Ci sono voluti trent’anni per approvare la legge sulle unioni civili. Prima i Pacs, poi i Dico, quindi DiDoRe, infine la legge Cirinnà. Discussioni, battaglie, cortei per le vie delle principali città. Alla fine, il 20 maggio del 2016 ci fu la promulgazione da parte del presidente della Repubblica e il 5 giugno dello stesso anno l’entrata in vigore delle nuove norme. Ne valeva la pena? Probabilmente, per chi ha così ottenuto di regolare davanti alla legge la propria unione, sì. Ma valeva la pena di un così grande impegno politico per un risultato minimo?
A guardare i numeri, si direbbe di no. Li ha pubblicati ieri il Sole 24 ore, mettendo in fila i risultati di dieci anni di applicazione della legge. Quando nel 2016 le unioni civili furono introdotte nell’ordinamento italiano, 4.376 coppie chiesero di veder certificare il proprio rapporto davanti a un pubblico ufficiale. Tante, ma anno dopo anno a chiederlo sono sempre state di meno. L’ultimo dato disponibile riguarda il 2024 e si parla di 2.936 coppie. In totale, dal 2016 a due anni fa, ci sono state 24.000 unioni civili. Considerando che, secondo dati Istat e Ipsos, le persone che si identificano come gay o lesbiche sono all’incirca il 2% della popolazione italiana, vale a dire poco meno di un milione 200 mila persone, in dieci anni ha usufruito della legge appena il 2% degli interessati.
I numeri del Sole 24 Ore smentiscono la narrazione politica
Non riuscite a capire dove ho intenzione di andare a parare con questa caterva di numeri? Voglio arrivare a una semplice considerazione che trae spunto, oltre che da queste cifre, anche dall’ennesima sfilata gay, l’ultima ieri nelle vie del centro di Milano dove ha partecipato a sorpresa anche Elly Schlein dicendo che «l’Italia su diritti Lgbtqia+ non è in Europa». Gli omosessuali e le lesbiche che strillano ci fanno una testa tanta con i diritti sono una esigua minoranza. Alla maggioranza dei gay o anche delle persone di sesso femminile che hanno una relazione con altre donne, non interessano i carri allegorici che rivendicano l’orgoglio di amare una persona dello stesso sesso. Quelli che protestano e si vestono a festa per finire in tv o sui giornali non rappresentano l’intero mondo omosessuale, ma godono di una straordinaria visibilità grazie ad alcuni partiti e a certi giornali i quali, nella loro furia ideologica, nemmeno si rendono conto di dare una immagine caricaturale di quel mondo.
Insomma, i gay sono molto più seri di chi pensa di rappresentarli con il gay pride. E gli stessi gay e lesbiche sono molto meno interessati alla battaglie che una parte politica dice di combattere per loro. Aggiungo di più. Se si analizzano i dati delle unioni civili, «conquista» che la sinistra rivendica come segno di progresso, si scopre che non soltanto una minoranza ha deciso di farne uso, ma quella minoranza è prevalentemente maschile. Significa che le donne lesbiche preferiscono sottrarsi a questo tipo di formalizzazione della propria relazione? Probabilmente sì. Ma in loro nome – e nel nome di centinaia di migliaia di persone gay – la sinistra ha tenuto impegnato il Parlamento con una discussione che semplicemente non era una priorità per gli interessati.
Il distacco tra le priorità ideologiche e la crescita del Paese
Invece di parlare di come garantire l’energia al Paese, di come migliorare la sanità, di quali soluzioni adottare per realizzare infrastrutture più moderne, chi è stato al governo negli anni fra il 2011 e il 2022 ha discusso d’altro, condannando l’Italia a un ritardo su temi vitali per la crescita economica e sociale.
Qualcuno potrebbe dire che il dibattito sulle unioni civili appartiene al passato e, dunque, è inutile rinvangare una storia andata. Non è così e non solo perché a sinistra le tentano tutte per introdurre il reato di omofobia (ultimamente, dopo il duplice delitto di Viareggio, i compagni si sono inventati anche il gaycidio), ma perché preoccupati di fare gli interessi di una minoranza della minoranza, ignorando i diritti della maggioranza. Ora, ad esempio, si battono per introdurre il suicidio assistito, ovvero il diritto alla morte somministrata dallo Stato.
Quanti sono in Italia i casi di persone che chiedono di porre fine alla propria vita in un ospedale e con l’aiuto di un medico? Poche decine. Ma in Parlamento sembra che l’Italia sia colpita da un’epidemia di richieste per ottenere la dolce morte e, dunque, nei Consigli regionali, nelle commissioni Camera e Senato non si parla d’altro, ignorando il mondo reale, che, invece di parlare di come ottenere il fine vita, preferisce discutere di come arrivare a fine mese.
