«In nome del popolo sovrano…»: è la formula che nei tribunali i giudici usano per annunciare il verdetto. Non è una formula di rito ma un passaggio che si innerva nella Costituzione, la quale all’articolo 101 sancisce che «la giustizia è amministrata in nome del popolo», quello stesso popolo che all’articolo 1 è definito sovrano: «La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
Sempre all’articolo 101, «i giudici sono soggetti soltanto alla legge». E la legge è materia del potere legislativo, cioè del Parlamento espressione del popolo che lì elegge i suoi rappresentanti. Insomma tutto si tiene.
Il miraggio della sovranità popolare nei tribunali
Eppure il popolo, quando ci sono di mezzo i tribunali, sembra sparire. E a farlo sparire non è il concetto astratto di Giustizia, quanto i magistrati, i quali ne sono gli operatori. La lunga premessa non serve soltanto per mettere un po’ di ordine nel linguaggio della campagna referendaria ma fa da rigorosa cornice a un errore comune della cui gravità non ci accorgiamo più. Non esiste la “mala giustizia” ma al limite esiste una “mala magistratura”, se proprio vogliamo rendere l’idea del torto che taluni innocenti subiscono. Preciso immediatamente che nemmeno “mala magistratura” è davvero corretto perché gli errori sono da attribuire a quei magistrati che si ostinano nel non vedere i fatti in modo distaccato e onesto o in coloro che addirittura nascondono le prove a discolpa della persona sottoposta a indagine.
Tuttavia il concetto di “mala magistratura” è sicuramente più azzeccato dell’abusato “mala giustizia” poiché, in assenza di una responsabilità civile dei giudici cui far appiglio per ottenere un risarcimento, è la magistratura stessa a farsi carico di chi sbaglia, nel momento in cui è chiamata a esprimersi a livello disciplinare. Lo fa? I dati dicono di no.
I magistrati intenti a difendere lo status quo impegnandosi per bocciare la riforma continuano ad appellarsi alla Costituzione in vigore come se ne fossero le uniche guardie pretoriane; a costoro sarebbe bene replicare con la “magna carta” alla mano laddove la lettera degli articoli non tocca la loro autonomia e indipendenza così come non tocca quell’articolo che conferisce al popolo la centralità della giustizia. Questo non lo dicono mai. E non lo dicono per il semplice motivo che costoro si sono sostituiti arbitrariamente ai cittadini nella centralità della giustizia. La loro interpretazione – o meglio potremmo dire la loro “Costituzione materiale” – ha riscritto il 101 pressappoco così: «La giustizia è amministrata dai magistrati». E non va bene.
Il dramma dell’impunità e i nuovi casi Tortora
La “non responsabilità” delle toghe rispetto ai loro errori è l’esempio massimo di questo pensiero non solo perché come abbiamo già scritto non rispondono di certe azioni (dalla ingiusta carcerazione alle sentenze di condanna di innocenti) ma anche perché assistiamo a discutibili promozioni. Pertanto tutte le belle frasi «Mai più casi come Enzo Tortora» non hanno senso alcuno: dopo il dramma legato al presentatore di Portobello i casi Tortora si sono moltiplicati.
È per questo motivo che sentir dire dalla gente comune che «ma tanto a me non può capitare» è pericoloso. Incappare nella “mala magistratura” non è affatto una eccezionalità. Le cronache sono piene di persone, comuni o vip (andate a vedere i casi dei calciatori Beppe Signori o Michele Padovano) che mai più si sarebbero immaginate di andare in un commissariato e poi non tornare a casa per parecchio tempo finendo in mezzo a delinquenti matricolati.
Ecco perché più che ai parlamentari, questa campagna avrebbe dovuto lasciare spazio alle vittime della “mala magistratura”, al loro racconto di cosa significa finire in carcere da innocente; di cosa significa non avere soldi per potere affermare la propria verità oppure svuotare il conto e indebitarsi per fare fronte agli strumenti di una Procura che interpreta il ruolo dell’accusa in modo talebano, con sproporzione evidente di soldi e di mezzi rispetto alla difesa; di cosa significa cercare di rifarsi una vita – sia a livello umano che professionale – dopo la sentenza definitiva di assoluzione con tutti che ti guardano sempre con diffidenza. Erano loro che dovevano raccontare di come le ingiuste sentenze di colpevolezza più che in nome del popolo italiano erano pronunciate in nome del procuratore.
