumerevoli scandali venuti alla luce, tra cui quelli relativi al comitato tecnico-scientifico.
Secondo Conte, però, “queste ombre che voi gettate finiscono per estendersi inevitabilmente anche sugli uomini e sulle donne dello Stato che si sono battuti per salvaguardare la comunità nazionale”. Divieto di critica, insomma.
Le repliche di Malan
L’ex premier sembra quindi aver scambiato la Commissione per un comizio politico, dagli attacchi al governo per il caso Delmastro alla difesa aprioristica e retorica del proprio “onore”.
Intervenendo in risposta agli attacchi di Conte, il senatore di FdI Lucio Malan (membro della commissione) ha ribattuto: “Conte lamentava che la commissione d’inchiesta fosse un plotone d’esecuzione, ma lui oggi la scambia per il palco di un comizio a tutto campo, in cui sta parlando di qualunque cosa tranne di ciò che la legge attribuisce alla Commissione: dal voto di ieri sulle chat al PNRR, dal bilancio dello Stato che lui avrebbe lasciato in perfetto ordine, da ciò che qualcuno scrive sui social al suo sommo coraggio.
“L’entità dei fondi PNRR (in gran parte prestiti da restituire) è stata proporzionale al tracollo del prodotto interno lordo causato dalle misure prese proprio dal suo governo”, ha puntualizzato Malan.
