Quando Papa Leone XIV aveva concluso la sua prima udienza generale il 21 maggio citando il «Seminatore al tramonto» di Vincent van Gogh, qualcosa sembrava cambiato nel linguaggio pontificio. In quel momento, oltre al suo ruolo effettivo di Pontefice, Leone appariva quasi come un «pittore della parola», un «teologo del pennello», che utilizza sapientemente l’arte per spiegare ai fedeli la parabola del seminatore. Il capolavoro del 1888, conservato al Museo Kröller-Müller di Otterlo, è diventato chiave interpretativa del Vangelo che si semina senza distinzioni, come il contadino di Van Gogh getta il seme nella terra al tramonto.
Un gesto simbolico che rivela molto del nuovo corso: Leone XIV, primo papa statunitense della storia, non teme di attingere alla cultura visiva contemporanea (e non solo) per parlare di fede. Il seminatore che non fa distinzioni tra i terreni rappresenta l’amore generoso di Dio, e il seme che deve «morire» come quello nella terra diventa metafora della speranza anche nei momenti più aridi.
Il calice che custodisce una croce sospesa
Ma il rapporto di Leone XIV con l’arte non si ferma alla citazione colta. Si manifesta nella commissione di opere che recuperano la tradizione della Wunderkammer, la «camera delle meraviglie» nata con le Crociate. Il calice, realizzato dall’orafo reggiano Giuliano Tincani per il viaggio pontificio in Turchia in occasione del 17° centenario del Concilio di Nicea, è un concentrato di simbolismo e maestria artigianale.
In argento e oro, con 520 lettere greche del Credo niceno-costantinopolitano saldate una a una sulla superficie, il calice nasconde al suo centro un quarzo di rocca intagliato. All’interno della sfera trasparente, sospesa grazie a supporti cristallini, una croce cosmica a quattro braccia che con il movimento del calice interagisce con la luce, creando l’impressione di muoversi. Un intervento Wunderkammer che richiama gli oggetti antichi contenenti reliquie della Terra Santa.
La scrittura si legge dal basso verso l’alto, in andamento spiraliforme, come nella Colonna Traiana: una narrazione che si avvolge sull’oggetto e ne racconta il senso profondo. «L’idea è che il gesto dell’artigiano diventi esso stesso preghiera, pronunciata lettera dopo lettera», spiega Tincani.
L’apprezzamento per la memoria miniaturizzata
Leone XIV ha dimostrato attenzione anche verso forme più tradizionali di arte sacra. Ha ricevuto e apprezzato la medaglia commemorativa realizzata dall’artista Luigi Oldani di Dalmine per i cento anni della croce sul Resegone. L’opera in bronzo patinato, dal diametro di 60 millimetri, fonde profilo del monte, effigie di San Giovanni XXIII, la Madonna della Cornabusa e Alessandro Manzoni, che del Resegone scrisse narrando le avventure di Renzo e Lucia. «Un piccolo compendio della nostra identità: fede, storia, letteratura», nelle parole dell’artista.
La segreteria di Stato vaticana ha inviato una lettera ufficiale, confermando la ricezione e l’apprezzamento pontificio. Un gesto che valorizza il lavoro di chi, come Oldani, lavora «come un miniaturista della memoria», fissando nel metallo identità territoriali e devozioni locali.
Un pontificato che parla anche per simboli
Emerge un filo rosso piuttosto chiaro: Leone XIV sembra voler recuperare la dimensione simbolica dell’arte sacra, non come semplice decorazione ma come veicolo di significati profondi. Dal seminatore di Van Gogh al calice Wunderkammer, dalla medaglia commemorativa alla scrittura che diventa preghiera, il nuovo pontefice costruisce un linguaggio dove bellezza artigianale e profondità teologica si fondono. Un approccio che riscopre la tradizione senza nostalgie, guardando alla capacità dell’arte di trasmettere la fede attraverso la bellezza.
