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Svelato «l’imbroglio» delle Primarie

Svelato «l’imbroglio» delle Primarie
Ansa

Lo strumento ideato per coinvolgere la base democratica è diventato un problema per le segreterie: ecco le vere ragioni dietro la spinta a metterle da parte.

Ci hanno fatto credere che le primarie fossero la forma più raffinata di democrazia, il modo più efficace per garantire la partecipazione degli elettori alla vita politica, l’interpretazione più autentica del dettato costituzionale che assegna al popolo, e non ai partiti, la sovranità della Repubblica. Poi, all’improvviso, a sinistra hanno scoperto che esse sono un intralcio. Anzi: un brutto pasticcio perché, indicendole, si rischia di impedire – ai gruppi dirigenti che controllano voti e candidature – di poter decidere chi far eleggere e chi no. Sì, senza preavviso, le primarie sono passate di moda e adesso, nel Pd, e pure in qualche altro partito, non vedono l’ora di liberarsene, mandandole in pensione come si fa con gli strumenti superati.

Intendiamoci, per quanto ci riguarda, sapevamo da un pezzo dell’inutilità – e pure dell’uso strumentale fatto dalla sinistra – di queste votazioni. Ricordate quando, più di vent’anni fa, l’Unione guidata da Romano Prodi decise di dar vita a una consultazione popolare per decidere chi avrebbe dovuto sfidare, a nome della coalizione, Silvio Berlusconi? Anche i sassi del Reno, il fiume che lambisce Bologna, sapevano che il vincitore sarebbe stato l’ex presidente del Consiglio. Infatti, gli altri sfidanti – Fausto Bertinotti, Clemente Mastella, Antonio Di Pietro, Alfonso Pecoraro Scanio, Ivan Scalfarotto e Simona Panzino – non avevano alcuna possibilità di superarlo, tanto era sbilanciata la competizione. Secondo i dati diffusi dalla stessa Unione, andarono a votare quasi 4 milioni e mezzo di militanti e Prodi prevalse con una maggioranza bulgara del 74 per cento. A cosa servì incoronare ai gazebo come capo della sinistra un ex democristiano? A niente. O meglio, a chi organizzò la finta elezione, servì a raccogliere 4 milioni e mezzo, perché per votare era necessario pagare un euro a testa. Quanto al risultato, l’indicazione popolare fu presto dimenticata: nonostante il mandato di milioni di elettori, Prodi fu fatto fuori dagli stessi che lo avevano sostenuto due anni prima e trombato, sempre da loro, pure come candidato presidente della Repubblica. Dunque, la volontà dei militanti è finita sotto i tacchi dei funzionari.

Dal rito dei gazebo alla crescita dell’astensione

Quanto al fatto che le primarie servano come volano per la partecipazione, nutro seri dubbi. Nonostante i candidati della sinistra siano scelti con il metodo dei gazebo, alle Comunali i non votanti sono passati dal 19 per cento del 1990 al 52 per cento del 2021, mentre, alle Regionali, dal 16 per cento di 36 anni fa si è arrivati al 58. Alla Camera le percentuali sono più contenute, ma siamo partiti dal 12 e oggi siamo al 32. Un socialista come Luigi Corbani, ex vicesindaco delle giunte rosse di Milano, il fenomeno lo spiega così: se fai le primarie e presenti un programma che non prevede l’abbattimento dello stadio di San Siro e poi, una volta vinte le elezioni, la prima cosa che fai è vendere l’impianto e consentire di raderlo al suolo, è difficile che gli elettori poi ti credano e tornino a votare.

La paura dell’esito imprevisto e il rischio della resa dei conti

Risultato: adesso le primarie sono un ostacolo, perché i gruppi dirigenti dei partiti non solo non possono più neppure contare su masse di elettori che versano un euro nell’illusione di poter decidere da chi essere governati, ma, non essendoci più un partito che domina su tutti gli altri, e nemmeno un leader che emerge sui concorrenti, c’è il rischio di una guerra fratricida. E pure il pericolo che spunti chi non è previsto. Un po’ come accadde tempo fa con Elly Schlein, quando, senza che la vedessero arrivare, gli alti papaveri del Pd si ritrovarono lei come segretario.

Oggi la situazione è anche più complicata e c’è perfino la possibilità che tra Giuseppe Conte e l’ex vicepresidente dell’Emilia-Romagna abbia la meglio Silvia Salis, sindaco di Genova più nota per la bella presenza che per le capacità amministrative. Perciò, temendo il peggio, c’è chi sostiene che le consultazioni interne non si debbano proprio fare. Oppure c’è chi, come Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute ai tempi del Covid, propone di candidare una figura simbolo, tipo un giovanissimo o un partigiano. Secondo lui andrebbe bene chiunque, giusto il tempo di far votare gli italiani, e poi il candidato di bandiera verrebbe tolto di mezzo, per lasciare spazio ai capi corrente.

Siete stupiti? Beh, è la fine di un grande imbroglio. Le primarie non servivano a lasciar decidere al popolo da chi farsi governare, ma per buggerarlo, facendogli credere che la scelta sarebbe stata degli italiani, quando invece è, e sempre sarà, nelle mani dei capi bastone dei partiti, i quali si guardano bene dal cedere il potere.

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