Home » Attualità » Politica » Addio a Emma Bonino: dalle battaglie radicali con Pannella ai ministeri e al sogno del Quirinale

Addio a Emma Bonino: dalle battaglie radicali con Pannella ai ministeri e al sogno del Quirinale

Addio a Emma Bonino: dalle battaglie radicali con Pannella ai ministeri e al sogno del Quirinale
Getty Images

La parabola politica di Emma Bonino: le sfide libertarie, i governi da Prodi a Letta e la corsa mancata al Colle. Tutte le tappe.

«Ragazze, niente è impossibile ma niente è gratis». Era il suo primo motto, quando imperversava nelle piazze sessantottine con gonnellone a fiori, zoccoli e un imperativo: abbattere il sistema. Non riuscendoci, Emma Bonino ha applicato a sé stessa l’ammonimento con rigore radicale. E dentro quel sistema si è imbullonata, passando da una poltrona all’altra, da un’onorificenza all’altra, ma sempre con l’aura libertaria di chi è contro il potere.

Con sofferenza, ne siamo certi, ma niente è gratis. Lo scricciolo d’acciaio, come la definivano i suoi compagni d’università, è volato via ieri all’età di 78 anni, piegato dai postumi letali di un tumore ai polmoni che sembrava debellato.

Dalle sfide di piazza ai funerali di Stato

Voleva lasciarselo alle spalle continuando a fumare quelle sigarette che lo avevano provocato. Non una terapia vincente. Impulsiva e divisiva come da scuola di politica pannelliana, negli ultimi tempi era diventata più dolce (gli amici dicevano «Incredibile, adesso ti ascolta perfino») con la testa avvolta negli stupendi turbanti orientali. Sergio Mattarella l’ha definita «un punto di riferimento», Giorgia Meloni ha avvertito in lei «la voce forte e riconoscibile della politica». Avrà i funerali di Stato, martedì o mercoledì. Mai sposata, lascia Rugiada e Aurora, due figlie in affido.

Attivista instancabile, protagonista indiscussa della vita pubblica italiana, ha vinto e perso numerose battaglie radicali a favore delle donne: comprimaria in quella sul divorzio dove Marco Pannella era condottiero indiscusso (1974), fu centrale in quella sulla legalizzazione dell’aborto (1978). Da allora non c’è stata tenzone umanitaria alla quale non abbia partecipato, sempre dalla parte dei diritti anche quando si trattava di desideri. E sempre con quatto punti cardinali a guidarla: il laicismo incline all’ateismo, il socialismo liberal rosè (lib-lab), il garantismo senza discussioni, il coraggio di metterci la faccia. Prima di morire avrebbe voluto ottenere anche la liberalizzazione degli stupefacenti e l’eutanasia.

Per fortuna niente da fare.

La navigazione perpetua dentro il sistema

Mai avuto dubbi Emma Bonino, anzi ha saputo convivere con le contraddizioni.

Quando l’Unione Europea ha cominciato a mostrare la corda ha fondato un partito dal nome +Europa. Quando l’invasione migratoria ha cominciato a creare violenza e degrado ha spinto sull’acceleratore per i diritti dei migranti.

Quando l’islamismo radicale ha allungato l’ombra sul vecchio continente, è andata Al Cairo a studiare la lingua e la cultura arabe. Ogni pulsione era un dovere, ogni rivendicazione umanitaria una priorità, «perché i diritti si difendono e si curano giorno per giorno. È come andare in bicicletta, se non ti muovi cadi».

Lei è caduta più volte ma sempre in piedi. Ed è qui il segreto del suo successo: aver fatto credere a tutti d’essere perennemente «contro» mentre navigava con il vento del potere in poppa. È stata la donna italiana più avvinta alla poltrona dopo Nilde Iotti (13 legislature). Negli anni ’70 Bonino è entrata alla Camera col Partito radicale; negli anni ’80 si è consolidata come leader (parteciperà a 7 legislature in tutto); nel 1994 è stata eletta anche con i voti di Forza Italia, poi indicata come Commissario europeo per aiuti umanitari e pesca da Silvio Berlusconi che aveva un debole per la sua grinta. Memorabile un’ospitata a Canale 5: «Ballavo il boogie e il tango pur di trattare alcuni temi del Partito radicale». Arrivata a Bruxelles, prese possesso dell’ufficio e dichiarò: «Io comunque fra pescatori e pesci sto con i pesci».

Negli anni 2000 è stata senatrice (due legislature) dentro la coalizione guidata dal Pd, poi con +Europa e Azione.

Ai vertici della diplomazia mondiale

Non c’è poltrona che non l’abbia accolta: ministro delle Politiche europee e Commercio e vicepresidente della Camera con Romano Prodi, ministro degli Esteri con Enrico Letta. Più quattro tornate da europarlamentare, delegata per l’Italia all’Onu, leader del fondo «Food and disarmement international» contro la fame nel mondo sostenuto da papa Giovanni Paolo II e poi da papa Francesco. Nei momenti liberi veniva insignita da George Soros con l’Open society prize. Sempre dalla parte facile.

Niente male per la ragazza nata a Bra (Cuneo) nel 1948 da una casalinga e da un commerciante di legnami, che si trasferì a Milano per studiare e si laureò in Lingue alla Bocconi con una tesi sull’autobiografia di Malcolm X. Poi ecco la folgorazione della piazza, del «vietato vietare». E del fascino magnetico di Pannella, con il quale ha avuto un rapporto di amore-odio, fra battaglie spalla a spalla e omeriche litigate. Fu lui a portarla in Parlamento ed Emma si presentò fra i nonni della repubblica con una mise mai vista (pullover andino, gonna a fiori e zoccoletti) che fece dire a Sandro Pertini: «Ecco la monella di Montecitorio».

Non proprio una carriera a ostacoli, peraltro illuminata da quattro arresti, di solito considerati medaglie per un attivista. E in ogni caso testimonianze del suo coraggio. Il secondo a Varsavia, mentre manifestava con Solidarnosc, contro il regime comunista in Polonia. Il terzo a New York mentre distribuiva siringhe sterili durante una lotta antiproibizionista. Il quarto a Kabul con tutta la delegazione dell’Ue per una protesta contro il regime dei talebani. Ma è il primo a rimanere nella storia: nel 1975 si autodenunciò per avere agevolato aborti clandestini, allora vietati dalla legge italiana. Rimase in carcere tre settimane e quel gesto fu il fiammifero che fece scoppiare l’incendio della legge sull’aborto.

L’amarezza del Colle mancato e la fierezza finale

Una vita in prima linea, con un cruccio: per due volte tentò di farsi eleggere al Quirinale e per due volte fallì. Nel 1999 Bonino si candidò con manifesti e spot che oggi verrebbero considerati sessisti. Slogan sotto la foto: «L’uomo giusto».

Vinse Carlo Azeglio Ciampi, lei prese 15 voti. Nel 2013 i sondaggi la davano in testa: 32%, con Mario Draghi staccato al 26%. Ma sbagliò sponsor: Mario Monti e il solito codazzo di artisti di sinistra (Geppi Cucciari, Marco Bellocchio, Alessandro Gassman). Risultato: Napolitano bis. Lo considerò un affronto. Qualche anno dopo in un’intervista liquidò la faccenda con questa frase: «Per tutta la carriera mi hanno detto: un giorno ti faranno un monumento. Avrei preferito essere amata di meno e votata di più».

Mai un dubbio, mai un ripensamento. Ma almeno una volta ha chiesto scusa: fautrice delle dimissioni del presidente Giovanni Leone dopo le fake news di Camilla Cederna, poco prima che lui morisse gli scrisse una lettera di scuse. Emma Bonino stava da tutt’altra parte ma era tosta e onesta. Non stupisce che dopo le cure per il tumore al polmone si sia rimessa a fumare.

A chi la biasimava rispondeva: «Non voglio prediche, voglio vivere così». Papa Francesco, che andò a trovarla (lui aveva un debole per gli atei) nella stupenda casa di Campo de’ Fiori, la consolò: «Tieni duro, l’erba cattiva non muore mai». Era un compimento.

© Riproduzione Riservata